Alle elezioni del 2018 i brasiliani erano andati alle urne cercando una rottura con il passato e avevano eletto Jair Bolsonaro (estrema destra), un ex militare che aveva ottenuto 57 milioni di voti. Quattro anni dopo, il 30 ottobre, praticamente lo stesso numero di elettori ha cercato di rieleggerlo per un secondo mandato. Ma un gruppo più numeroso ha portato il Brasile su una strada diversa.

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito dei lavoratori (Pt, sinistra), è il risultato di due spinte: la decisione di riportare al potere uno dei politici più popolari del paese e la volontà di punire un leader incapace, il primo dal ritorno alla democrazia nel 1985 a non essere rieletto. Nessuna ha giocato da sola un ruolo determinante. Lula ha dovuto contrastare l’antipetismo, cioè il risentimento verso il Pt, che è radicato nella società brasiliana e rafforzato dalla campagna elettorale di Bolsonaro. Il presidente uscente ha dimostrato di essere forte e ha sfruttato la macchina dello stato per radunare intorno a sé i suoi sostenitori.

Lula, però, non ha vinto solo come reazione alla gestione di Bolsonaro. La memoria dei risultati raggiunti nei suoi due governi passati, l’attenzione alle necessità della popolazione più povera e la tendenza a dialogare con il centro gli hanno permesso, in meno di tre anni, di compiere un cammino straordinario: è passato dalla prigione al palazzo del Planalto, la sede della presidenza a Brasília.

Bolsonaro, dal canto suo, con i voti ottenuti potrà contare su un capitale politico che non dev’essere ignorato né sottovalutato. Milioni di persone hanno tenuto d’occhio la sua gestione, hanno valutato i suoi progetti per il futuro e avrebbero voluto che continuasse a governare.

Ma il risultato lo ha punito. Per una parte dell’elettorato, che alla fine è stata la maggioranza, la situazione economica del Brasile, la gestione della pandemia e le tentazioni autoritarie del presidente si sono rivelate degli ostacoli insormontabili. Gli attacchi di Bolsonaro alle istituzioni hanno favorito la formazione di una coalizione per sconfiggerlo.

Uno dei messaggi più forti della vittoria di Lula è la voglia di frenare questo processo di degrado democratico. Per imporre la sua politica e allentare i vincoli istituzionali, da subito Bolsonaro ha rimosso i limiti imposti dai principali organi della repubblica. Ha formato una maggioranza parlamentare a lui favorevole. E ha inaugurato una fase di accordi con i grandi partiti, destinandogli ingenti risorse pubbliche. Così sono tramontate le sue velleità di politico antisistema. Poi ha puntato sullo scontro con il sistema giudiziario. Negli ultimi mesi di campagna elettorale, ha detto che sognava un secondo mandato in modo da “normalizzare” la corte suprema, considerata un ostacolo ai suoi piani.

Decisioni sbagliate

Gli elettori hanno punito Bolsonaro per le sue scelte. Durante la pandemia, ha autorizzato persone non vaccinate a manifestare in suo sostegno. La sua preoccupazione era esclusivamente economica: “Se l’economia affonda, finisce il governo”, dichiarava. La decisione di minimizzare i rischi del covid, le dichiarazioni in cui ignorava i morti e il ritardo nell’acquisto dei medicinali hanno pesato quando i brasiliani hanno dovuto decidere se confermarlo alla guida del paese per altri quattro anni.

Le misure adottate per affrontare la crisi economica hanno aiutato il leader di estrema destra a creare una falsa sensazione di benessere che lo ha mantenuto a galla, senza salvarlo dal giudizio delle urne. Bolsonaro non si è occupato di migliorare le condizioni di vita dei brasiliani e ha preso molte decisioni con l’unico obiettivo di fidelizzare il suo elettorato e proteggere la sua cerchia dalle inchieste.

Poco prima del voto ha promesso di ampliare ulteriormente le norme per l’accesso alle armi da fuoco, alludendo a uno scontro con gli avversari politici. Per vincere ha strumentalizzato la religione e ha messo al centro della sua campagna la paura e i valori ultraconservatori. Insisterà in questa direzione e probabilmente non riconoscerà in modo esplicito la sconfitta. Ma dal 1 gennaio 2023, con l’insediamento del nuovo presidente, dovrà farlo dai banchi dell’opposizione. ◆ ar

Questo articolo è uscito sul numero 1485 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati