La foresta amazzonica ha una superficie di più di cinque milioni di chilometri quadrati. Una grandissima area selvaggia costantemente sotto osservazione: l’Istituto nazionale brasiliano per la ricerca spaziale (Inpe) usa i satelliti per monitorare dall’alto, praticamente in tempo reale, la porzione brasiliana dell’Amazzonia. Le registrazioni video sono strumenti importanti per la protezione della foresta pluviale. Il sistema segnala alle autorità le attività illegali di disboscamento e l’Inpe pubblica anche statistiche sulla deforestazione.

Negli ultimi anni il disboscamento è stato motivo di grande preoccupazione. Durante il governo del presidente Jair Bolsonaro la foresta è stata distrutta a ritmi che non si registravano da tempo, più di 45mila chilometri quadrati in quattro anni. Ma ora le cose stanno cambiando.

Luiz Inácio Lula da Silva, che ha preso il posto di Bolsonaro due mesi fa, ha promesso di difendere l’Amazzonia e di azzerare la deforestazione entro il 2030. Un obiettivo ambizioso.

A gennaio del 2023 è diminuita di almeno il 60 per cento rispetto all’anno precedente, un dato che ha generato grande ottimismo. Ma poco dopo sono arrivati i dati di febbraio, secondo cui, solo nelle prime due settimane del mese, sono andati persi 208 chilometri quadrati di foresta, un record degli ultimi anni. Le ragioni possono essere molte: le nuvole potrebbero aver inizialmente coperto la vista dei satelliti, alcuni contadini potrebbero aver aspettato che il governo si insediasse, o che la stagione diventasse più secca, prima di cominciare a tagliare gli alberi.

A prescindere da quali siano le cause di questa tendenza, la possibile conclusione è solo una: l’Amazzonia è tutt’altro che al sicuro. Al contrario, una lunga lotta attende la foresta pluviale e i suoi guardiani. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1501 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati