Ogni volta che qualcuno va in Venezuela chiede agli amici che vivono nel paese se hanno bisogno di qualcosa. A novembre, quando ho rivolto la solita domanda a Rada, il mio autista e padre adottivo venezuelano, mi ha risposto che gli avrebbe fatto piacere avere un po’ di cioccolato. Ho comprato il suo preferito, l’Hershey’s con pezzetti di biscotto. Rada aveva scoperto questa marca di cioccolato negli anni novanta, in un viaggio nell’isola di Margarita, nel nordest del paese. All’epoca lavorava come postino e guadagnava abbastanza da potersi permettere di passare le vacanze nei luoghi più belli del Venezuela.

Disinteresse per la politica

Quando sono arrivato a Caracas, però, mi sono accorto che la domanda che avevo fatto a Rada era superata. Il famoso cioccolato statunitense si trovava facilmente in città. Ma per Rada, che riceve una pensione di cinque dollari al mese, quella cioccolata continua a essere “irraggiungibile”, per usare le sue parole. La tavoletta infatti costa tra uno e due dollari, il doppio di quanto l’ho pagata io a Bogotá, in Colombia. In quel momento ho capito che il Venezuela non è più lo stesso di quando ci ho vissuto io, tra il 2013 e il 2017. All’epoca le persone facevano lunghe file per comprare prodotti di prima necessità, mentre oggi la mancanza di prodotti e il controllo dei prezzi non esistono più. Inoltre la valuta più usata è quella statunitense: le banconote da uno, cinque e dieci dollari hanno prodotto un piccolo boom economico.

Il cioccolato Hershey’s si trova facilmente, ma persone come Rada, cioè la maggioranza della popolazione venezuelana, non possono ancora permettersi i prodotti di cui hanno bisogno, figuriamoci quelli che desiderano. La gente è passata dall’odissea per trovare un sacco di farina con cui preparare le arepas, focaccine di mais che non mancano mai sulla tavola dei venezuelani, alla lotta per accaparrarsi un pugno di dollari. Nei quartieri popolari di Caracas come Catia e Petare ci sono molti venditori informali. In generale, rispetto ai soldi guadagnati con un’attività regolare, i venezuelani riescono a farne di più vendendo da mangiare, pezzi di ricambio ed elettrodomestici usati. Il numero di secondi e terzi lavori, i cosiddetti tigritos, è schizzato alle stelle.

In passato la maggior parte dei venezuelani non aveva accesso a beni e prodotti di prima necessità. Ora che questi ci sono, la maggioranza delle persone non può permetterseli. Quindi lavora il doppio, accettando qualsiasi incarico.

La cioccolata Hershey’s si può comprare nei bodegones, negozi in cui si trovano anche creme per il corpo, crema di mandorle, carciofi sottolio e altri prodotti importati e molto richiesti. La crescita economica prodotta dai dollari non coinvolge solo questo tipo di negozi, ma anche i circa trenta casinò aperti di recente nel paese. Il gioco d’azzardo era stato vietato dall’ex presidente Hugo Chávez, secondo cui i casinò erano “bettole” che favorivano solo la borghesia.

La dollarizzazione non può risolvere i problemi strutturali del paese

A Chacao, un quartiere commerciale e bastione dell’opposizione al governo del presidente Nicolás Maduro, poco tempo fa è stata inaugurata un’attività che secondo i suoi promotori mostra “la Caracas che sogniamo”. Si chiama MoDo ed è un posto per mangiare, ma di lusso. Ricorda l’ostentazione del vecchio Venezuela, quello degli anni precedenti ai governi di Chávez (che ha governato dal 2002 al 2013), il tutto attraverso un filtro di Instagram. Al MoDo ci sono quattro piste da bowling, cinque bar, tre ristoranti, una gelateria, un’area gioco per bambini, un forno a legna di ultima generazione e una galleria dove si vendono opere d’arte a prezzi che raggiungono i tremila dollari.

Ho parlato con uno dei clienti, un uomo che si è definito “un oppositore radicale al governo”. “Il MoDo è quello di cui avevamo bisogno in città”, mi ha detto. “Abbiamo passato tanti anni senza vivere, senza uscire la sera, senza alternative culturali. Questo è uno spazio per superare le divisioni che ci hanno fatto male”.

Qualche anno fa a Caracas era impossibile passare una giornata intera senza discutere di politica: i manifesti davano l’impressione di una campagna elettorale permanente mentre i parenti con opinioni diverse sul governo a volte smettevano di parlarsi. La politica era un argomento quotidiano. Oggi la situazione è cambiata: dopo anni di frustrazione e di crisi economica, nel paese regna l’apatia. Le persone non solo hanno smesso di andare a votare, come ha mostrato la bassissima affluenza alle elezioni regionali di novembre, ma addirittura preferiscono non affrontare l’argomento.

In posti come il MoDo la crisi umanitaria di cui ci siamo occupati cinque anni fa sembra solo un ricordo, ma non è così. Secondo l’ultima ricerca nazionale sulle condizioni di vita condotta dall’università cattolica, il 95 per cento dei venezuelani è povero, il 70 per cento è in condizioni di estrema povertà e la disuguaglianza è più grave rispetto alla Colombia e al Brasile, tra i paesi più disuguali del mondo.

Da sapere
Una lunga crisi

Nicolás Maduro, il successore indicato da Hugo Chávez prima di morire, è stato eletto presidente nell’aprile del 2013 per uno stretto margine e poi riconfermato nelle elezioni presidenziali del 2018. Dal 2014 la crisi economica, sociale e politica del Venezuela si è aggravata. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) dal 2014 a oggi sei milioni di persone hanno lasciato il paese. Per cercare di contenere l’iperinflazione, a ottobre il governo ha lanciato una riforma monetaria, la terza dal 2008: invece di valere 4,8 milioni di bolívar un dollaro ne vale 4,18. Bbc, Oim


In una nazione che aveva una classe media forte, oggi la disuguaglianza è ovunque. Sono andato in un ristorante dove i camerieri parlavano dei dieci o quindici dollari che guadagnavano con il secondo lavoro informale, mentre nel tavolo a fianco alcuni imprenditori si vantavano d’investimenti da centomila dollari.

Pensioni insufficienti

I parrucchieri dei quartieri popolari di Caracas chiedono due dollari per un taglio nel fine settimana. Nei saloni delle zone più ricche il prezzo per un taglio sale a venti dollari e include “un massaggio e una bevanda”. La dollarizzazione ha prodotto crescita economica e qualche posto di lavoro, riducendo la carenza di beni di prima necessità e la pressione sul governo. Ma nessuno degli economisti con cui ho parlato è ottimista sul futuro del paese. Questi cambiamenti, infatti, sono stati casuali e disordinati. Gli investimenti milionari, come quello per costruire il MoDo, non stanno generando entrate per lo stato e la proprietà di molte attività è poco chiara. I notai non possono autenticare contratti in dollari e le banche non possono concedere prestiti. Non è chiaro nemmeno da dove vengano le banconote in dollari. Considerando i rapporti conflittuali tra Caracas e Washington (gli Stati Uniti hanno imposto varie sanzioni economiche al governo venezuelano) è impossibile che il denaro sia inviato con il consenso della Federal reserve, la banca centrale statunitense. Forse arriva dalle rimesse dei quasi sei milioni di venezuelani che dal 2014 hanno lasciato il paese o dalla vendita di petrolio, che secondo alcuni rapporti specializzati è comprato in contanti per vie informali.

La dollarizzazione non può risolvere problemi strutturali di cui si dovrebbe occupare lo stato, come la fornitura d’acqua, luce e gas, ancora carenti. Le pensioni e i sussidi, pagati in bolívar, non bastano per vivere perché la moneta ufficiale è svalutata. Molti ripetono che “il Venezuela è passato dal socialismo al capitalismo selvaggio”, ma anche il capitalismo più spietato ha delle regole. Qui invece il governo che supervisionava l’intera economia ha rimosso i controlli, aperto i porti e cancellato le tasse. Molti prodotti d’importazione non passano neanche attraverso i controlli doganali. Per questo alcuni economisti come la norvegese Benedicte Bull, Antulio Rosales, che insegna in Canada, e Manuel Sutherland, studioso del Venezuela, non parlano di capitalismo selvaggio, ma di “capitalismo dei bodegones” riferendosi ai negozi che simboleggiano la nuova economia, basata sull’importazione e circondata da un alone di opacità.

Oggi in Venezuela ci sono ancora sussidi e programmi sociali, ma sono finanziati in bolívar. Tre milioni di dipendenti pubblici guadagnano meno di dieci dollari al mese, mentre la pensione non basta per comprare tre tavolette di cioccolato.

Forse il mio amico Rada non ha più bisogno di me per avere i prodotti che prima non si trovavano nel suo paese, ma come qualsiasi venezuelano vorrebbe poterli comprare con i soldi della pensione. ◆ as

Daniel Pardo è un giornalista colombiano. È stato corrispondente della Bbc Mundo in Venezuela dal 2013 al 2017.

Questo articolo è uscito sul numero 1440 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati