Il Cremlino è stato colto di sorpresa dall’improvvisa crisi in Kazakistan. Cominciata il 2 gennaio come una protesta contro l’aumento del prezzo del carburante, la rivolta si è estesa nel paese centrasiatico alla velocità della luce, degenerando in violenze nella ex capitale Almaty. Il 28 dicembre il presidente russo Vladimir Putin aveva accolto l’attuale presidente kazaco, Kasym-Žomart Tokaev, e il suo potentissimo predecessore, Nursultan Nazarbaev, a San Pietroburgo per un vertice informale con i leader di diversi paesi ex sovietici. Allora nessuno si aspettava quello che sarebbe successo.

Le proteste sono cominciate non appena Tokaev e Nazarbaev sono tornati in Kazakistan. Scatenate dalla decisione di togliere il tetto massimo sul prezzo del carburante, le mobilitazioni sono state alimentate dalla frustrazione per la disuguaglianza, la povertà e la corruzione diffuse nel paese.

Per il Cremlino lasciare che il presidente Tokaev sia spodestato finirebbe per dare spazio agli ultranazionalisti

Nel giro di tre giorni edifici governativi e veicoli della polizia sono stati incendiati, banche e negozi saccheggiati, e l’aeroporto internazionale di Almaty è stato occupato dai manifestanti. Negli scontri con le forze di sicurezza che cercavano di riprendere il controllo di Almaty sono stati uccisi almeno 150 manifestanti e 18 agenti.

La rapida diffusione delle proteste in un paese così grande, l’iniziale debolezza della risposta delle autorità e la natura sempre più violenta delle manifestazioni hanno fatto precipitare sull’orlo del caos il Kazakistan, che è alleato della Russia nell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Otsc) e suo partner commerciale nell’Unione economica eurasiatica. Il paese centrasiatico condivide con la Russia anche il più esteso confine terrestre al mondo: 7.500 chilometri, in gran parte non controllati. Dei 19 milioni di abitanti del Kazakistan, infine, 3,5 milioni sono di etnia russa.

A Mosca nessuno si è mai fatto illusioni sul regime kazaco. Alcune delle sue caratteristiche, come l’autoritarismo, sono considerate essenziali per garantire la stabilità, mentre altre, come la corruzione, sono giudicate inevitabili in un paese così ricco di petrolio. Altre ancora, per esempio una politica estera oscillante, sono lette come un tentativo di trovare un equilibrio tra la Russia, la Cina, l’occidente e la Turchia pur rimanendo ufficialmente alleati di Mosca, che ne è ovviamente irritata.

L’opzione più probabile

Inoltre, come in Bielorussia, anche in Kazakistan il regime monopolizza i contatti politici di Mosca all’interno del paese. Nell’élite politica locale chiunque sia sospettato di avere legami troppo stretti con la Russia finisce sostituito o isolato. E, per preservare delle relazioni stabili, Mosca ha spesso ignorato l’ascesa del nazionalismo etnico kazaco e l’aumento delle discriminazioni contro i cittadini di etnia russa.

Tokaev non è affatto un cliente di Mosca, ma, secondo la logica del Cremlino, lasciare che sia spodestato finirebbe per dare spazio alle forze dell’ultranazionalismo, lasciando spazio agli islamisti radicali. Tokaev deve quindi essere salvato, proprio come è successo al leader bielorusso Aleksandr Lukašenko nell’estate del 2020, quando nel paese sono esplose le proteste per i brogli alle elezioni presidenziali.

Al contrario di Lukašenko, tuttavia, Tokaev, non è un leader assoluto. Non ha pieni poteri e la sua polizia e il suo esercito non hanno interesse a reprimere le proteste con lo stesso zelo dei colleghi bielorussi. Nonostante le dimissioni del governo e il licenziamento di Nazarbaev da presidente del consiglio di sicurezza del paese, a un certo punto il presidente Tokaev è stato costretto a chiedere un intervento esterno. Il 5 gennaio ha fatto appello all’Otsc, guidato dalla Russia, per ricevere aiuto contro quella che ha descritto come una “minaccia terroristica” rappresentata da bande armate addestrate all’estero. È un dettaglio importante: l’Otsc è un’alleanza difensiva e le sue competenze non includono i disordini di natura interna.

La Russia ha risposto all’appello e il 6 gennaio ha inviato un contingente di pace di tremila paracadutisti. Anche gli altri paesi dell’Otsc (Armenia, Bielorussia, Kirghizistan e Tagikistan) hanno mandato soldati, anche se in numeri quasi simbolici: contingenti tra i settanta e 500 uomini. Si tratta della prima vera azione militare sul campo dell’organizzazione fondata nel 1999. Sensibile agli umori della popolazione kazaca, Mosca è stata attenta fin dall’inizio a limitare l’area d’intervento delle sue truppe, che hanno il compito di garantire la sicurezza di impianti strategici e altre importanti infrastrutture, mentre lasciano alla polizia e all’esercito kazachi la gestione delle proteste.

Per la Russia l’intervento militare in Kazakistan è una mossa importante e carica di rischi. Se la missione delle forze russe dovesse espandersi, Mosca finirebbe per alienarsi le simpatie della popolazione kazaca. Potrebbero perfino diffondersi sentimenti di ostilità e tentativi di resistenza. Tutto questo si ripercuoterebbe sulla Russia stessa, dove i primi sondaggi suggeriscono che i cittadini contrari all’invio di truppe in Kazakistan sono il doppio rispetto a quelli favorevoli. Tuttavia, se Mosca riuscisse a puntellare il regime kazaco e a renderlo più filorusso – non solo a parole, ma anche nei fatti – allora il Kazakistan, come la Bielorussia, potrebbe diventare un alleato più affidabile. La politica estera del paese centrasiatico acquisterebbe una dimensione più chiaramente filorussa, com’è successo di recente in Bielorussia e in Armenia. In questo momento l’opzione più probabile è proprio quest’ultima. Il che spiega la decisione del Cremlino di procedere con l’intervento militare. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1443 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati