C’è qui qualcosa del Vagabondo delle stelle, il romanzo, in realtà un cavallo di Troia con dentro vari racconti, che Jack London scrisse negli ultimi anni di vita ispirandosi a persone di sua conoscenza detenute nelle terribili prigioni della California e dove è centrale la metempsicosi, la rinascita, la reincarnazione. Il maestro argentino Alberto Breccia disegnò questi racconti scritti da Carlos Trillo (con il quale avrebbe realizzato altre opere ancor più notevoli) durante gli anni della dittatura di Videla, proseguendo così il
discorso sulla circolarità del tempo e della storia cominciato con lo sceneggiatore desaparecido Héctor Oesterheld (Sherlock Time, Mort Cinder, L’Eternauta). Una potente riflessione sulla condizione umana. Gli autori, dopo il viaggio della mente nelle epoche e nei luoghi più lontani, (ri)portano il personaggio rinchiuso in una prigione-manicomio sempre lì, nel buio. Gli occhi degli oppressori ti osservano ma i tuoi occhi interiori, sciamani più esattamente, ti permettono di elevarti, e la fantasia assurge a una dimensione di fuga metafisica e più ancora spirituale. Una stampa perfetta consente di apprezzare al meglio la capacità di Breccia nel costruire immagini simboliche di grande raffinatezza e potenza figurativa, con richiami che non cadono nel citazionismo facile (Harold Pinter, per esempio), uniche ancora oggi.

Francesco Boille

Questo articolo è uscito sul numero 1478 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati