Adattando il bestseller mondiale di Umberto Eco, Milo Manara ritrova la grandezza, ispirata, calda, della pittura classica, i suoi chiaroscuri, la sua luce: da Caravaggio a Georges de La Tour. Nella prefazione a Caravaggio lo storico dell’arte Claudio Strinati scrisse che Manara, pur compiendo un processo inverso, raggiungeva gli autori di Métal Hurlant. Vero in particolare per Moebius, del quale Manara stilisticamente è filiazione, che per la sua fantascienza guardava agli artisti del rinascimento, fiamminghi (Hieronymus Bosch) compresi. Nel finale del primo volume, per esempio, con l’apparizione della giovane donna, Manara esce dai suoi consueti stereotipi femminili e produce un’autentica rivelazione rinascimentale, di ordine divino pur essendo erotica (e quindi sovversiva, in linea con Caravaggio). E produce visioni continue fino alla fine, riuscendo a esprimere un sentimento di malinconia dolce mista a una sensazione di vuoto, di desolazione cosmica. Al contempo, visualizzando all’interno della narrazione principale tanti microracconti storici dagli “stili grafici diversi”, come già Hugo Pratt con i capolavori Le elvetiche e Mu, Manara compie un’operazione postmoderna di metafumetto andando alle origini del protofumetto (le miniature, i bassorilievi delle chiese) ma, al contrario di Pratt, all’interno di una cornice neoclassica e non concettuale. Un capolavoro.
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati