Lavarsi i denti usando poca acqua, ridurre il numero di docce, cambiarsi meno spesso per fare meno lavatrici. I piccoli gesti quotidiani sono fondamentali, soprattutto per il loro lato simbolico. Ci ricordano che stiamo attraversando una crisi climatica gravissima e che questa crisi dipende dalle scelte collettive e individuali, che abbiamo fatto in passato e che faremo in futuro.

Ma se bastasse riparare il rubinetto che sgocciola per risolvere il problema della siccità sarebbe relativamente semplice. Il fatto è che il consumo d’acqua domestico rappresenta solo il 9 per cento di tutti i consumi idrici.

Ridurre il numero di docce è già qualcosa, ma evidentemente non basta. Perché il grosso dei consumi d’acqua, dice l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulle risorse idriche, è assorbito dall’industria (il 22 per cento) e soprattutto dall’agricoltura (il 69 per cento).

Per non mangiare niente che abbia gli occhi (come dice il titolo dell’ultimo libro di Goffredo Fofi) ci possono essere ragioni etiche, morali, politiche, per alcuni anche religiose. E poi ci sono ragioni ambientali.

La produzione di carne assorbe molta dell’acqua destinata all’agricoltura. Uno studio del 2013 calcolava che almeno un terzo dei consumi idrici di tutti gli abitanti della Terra è destinato all’industria della carne.

È un costo non contabilizzato, in qualche modo occultato o taciuto, di cui oggi scontiamo le conseguenze. Ci può piacere o no, ma è bene ricordarlo ogni giorno quando siamo davanti alla possibilità di scegliere.

Vogliamo un chilo di carne di manzo oppure al suo posto, con la stessa quantità d’acqua necessaria per produrlo, vogliamo un chilo di pasta più un chilo di riso più un chilo di legumi più un chilo di verdure più un chilo di frutta più 4.157 litri d’acqua (equivalenti grosso modo a ottanta docce) per bere e per lavarci? ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1467 di Internazionale, a pagina 7. Compra questo numero | Abbonati