Alle elezioni del 2 giugno 1946 si votò per scegliere tra monarchia e repubblica e anche per eleggere l’assemblea costituente, incaricata di scrivere la nuova costituzione. L’affluenza fu dell’89 per cento. Appena eletti, i 556 deputati crearono una commissione a cui fu dato il compito di elaborare il progetto di costituzione repubblicana. Questa commissione era formata da 75 deputati, che rappresentavano tutti i partiti presenti nell’assemblea. C’erano 26 democristiani, 13 comunisti, 7 socialisti e così via. I lavori della commissione, che a sua volta fu suddivisa in tre sottocommissioni, cominciarono il 15 luglio 1946 e si conclusero duecento giorni dopo, il 31 gennaio 1947. Il testo che prepararono fu consegnato all’assemblea costituente, presieduta dal comunista Umberto Terracini, che cominciò a discuterlo il 4 marzo 1947. Il testo finale della costituzione fu approvato in via definitiva il 22 dicembre dello stesso anno ed entrò in vigore il 1 gennaio 1948, un anno e mezzo dopo le elezioni. L’assemblea costituente fu infine sciolta il 31 gennaio 1948, lasciando il posto al primo parlamento repubblicano. La commissione prima e l’assemblea poi fecero un grande lavoro di mediazione e di sintesi tra posizioni diverse. Cercarono inoltre di far sì che il testo, lungo 9.369 parole, fosse il più possibile chiaro e comprensibile, tanto che tra le varie revisioni a cui fu sottoposto una riguardò proprio gli aspetti linguistici. Anche per questo la costituzione italiana resta un esempio eccezionale di alta leggibilità, e dunque di attenzione alla sua larga diffusione. La costituzione fu pensata per resistere nel tempo e anche per essere cambiata, come stabilisce uno dei suoi articoli, il 138, che definisce i passaggi necessari in caso di modifiche. A ottant’anni di distanza, l’impressione è che le persone che la scrissero abbiano voluto indicare, tra le altre cose, un metodo. E cioè che gli aspetti fondamentali della vita democratica di un paese devono essere regolati con il massimo consenso possibile. Questa ricerca del consenso è parte integrante del processo democratico. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati