Il peso argentino sta subendo una svalutazione vertiginosa. Oggi un deposito vincolato per un anno presso il Banco Nación garantisce un interesse del 37 per cento: significa che passati 365 giorni, diecimila pesos saranno diventati 13.700. Ma con l’inflazione intorno al 50 per cento sarebbe un’operazione in perdita. Negli ultimi dieci anni i paesi con un tasso d’inflazione superiore al 20 per cento sono stati solo cinque. Con il 48,4 per cento nel 2021 l’Argentina è al quarto posto nella graduatoria mondiale stilata dal Fondo monetario internazionale (Fmi). In vetta si trova il Venezuela, irraggiungibile con il 2.700 per cento. Al secondo e al terzo posto ci sono rispettivamente il Sudan (115,5 per cento) e il Suriname (48,6 per cento).

Secondo l’Indec, l’istituto nazionale di statistica argentino, a settembre l’aumento dei prezzi ha subìto un’impennata del 3,5 per cento rispetto al mese precedente, spingendo molti a comprare beni di consumo durevoli invece di depositare i soldi in banca. Ma questa strategia è ormai proibitiva: dieci anni fa per comprare un’utilitaria bastavano 46mila pesos, oggi invece ne servono 1,8 milioni. Lo stesso vale per gli elettrodomestici e i telefoni. Anche investire nel mattone come forma di risparmio è difficile. Dal momento che i salari reali sono in calo da anni, il sogno di una casa di proprietà è diventato irrealizzabile. In passato vigeva la regola secondo cui in Argentina cento mensilità del salario medio bastavano per comprare un appartamento di sessanta metri quadrati; oggi ne servono almeno quattrocento. L’Indec ha calcolato che dal gennaio 2016 al luglio 2021 l’aumento dei salari è rimasto sempre inferiore al tasso d’inflazione. In questo periodo c’è stata un’incredibile crescita dei salari, pari al 446,5 per cento, ma l’aumento dell’inflazione è stato nettamente maggiore, arrivando al 591,6 per cento. In sostanza, il salario medio di un lavoratore dipendente è passato da quasi sedicimila pesos a poco più di novantamila, ma in termini di potere d’acquisto è diminuito del 16 per cento.

L’inflazione alta e i salari reali in calo impoveriscono un numero crescente di persone. Il 42 per cento dei circa 45 milioni di argentini vive al di sotto della soglia di povertà. Il salario minimo mensile è molto al di sotto del fabbisogno per la spesa alimentare di prima necessità di una famiglia di quattro persone, pari a 68.359 pesos. A settembre è stato concordato un aumento del salario minimo del 52,7 per cento, e seguiranno aumenti graduali che lo porteranno a 33mila pesos nel febbraio 2022. “L’aumento rafforza l’intera struttura salariale, migliorando il potere d’acquisto dei lavoratori”, ha dichiarato con ottimismo il ministro dell’economia Martín Guzmán. Inoltre il governo ha bloccato i prezzi di 1.400 prodotti di prima necessità per novanta giorni. Misure simili si ripetono ormai da anni: nel breve periodo hanno un successo limitato, visto che sugli scaffali dei supermercati molti prodotti sono introvabili; nel lungo periodo nella migliore delle ipotesi rallentano l’andamento dell’inflazione.

Cambio in dollari

Chi a fine mese si ritrova con qualche peso in tasca di solito lo cambia in dollari. “In Argentina circolano banconote statunitensi per duecento miliardi di dollari”, ha assicurato un ex dirigente della banca centrale argentina, Nicolás Gadano, secondo il quale si tratta di una somma pari al 10 per cento di tutte le banconote statunitensi in circolazione nel mondo. In media, infatti, un argentino possiede 4.400 dollari in banconote, mentre un cittadino statunitense arriva a 3.083 dollari.

Per legge un comune cittadino non può comprare più di duecento dollari al mese, sui quali tra l’altro deve pagare una tassa del 65 per cento. Il prezzo del dollaro sul mercato nero è salito parecchio: due anni fa un dollaro costava 66 pesos, oggi 194. Per molti argentini, tuttavia, il dollaro resta l’unica possibilità rapida di rimediare alla svalutazione del peso. Anche perché le prospettive non sono rosee: se il governo dovesse aumentare le tariffe dell’elettricità, del gas e dei trasporti, da anni sovvenzionate, l’Argentina potrebbe arrivare presto al secondo posto nella classifica dell’inflazione dell’Fmi. ◆ sk

Questo articolo è uscito sul numero 1434 di Internazionale, a pagina 107. Compra questo numero | Abbonati