Stanno distruggendo il popolo russo postsovietico. Lo stanno distruggendo con la mobilitazione militare, tra gli ululati entusiasti dei “patrioti”. Non mi sorprende affatto che negli ambienti nazionalisti solo in pochi si oppongano. Del resto il nazionalismo imperiale russo è un’ideologia antirussa, antipopolare e autodistruttiva. Il tentativo di saldare insieme il popolo e la tirannia conduce inevitabilmente alla scomparsa di uno o dell’altra. La domanda è chi sarà a morire stavolta.

Il popolo russo postsovietico, con i suoi lati positivi e negativi, sta scomparendo. Compresi gli oppositori, gli scettici, gli apolitici. In trent’anni il peso di queste figure è cambiato: un tempo la parte del leone la facevano le vecchiette e i sessantenni, capaci di battersi con le unghie e con i denti contro le forze antisommossa di Boris Eltsin e poi di Vladimir Putin. Le proteste del 2005 contro la riforma del welfare sono state la loro ultima apparizione. Poi sono arrivati i cittadini indignati, figli della normalizzazione putiniana. Ora stanno scomparendo anche loro.

Tre opzioni

È stato cestinato anche l’intero progetto della Russia postsovietica, basato sulla convinzione che alcuni elementi della democrazia borghese con caratteristiche locali (prima gli oligarchi, poi il pugno di ferro), sommati a un modello piuttosto imperfetto di libero mercato e sostenuti dal consumismo della classe media e dalle speranze di arricchimento dei più poveri, avrebbero gradualmente riportato il paese a una certa stabilità. Ma le cose non sono andate così.

Prima della mobilitazione in qualche modo si potevano capire le speranze dei putiniani, ansiosi di sbarazzarsi di hipster e liberali vari, in attesa che nuove forze sgorgassero dalla terra russa per dar vita a un rigoglioso rinnovamento nazionale. Che questo avvenga è ormai assolutamente impossibile.

I patrioti più sottomessi e ingenui saranno mobilitati e poi distrutti, fisicamente o moralmente. Tutti gli uomini minimamente intraprendenti, e molte donne, andranno invece a fare la fame all’estero, a sopportare l’odio antirusso, a elemosinare visti. Molti erano sostenitori di Putin. È così che il capo li ripaga.

Quali opzioni abbiamo se la mobilitazione non si fermerà?

La prima potrebbe essere la conclusione di una pace più o meno favorevole per Putin. In questa situazione nascerebbe un regime neoputiniano esplicitamente fascista, con le élite a controllare un paese impaurito e il popolo sempre più passivo. E poi? Non so, un buco nero. Forse ci perderemo definitivamente e ci dissolveremo in altri popoli e altre storie.

La seconda opzione è la sconfitta della Russia dopo che Putin avrà usato le armi nucleari. In questo caso si affermerebbe un sistema politico umiliante, imposto dall’estero, che darebbe il colpo di grazia a chi è rimasto nel paese come ai russi che sono emigrati.

C’è poi la terza opzione, che per ora sembra la più improbabile. Una rivolta contro la mobilitazione e la guerra: delle donne, che sono già in prima linea nelle proteste, dei popoli non slavi, mandati a morire in Ucraina, e dei lavoratori, costretti a lasciare le fabbriche per il fronte.

Oggi serve una forza capace di spazzare via i responsabili della guerra, colpire i fascisti russi che cercheranno di prendere il potere, liquidare il progetto di Eltsin e Putin, che ha prodotto una Russia istupidita e aggressiva, e instaurare una nuova repubblica, in cui i lavoratori, le donne e i popoli nativi abbiano un ruolo radicalmente diverso. C’è una piccola possibilità che questa forza esista. Ci saranno intoppi e le cose potranno andare per il verso sbagliato. Ma è l’unico modo per garantire la sopravvivenza del nostro paese. ◆ ab

Kirill Medvedev è un poeta, musicista e attivista politico russo.

Questo articolo è uscito sul numero 1480 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati