Forse ero nervosa. Quando la direttrice di sala del ristorante HanGawi di New York mi ha chiesto di togliermi le scarpe, ho dato uno strattone ai lacci dei miei stivali, che si sono trasformati in un nodo gordiano. Ero in questo locale coreano per incontrare Ocean Vuong, scrittore, beniamino del mondo letterario, raro caso di poeta famoso, e molto attento alla moda.

Quando si entra all’HanGawi bisogna togliersi le scarpe: fa parte della cultura del ristorante. Ci sediamo a terra e lasciamo scivolare i piedi in una buca scavata sotto il tavolo. Chiedo a Vuong se ha scelto l’HanGawi per poter stare senza scarpe. “No”, ride, gli hanno detto che è un posto tranquillo. “Ogni tanto chiamo i ristoranti e dico: ‘Questa è la mia vocina, riuscirete a sentirmi?’”. Spingo il mio telefono, che sta registrando la nostra conversazione, più vicino al suo gomito.

Ocean Vuong a Florence, Stati Uniti, maggio 2019 (Doug L​evy, Guardian/Eyevine/Contrasto)

Vuong è stato lanciato sulla scena letteraria nel 2016 con la raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita (La nave di Teseo 2017). Tre anni dopo è arrivato il suo romanzo Brevemente risplendiamo sulla terra (La nave di Teseo 2020): in parte lettera d’amore alla madre, in parte mitizzazione della vita di Vuong, racconta la storia del figlio queer di una rifugiata viet­namita che lavorava in un salone di manicure, cresciuto povero nel New England facendo i conti con l’eredità della guerra. Le sue opere dipingono un affresco della vita dei millennial e della silenziosa tempesta che è stata la crisi degli oppioidi prima ancora che fosse chiamata così. Spiegano inoltre che c’è una bellezza innata nella dura lotta per la sopravvivenza degli immigrati di prima generazione.

L’intimità e la vulnerabilità della sua scrittura hanno fatto di questo trentenne un autore di culto. Vuong, vestito con una camicia e pantaloni a vita alta, sembra un indossatore. “Mi viene in mente Joan Didion”, dice, riferendosi al suo fisico asciutto. La giornalista statunitense era così discreta e poco minacciosa che, raccontava, “le persone dimenticano quanto la mia presenza sia contraria ai loro interessi”. “L’invisibilità, che è un ostacolo costante per gli asiatico-americani, è un vantaggio perché mi permette di osservare chiunque”, dice Vuong. “Sta a me trasformare questa limitazione in un superpotere”.

Vuong si sta preparando all’uscita del suo ultimo libro, una raccolta di poesie intitolata Time is a mother (Il tempo è una madre). È il suo primo lavoro dopo la perdita della madre, la sua “stella polare”, morta di cancro alla fine del 2019. “Tutto quello che ho fatto l’ho fatto per lei”, dice. La decisione di scrivere queste poesie non è stata presa per elaborare il dolore, anche se chiunque abbia perso un genitore si ritroverà sicuramente nella nuova raccolta. “Non è che se gli muore la mamma uno subito dice: ‘Ora scriverò un libro’”. Il ritorno alla poesia è dovuto al fatto che Vuong stava “lavorando per raggiungere un piacere, e la poesia è il luogo in cui ne provo di più”.

L’HanGawi è un ristorante vegetariano. Anche Vuong è vegetariano, o meglio, quasi. Mangia la salsa di pesce, altrimenti, dice, “mi toglierebbero i documenti viet­namiti”.

Mito e realtà

La famiglia è al centro dell’opera e della vita di Vuong. Ma lui spesso aggiunge elementi di fantasia, confondendo critici e lettori. “Non credo che potrei mai scrivere le mie memorie. Perché mi piace inventare storie. Per me tutto comincia con l’autobiografia, ma poi subentra il mito”. Vuong inoltre fa fatica a parlare del modo in cui ha superato la tossicodipendenza. “È stato come un incidente d’auto. E ne sto ancora uscendo”, spiega.

Vuong è nato in Vietnam. Il nonno materno era un soldato statunitense che tornò negli Stati Uniti dopo la guerra, lasciando in Asia la nonna e la madre di Vuong. Fuggì dal paese nel 1989, approdando alla fine a Hartford, nel Connecticut, dove la madre lavorava in un salone di manicure.

Negli ultimi mesi si è abituato al fatto che i lettori lo avvicinino per strada, confessandogli dolori o segreti

Studente poco brillante, Vuong ha frequentato una scuola di economia per un semestre prima di abbandonarla e iscriversi alla City university di New York per studiare poesia. “Ho pensato che avrei potuto dire a mia madre qualsiasi cosa”, dice. “Potevo dirle che era una laurea in legge. Volevo solo quel pezzo di carta”. Un giorno, sentendo i compagni di università ridere per una battuta su Shakespeare che lui non capiva, si è sentito “davvero indietro”.

Così si è messo in pari. “Leggevo camminando, leggevo in treno. Ho finito Guerra e pace durante le due ore di viaggio da Flushing (una zona del quartiere Queens di New York)”. Imparare a leggere per lui “è stato come sbarcare a terra dopo un naufragio”.

Arrivano le nostre insalate, e Vuong avvicina i palmi delle mani, chiude gli occhi e pronuncia una preghiera silenziosa. Il tempo di un battito di ciglia. Quando glielo chiedo, mi risponde che si tratta di un’invocazione buddista. “È un pensiero rivolto alle persone coinvolte nel portare qui questo piatto, dedicata al fatto che hanno una vita e un nome, e che non si tratta di una cosa venuta fuori dal nulla”, dice. “Di solito mi vergogno a farlo, può sembrare una cosa molto artificiosa”.

Dopo la morte della madre, Vuong ha trovato conforto nei rituali buddisti del lutto, lasciandosi cadere ripetutamente sul pavimento del tempio e prostrandosi in un profondo inchino. “Il dolore che si prova dentro di sé si mimetizza con il dolore che c’è fuori. C’è un motivo per cui gli antichi l’hanno fatto per migliaia di anni. Qualcuno ha capito che battendoci le ginocchia, ci si sente meglio”. Una volta che il dolore svanisce, dice, “arriva il momento di fare i conti con la memoria”.

Vuong lavora come professore associato all’università del Massachusetts ad Amherst, dove insegna poesia. A volte deve avere a che fare con studenti difficili e si sorprende a pensare: “Un giorno perderanno la madre. E provo compassione per loro, per quel momento di bilanci verso il quale si stanno dirigendo”.

Le nostre insalatiere vengono portate via e arriva il secondo. Vuong comincia a mangiare i suoi vermicelli, imperturbabile di fronte alla paura che mi assale quando mi rendo conto che i miei ravioli al vapore sono enormi e molto instabili. Comincio a tagliarli a metà con il lato di una bacchetta, accettando silenziosamente il fatto che potrei saltare questa portata.

Un atto di ribellione

La raccolta Time is a mother è nata dal suo dolore, dice Vuong, e l’ha liberato. “È successo qualcosa di strano quando è morta mia madre”. Time is a mother è quello che succede “quando espongo tutto me stesso su una pagina”, aggiunge. I suoi primi libri erano austeri e dimostravano che aveva compreso il canone e che meritava un posto alla tavola degli scrittori. Time is a mother invece contiene più cultura pop, compresi i testi del rapper Lil Peep, morto nel 2017. “Ho cominciato una poesia con la parola ‘Ehi’. Mi ci sono voluti quindici anni”, dice Vuong. Nei nuovi scritti ha rinunciato al controllo stretto sulla lingua delle sue opere precedenti, e ci sono “più cadute e caos”, più bellezza. È un atto di ribellione espresso in un linguaggio non puramente ornamentale.

Vuong attualmente vive a New York come artista residente presso la New York university, dove ha conseguito il master in belle arti. Mi mostra una foto del suo studio, con pile di libri e diverse paia di scarpe al centro del pavimento, come se le avesse abbandonate mentre si dirigeva verso la scrivania. “È davvero il cliché dello studio di un artista.”. L’assoluta concentrazione che dedica al lavoro gli impedisce anche di prendere la patente, dice ridendo. Suo fratello minore è un buon guidatore, dice, e lo stesso vale per Peter, il compagno di Vuong da quindici anni. Il poeta non sa guidare o compilare moduli, ma ama lavare i piatti. “Credo che questo sia il segreto della convivenza”, dice. “Il punto è conoscere i propri limiti e poi colmare le lacune dell’altro”.

Biografia

1988 Nasce a Ho Chi Minh, in Vietnam.

1989 Fugge dal paese insieme alla famiglia. Approdano in un campo profughi nelle Filippine e poi ottengono asilo negli Stati Uniti, trasferendosi nel Massachusetts.

1999 Impara a leggere all’età di undici anni.

2007 Comincia la relazione con il suo attuale compagno, Peter.

2016 Pubblica la sua prima raccolta di poesie, Cielo notturno con fori d’uscita, che vince il prestigioso Whiting award ed è tradotto in molti paesi.

2020 Pubblica il suo primo romanzo, Brevemente risplendiamo sulla terra.


Quando suo cugino è stato arrestato, è toccato proprio a Vuong, il tutore della famiglia, pagare la cauzione per farlo uscire di prigione. “La settimana prima stavo facendo un reading a Harvard”, racconta. “Poi ho avuto questo momento kafkiano in cui ho dovuto cercare su Google ‘come pagare una cauzione’ il più velocemente possibile”.

Arrivano i nostri piatti principali e la mia ciotola di pietra sfrigola ancora per il calore, tostando i bordi dei chicchi di riso. Quello che ha scelto Vuong sembra più saporito e lo invidio.

Invisibile ai passanti

Negli ultimi mesi Vuong si è abituato al fatto che lettori lo avvicinino per strada, confessandogli dolori o segreti, e che gli spieghino quanto s’identificano nei suoi scritti. “Pensavo che l’anonimato sarebbe stato quasi garantito a New York. Invece non possiedo più nulla, non possiedo più neppure me stesso”, dice. Diffida di tutto quello che deriva dalla celebrità letteraria: i reading in pubblico o le uscite sul New Yorker. “Sono cresciuto in un contesto molto lontano da questo. Rispondevo al telefono nei saloni per la manicure dove lavorava mia madre. E questa cosa mi sta aiutando molto a non perdere la testa”.

Vuong sente di avere qualcosa in comune con gli artisti più riservati e che si rendono invisibili ai passanti. È intrigato dalla privacy raggiunta da autori come Thomas Pynchon e J.D. Salinger. Legge ossessivamente le biografie degli scrittori, cercando di cogliere dettagli essenziali del loro modo di vivere e di comporre opere.

Ho appena finito di leggere l’autobiografia del regista Frank Capra e la cosa che mi ha colpito di più, racconto a Vuong, è che l’influenza spagnola – anche se quasi uccise Capra e decimò i suoi compagni di caserma nell’esercito – è trattata in una sola pagina. “Ai miei studenti dico sempre: ‘State scolpendo il linguaggio tanto quanto lo state creando’. Quello che non dite racconta ancora di più di quello che dite”, spiega Vuong. “Il fatto che quel passaggio sia così breve lo rende ancora più traumatico”.

La poesia è da tempo il linguaggio usato per parlare di orrori che non possiamo esprimere in altro modo. Le immagini dell’invasione dell’Ucraina, racconta Vuong, lo spaventano per la loro familiarità, per la monotonia della guerra che fa capolino da un decennio all’altro: “La guerra è un corpo accanto a un carro armato”, aggiunge. Vuong è apprezzato per aver dato voce ai postumi generazionali della guerra, ai suoi strascichi e alle amarezze che rimangono nel sangue. “Mentre guardavo le notizie, mi chiedevo quale scrittore sarebbe emerso da tutto questo”. La sua voce si blocca mentre racconta una storia sulla poeta russa Anna Achmatova. Nella sua opera Requiem Achmatova descrive il momento in cui una donna anziana, che come lei aveva un figlio in una prigione di Leningrado durante il periodo delle epurazioni staliniane, le chiese: “Puoi descrivere tutto questo?”. E la poeta rispose: “Posso”. Vuong deglutisce, trattenendo a stento l’emozione. “Ci sono tante Anna Achmatova che si stanno formando lì. E non vedo l’ora di conoscerle”.

Ci portano via i piatti e mangiamo il dessert, un gelato al cioccolato vegano. Siamo entrambi intolleranti al lattosio e armati di pillole per la digestione, che però oggi non ci serviranno. Vuong mi confessa che è preoccupato dalla normalizzazione della violenza nella lingua inglese, dove si usano sempre più spesso parole come “You smashed it” (l’hai distrutto) o “You killed it” (l’hai ucciso) per dire che una persona fa una cosa molto bene. “Il Vietnam è un paese grande come la California ed è in guerra da duemila anni. C’è una tale consapevolezza della morte e della violenza che parlarne è un tabù. Dire ‘morte’ significa invitarla a entrare. Noi vietnamiti siamo molto attenti a questo aspetto”, commenta.

Gli Stati Uniti sono un paese relativamente giovane, ma il loro potere economico e il mito delle origini ingannano. Oggi pensano di avere una lunga storia alle spalle. “C’è dell’arroganza in questo”, dice Vuong. “Non riescono a guardare il Vietnam e a riconoscere che è molto più avanti spiritualmente e nei costumi, perché ha attraversato tanti cicli di guerra”. Secondo Vuong l’opera di scrittori non bianchi è usata come “un bus turistico” e come uno strumento d’assoluzione morale per i lettori bianchi quando si verificano orrori per i quali non si è preparati o con i quali non si vogliono fare i conti. Dopo la sparatoria nei centri per i massaggi ad Atlanta nel 2021, nella quale sono morte otto persone tra cui sei donne di origine asiatica, l’agente di Vuong l’ha chiamato per dirgli che le vendite del suo libro erano aumentate. “Avete idea di come ci si senta a essere importanti quando vengono uccise donne asiatico-americane?”, dice. “Per quale motivo è necessario leggere delle nostre vite per sentire che vale la pena preservarle?”.

Dopo aver pagato il conto, cominciamo a parlare della sua nuova casa a Northamp­ton, in Massachusetts, e del mercato dell’antiquariato di Brimfield che si svolge lì vicino alcune volte all’anno. Emozionato, Vuong estrae dalla borsa un antico borsellino da artigliere in pelle, comprato al mercato, che ora usa come portafoglio. Soldi, una piccola arma per tenere a distanza gli angoli bui del mondo. Vuong si prende cura della sua famiglia; è il primo di loro a guadagnare più di 18mila dollari all’anno, dice.

Quello che non si può cambiare

La svolta per lui è arrivata nel 2019, quando ha vinto la borsa di studio della MacArthur foundation, una delle principali organizzazioni filantropiche statunitensi. Conosciuta anche come genius grant (borsa di studio dei geni), assegna a ogni vincitore 650mila dollari da spendere come preferisce. “È stato come il bat-segnale”, commenta il poeta, “da quel momento ho capito che tutti i miei problemi si sarebbero risolti, almeno dal punto di vista economico”. Ma Vuong continua a lottare con quello che non può cambiare, frustrato dal fatto che sua madre sia morta prima che lui potesse prendersi cura di lei.

Torniamo al linguaggio. Il poeta è sempre consapevole delle parole con cui viene descritto: sparsi tra gli aggettivi ci sono tanti “eppure” e “nonostante”. “Sorprendentemente eloquente nonostante la sua apparenza da preadolescente”, è uno di quelli che cita mentre siamo seduti al nostro tavolo ricoperto di kimchi. Queste contraddizioni e il rifiuto di vederlo così com’è lo lasciano perplesso. “In vietnamita, il verbo ‘fare’ equivale a ‘essere’”, dice Vuong. “Una persona non è un figlio, ma fa il figlio. Dobbiamo faticare per guadagnarci la nostra posizione nel mondo. Anche nella nostra famiglia. Essere una madre, fare la madre. A volte, detta così, per me la cosa ha più senso”. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1463 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati