In Polonia la disputa tra sostenitori e oppositori della settimana lavorativa di quattro giorni si è trasformata in un altro capitolo dello scontro tipicamente polacco in cui le parti vogliono così tanto avere ragione che non si preoccupano minimamente di ciò che pensano gli avversari. Due fazioni impermeabili alle informazioni che non gli piacciono si rivolgono a vicenda epiteti poco raffinati. Cosa si può chiedere di più per non prendere sul serio questo tema?
Alla fine del 2025, quando dal ministero del lavoro, della famiglia e delle politiche sociali sono trapelati i primi dettagli del progetto pilota nazionale per ridurre l’orario di lavoro, l’agenzia interinale Manpower ha fatto un sondaggio per capire cosa ne pensavano i polacchi. Un intervistato su cinque ha dichiarato che non gliene importava niente, perché nella sua vita professionale quell’idea non avrebbe mai preso forma.
Il ministero, però, ha sorpreso gli scettici. Al primo test nazionale, partito il 1 gennaio 2026, partecipano cinquemila dipendenti di novanta aziende ed enti selezionati tra duemila candidati. Erano sorpresi anche i sostenitori del progetto. La ministra del lavoro Agnieszka Dziemianowicz-Bąk ha tenuto a sottolineare che grazie a lei la Polonia ha avviato il più grande esperimento di questo tipo mai fatto in Europa.
“Sta già succedendo”, si è vantata l’esponente di Lewica (Sinistra, uno dei partiti che sostiene la coalizione di centrosinistra guidata da Donald Tusk) sui social media. In effetti, tra i precedenti tentativi organizzati nel Regno Unito, in Svezia, Islanda, Portogallo e Germania, solo quello britannico aveva dimensioni paragonabili: 3.300 dipendenti di 61 aziende.
Alcune indicazioni
Ma il progetto polacco può essere considerato un caso singolare anche perché ha fornito alcune indicazioni già prima di partire. Ha dimostrato infatti che in Polonia le grandi imprese non hanno fretta di mettere mano all’orario di lavoro: nessuna delle società quotate nell’indice Wig20, cioè le venti principali aziende della borsa di Varsavia, ha partecipato. Tra quelle che hanno aderito è difficile trovarne una nota ai cittadini comuni. Al programma partecipano solo due imprese con più di 250 dipendenti. Nella lista sono invece sovrarappresentati gli enti comunali, come le aziende idriche e i centri culturali, e c’è perfino un istituto per l’assistenza sociale. Non mancano poi biblioteche e uffici di collocamento. Tra chi critica la sperimentazione questo ha immediatamente suscitato commenti ironici sulla produttività in Polonia: con quasi cinquanta milioni di zloty (circa dodici milioni di euro) – la somma stanziata dal governo per il progetto pilota – lo stato capirà se ha la forza di resistere con le biblioteche aperte un giorno in meno.
L’incognita più grande
Per le grandi aziende l’adesione al programma era un gioco che non valeva la candela. La prima incognita era l’effetto, difficile da prevedere, sulla produttività: il ministero chiede che almeno la metà del personale prenda parte al test e allo stesso tempo limita l’importo massimo della sovvenzione a un milione di zloty (circa 240mila euro).
Durante l’esperimento, inoltre, le aziende non possono ridurre il numero di dipendenti di più del 10 per cento. Molte hanno rinunciato dopo aver scoperto che almeno il 75 per cento dei dipendenti inclusi nel test dev’essere assunto con un contratto regolare.
La nazione più oberata di lavoro è la Grecia, con una media di 39,8 ore settimanali
È difficile quindi non pensare che il ministero abbia imposto il progetto pilota sfidando la realtà del lavoro polacco e solo per fare un dispetto agli alleati di coalizione, meno progressisti. È significativa l’inerzia del ministero dei beni statali, guidato da Wojciech Balczun, un esponente della vecchia guardia di Tusk.
Il dicastero detiene partecipazioni nella maggior parte delle principali aziende polacche, ma non ha mosso un dito per convincere i consigli d’amministrazione a impegnarsi anche solo simbolicamente.
Il progetto pilota, quindi, ha diviso il governo ancora prima di cominciare, proprio come l’idea di ridurre l’orario di lavoro divide i polacchi. Nel sondaggio della Manpower il 65 per cento degli intervistati si è detto favorevole (ma di questi solo il 36 per cento era un sostenitore convinto); il resto ha mostrato indifferenza o contrarietà, il più delle volte per il timore che la riduzione dell’orario di lavoro comporti anche meno guadagni. Gli scettici hanno sottolineato di non essere sicuri che negli altri giorni non dovranno sgobbare ancora di più.
La questione da discutere, invece, dovrebbe essere se la Polonia sia già, come sostiene il ministero del lavoro, un paese sufficientemente sviluppato a livello economico da affrontare un cambiamento simile e valutarne le conseguenze. Un’ulteriore crescita del pil e del tenore di vita, che piaccia o no, finirà comunque per ridurre la settimana lavorativa polacca. I dati dell’Eurostat mostrano che in un decennio, tra il 2014 e il 2024, l’orario di lavoro medio nei paesi dell’Unione europea è passato da 37 a 36 ore.
Statisticamente la nazione più oberata di lavoro è la Grecia, con una media di 39,8 ore settimanali per dipendente a tempo pieno. Un gradino più in basso si piazzano la Bulgaria e la Polonia (39 ore settimanali ciascuna). Chiudono la classifica i Paesi Bassi, con appena 32 ore. Se lo sviluppo economico dipendesse solo dal numero di ore passate al lavoro, i 18 milioni di olandesi non avrebbero potuto costruire un’economia che vale più di mille miliardi di dollari. Il loro posto sarebbe invece occupato dai greci. La Polonia senza dubbio non è ancora al livello dei Paesi Bassi ed è un peccato che quelli che appoggiano la riduzione dell’orario di lavoro non tengano conto di quest’argomento.
Questo progetto pilota avrebbe sicuramente potuto essere preparato meglio. Si poteva snellire il contorno politico dell’iniziativa, visto che la ministra Dziemianowicz-Bąk lo vende pubblicamente quasi come un rimedio a tutti i problemi della vita economica e sociale polacca. È mancato anche un segnale chiaro che la Polonia stesse avviando un esperimento coraggioso. Una cosa però va riconosciuta alla ministra: ora la Polonia entra nel dibattito globale sul futuro del lavoro. Soprattutto del lavoro in chiave europea, cioè regolamentato e legato alle prestazioni sociali. Ma, più che in Polonia, gli attacchi al modello di sviluppo del vecchio continente risuonano profondamente in Italia e Germania, paesi ormai immersi nella stagnazione. Il messaggio è semplice: bisogna liberare gli imprenditori dalla burocrazia europea, perché solo le deregolamentazioni permetteranno di stare al passo con la Cina. Chi sostiene questo, tuttavia, preferisce sorvolare sul fatto che il modello cinese comporta, tra le altre cose, una settimana lavorativa di 44 ore. Ed è un peccato, perché il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro è anche un dibattito sul fatto che lo stato e la società, concentrati esclusivamente sulla crescita della produttività, siano in grado di svilupparsi anche in altri ambiti.
Per la Polonia potrebbe essere interessante il caso della Corea del Sud, che ha attribuito al lavoro uno status quasi religioso. Da anni i sudcoreani guidano le classifiche dei paesi dove si lavora di più e in modo più efficiente. Nel 2018 il governo ha perfino deciso di limitare il numero di ore di straordinario da 18 a 12 alla settimana, per garantire un equilibrio tra lavoro e vita privata.
Il risultato è che negli ultimi decenni la Corea del Sud è entrata nell’élite dei paesi ricchi, pagando però il prezzo di un disastro demografico: nel 2024 a ogni donna sudcoreana corrispondevano in media 0,75 figli. Alcuni studi hanno evidenziato lo stretto legame tra lo stile di vita sudcoreano, interamente assorbito dal lavoro, e la disponibilità ad avere figli, ma lo stato non ha ancora trovato una soluzione al problema.
La settimana lavorativa ridotta non è ovviamente il rimedio alla crisi demografica. Le previsioni indicano che ancora per qualche anno il mercato del lavoro polacco dovrà fare i conti con la carenza di manodopera, soprattutto tra le professioni poco retribuite e che non richiedono qualifiche. A questa situazione si aggiungono due grandi incognite: oggi è difficile prevedere dove spingeranno il lavoro polacco i venti geopolitici che stanno rimescolando la globalizzazione; inoltre non si conosce ancora l’impatto della rivoluzione industriale provocata dall’intelligenza artificiale.
Potrebbe succedere che tra qualche anno quelli che oggi si oppongono alla riduzione dell’orario di lavoro finiscano per pretenderla. ◆ sb
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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati