Sette mesi fa, chiacchierando con un amico giornalista, il presidente argentino Alberto Fernández aveva dichiarato che avrebbe “messo fine a vent’anni di kirchnerismo”, riferendosi al populismo di sinistra incarnato da Néstor Kirchner e Cristina Fernández de Kirchner. Un’affermazione curiosa, considerando che del kirchnerismo Alberto Fernández era considerato il rappresentante al potere. Il suo obiettivo, a quanto pare, era farsi rieleggere e poi farlo dimenticare. E invece, non avendo il sostegno necessario, il peronista Fernández non ha potuto nemmeno presentarsi alle elezioni e sarà ricordato come il presidente più impalpabile della storia argentina. Detto questo, è probabile che la sua profezia si avveri, perché il kirchnerismo rischia di scomparire presto dal panorama politico argentino. A seppellirlo sarà Sergio Tomás Massa, un personaggio singolare, grazie a Javier Gerardo Milei, un personaggio inquietante.

Massa è stato il più votato al primo turno delle presidenziali del 22 ottobre, nonostante Milei pensasse di essere in vantaggio e sperasse addirittura di vincere senza dover ricorrere al ballottaggio. Il risultato in effetti è sorprendente. Da settimane l’unica certezza era che, dopo la fine di un governo disprezzato da tutti, i peronisti non avessero la minima possibilità di conservare il potere. Per riuscirci, davanti alla minaccia di perdere tutto, hanno messo sul tavolo la loro esperienza decennale e i trucchi di sempre – prebende, soldi, riscossione di vecchi debiti, sfruttamento di vecchie alleanze – ma soprattutto hanno approfittato di un nemico apparentemente insuperabile.

Il trionfalismo narcisista di Javier Milei ha diviso la destra e ha fatto in modo che il 36 per cento dei voti ottenuto da Massa fosse sufficiente per vincere il primo turno

Massa deve il suo trionfo (parziale) a Milei in almeno due sensi: da un lato il carattere squilibrato dell’economista ultraliberista ha spaventato milioni di persone, contribuendo a creare il miracolo in cui un terzo abbondante degli argentini ha votato per un ministro dell’economia che ha portato l’inflazione al 140 per cento e la povertà al 40 per cento. Dall’altro, il trionfalismo narcisista di Milei ha diviso la destra e ha fatto in modo che il 36 per cento dei voti ottenuto da Massa (peggior risultato peronista della storia) fosse sufficiente per vincere il primo turno.

Tra un mese si tornerà alle urne. Possono succedere molte cose, ma allo stato attuale il peronista Massa ha molte più probabilità di vincere rispetto al paladino del libero mercato Milei. Al suo 36 per cento, Massa aggiungerà il 7 per cento di Juan Schiaretti (un altro peronista) e il 3 per cento della sinistra. A quel punto gli basterà incamerare il 4 o 5 per cento del 23 per cento ottenuto da Patricia Bullrich, un’ex ministra di destra. È uno scenario plausibile, perché all’interno dell’alleanza della destra ci sono migliaia di persone che non voterebbero mai per Milei.

Massa ha proposto un governo di unità nazionale di cui facciano parte i migliori “senza fare caso all’appartenenza politica”, e ha annunciato che la frattura tra gli argentini kirchneristi e antikirchneristi è stata ricomposta. È stato il suo modo per dichiarare che il kirchnerismo è finito, ma anche per inaugurare un nuovo peronismo.

Fino a poco tempo fa tutti davano per morto il peronismo, ma si sbagliavano. Il peronismo non muore perché non esiste, perché può trasformarsi in qualsiasi cosa. Dalla sua creazione, ormai 78 anni fa, è stato nazionalista mussoliniano, operaio e resistente, guevarista, socialdemocratico, democristiano, neoliberista e tanto altro. In ogni contesto ha saputo adattarsi alle rivendicazioni della gente, perché in realtà la sua essenza è rimasta intatta, quella di una macchina per ottenere e mantenere il potere. I Kirchner l’hanno fatto per decenni. Dopo anni di governo neoliberista nella loro provincia, si sono trasformati in statalisti falsamente di sinistra perché la situazione lo richiedeva. Ora non ci resta che scoprire cosa farà Sergio Massa, mago del mimetismo. Quale posizione gli converrà adottare?

Per prima cosa dovrà convincere milioni di persone, soprattutto i giovani, che vale ancora la pena sostenere la democrazia. In un recente sondaggio il 50 per cento degli argentini ha ammesso che accetterebbe una dittatura se fosse in grado di risanare l’economia. Questa è la base di Milei, ma anche la minaccia più brutale alla convivenza. Massa dovrà conquistare queste persone, anche se al momento non è chiaro come possa riuscirci.

Se vincerà, avrà bisogno di una base solida per chiedere agli argentini di fare i sacrifici necessari a rimettere in sesto l’economia. Non è detto che bastino le parole. Chiunque governi dovrà usare una certa forza, e Massa non sembra la persona indicata a prendere decisioni difficili. Ma magari questa sarà la sua ennesima trasformazione. Il massismo, la grande incognita del momento, sta per compiere i primi passi. Il peronismo continua a resuscitare, sempre diverso, sempre uguale. E l’Argentina lo subisce e al tempo stesso lo celebra. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1535 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati