Ammettiamo che Donald Trump abbia ragione sulla Groenlandia, cioè sul fatto che la Russia sta pianificando di annettere l’isola per espandere la sua area d’influenza sull’Artico. Se fosse così, Trump starebbe solo cercando di contrastare le mire russe. E il Cremlino dovrebbe preoccuparsi, soprattutto considerato che negli ultimi tempi ha incassato diverse sconfitte in politica estera, per esempio in Venezuela e in Siria, e forse presto anche in Iran. La dirigenza russa, invece, sta reagendo con grande serenità, perfino con un certo compiacimento. Sulla questione negli ultimi giorni il presidente Vladimir Putin ha lasciato parlare i suoi falchi. L’ex presidente Dmitrij Medvedev ha spronato Trump via Telegram a “sbrigarsi con la Groenlandia”, altrimenti Mosca potrebbe annettere l’isola con un “referendum a sorpresa”. Poi su X ha scritto che gli europei “se la farebbero sotto” e “cederebbero l’isola”. Kirill Dmitriev, negoziatore di Putin per la pace in Ucraina, ha postato una foto di Trump con il dito medio alzato, un gesto “rivolto all’Unione europea e al Regno Unito”. Da ultimo, il portavoce Dmitrij Peskov ha dichiarato che, se annettesse davvero la Groenlandia, Trump “entrerebbe nei libri di storia”.
Il fatto che i dirigenti russi incitino Trump e osservino con una certa malizia quello che sembra il conflitto più serio mai esploso all’interno della Nato non deve stupire. In fondo Putin cerca da sempre di creare fratture nel patto euroatlantico. Forzando una rottura con l’Europa senza bisogno di interventi russi, Trump sta facendo un regalo a Mosca.
Le reazioni del Cremlino hanno però anche ragioni politiche molto concrete. Putin spera di trarre vantaggi nel negoziato sull’Ucraina dalla disputa interna al blocco occidentale. A dicembre sembrava che gli europei fossero riusciti a far assumere a Trump una posizione più favorevole a Kiev, accettando l’idea di dare agli ucraini garanzie di sicurezza statunitensi. Ma se Washington oggi minaccia militarmente la Danimarca, un paese della Nato, e propone dazi punitivi per la Germania e la Francia, allora l’impegno per l’Ucraina rischia di perdere ogni valore.
Se la guerra continuerà, all’Ucraina servirà ancora il sostegno di un occidente unito. Kiev resterà dipendente dagli armamenti statunitensi: missili per la contraerea, munizioni di artiglieria, sistemi lanciarazzi Himars e molto altro. A pagare le armi dovrebbero però essere gli europei. I quali, già prima della crisi groenlandese, erano divisi sulla questione. Il presidente francese Emmanuel Macron, per esempio, ha chiesto che i soldi europei vadano soprattutto ai produttori di armi del continente. A questo punto dibattiti del genere rischiano di diventare ancora più accesi.
Dal punto di vista di Putin i vantaggi a breve termine di queste spaccature superano probabilmente tutti i potenziali problemi futuri legati all’aumento della presenza statunitense nell’Artico voluto da Trump. Dal punto di vista strategico, la Russia e gli Stati Uniti sono effettivamente potenze rivali nella regione. Entrambi considerano l’Artico una fonte importante di materie prime come petrolio e gas.
Per questo negli ultimi anni Mosca ha investito miliardi di euro in navi rompighiaccio, sottomarini a propulsione nucleare, petroliere capaci di navigare tra i ghiacci, nuovi porti e aeroporti artici. Allo stesso tempo, tuttavia, il presidente russo ha fatto capire che la sua vera priorità è la guerra in Ucraina. Per il Cremlino, quindi, la disputa sulla Groenlandia, che terrà occupati europei e americani ancora per un po’, è un dono graditissimo. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati