Ho visitato per la prima volta il Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), nel 1994. C’era stato il genocidio in Ruanda e al pronto soccorso di Goma vidi file di sopravvissute alle violenze sessuali scappate dal paese vicino. Più di venticinque anni dopo si continua a soffrire nello stesso posto, per le stesse ragioni. Questa volta sotto accusa sono gli operatori umanitari che dal 2018 al 2020 sono stati inviati in questa parte del paese dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e da alcune ong per fermare l’epidemia di ebola. Questi lavoratori avrebbero preteso favori sessuali da donne e ragazze che svolgevano mansioni di basso livello nelle loro organizzazioni. Nel 2019 un primo rapporto, completo delle testimonianze delle vittime, aveva spinto l’Oms a indagare. Un successivo documento di una commissione indipendente ha individuato almeno 83 presunti colpevoli. Molte donne sono state costrette ad avere rapporti sessuali senza preservativo, altre sono rimaste incinte e hanno avuto dei figli, altre ancora sono state costrette ad abortire. Le conseguenze psicologiche e sociali, nonché lo stigma attribuito alle vittime, hanno rovinato intere famiglie. Nel rapporto si descrive un quadro agghiacciante di abusi sistematici.

Una lunga storia

Nell’est della Rdc gli stupri sono sempre stati molto diffusi e, durante l’ultima crisi dell’ebola, si sono moltiplicati gli attacchi al personale sanitario. L’Oms voleva organizzare una risposta all’epidemia migliore di quella che aveva dato in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, per cui era stata criticata. Perciò aveva deciso di ampliare rapidamente le sue forze, arrivando a 2.800 operatori. Questo non giustifica, però, l’uso di personale non addestrato e non sufficientemente controllato, né dei sistemi di gestione che hanno minimizzato le denunce, ostacolato le testimonianze e rallentato le inchieste. Non è la prima volta che si denunciano violenze sessuali nelle operazioni umanitarie. Casi eclatanti hanno coinvolto il personale di Oxfam ad Haiti, alcuni dirigenti di Save the children e certi rami locali della federazione della Croce rossa/Mezzaluna rossa. Alcune agenzie delle Nazioni Unite sono state implicate in uno scandalo in Africa occidentale in cui si offriva da mangiare in cambio di sesso. La risposta è sempre la stessa: l’organizzazione si scusa, promette di fare meglio e crea uffici che si occupano dello sfruttamento sessuale e degli abusi. Per evitare l’imbarazzo pubblico – che allontanerebbe i finanziatori – non persegue i colpevoli ma li licenzia con discrezione.

Anche tra le operazioni di mantenimento della pace c’è una lunga storia di scandali sessuali, dal Kosovo all’Rdc. All’Onu non mancano i proclami e le iniziative contro la violenza e lo sfruttamento sessuali. L’organizzazione ha una politica di tolleranza zero, un coordinatore speciale, una tanto sbandierata strategia di contrasto e molti strumenti per la gestione del rischio e la formazione. È un sistema lodevole, ma destinato al fallimento. L’Onu ha scarso potere sui militari coinvolti, se non quello di rimandarli a casa. Pochi vengono puniti una volta tornati nei loro paesi. Spesso non s’indaga sulle accuse, e i casi sono chiusi per “mancanza di prove”. Le vittime vengono abbandonate, e non hanno nemmeno la consolazione di vedere il proprio carnefice chiamato a rispondere delle sue azioni. Temendo un effetto a catena, l’Onu non offre neanche un risarcimento.

L’ingiustizia è evidente. Le persone sopravvissute a una violenza sessuale dovrebbero ricevere una compensazione monetaria, oltre che sostegno medico e psicosociale. Si dovrebbe fare di tutto per trovare i responsabili e portarli in tribunale. Infine i dirigenti di organizzazioni come l’Oms, che non hanno garantito un ambiente di lavoro sicuro, dovrebbero essere sanzionati per i loro errori. In questo modo “chiedere scusa” non sarebbe un gesto vuoto e la “tolleranza zero” non si ridurrebbe a uno slogan. ◆ ff

Mukesh Kapila è professore di salute globale e affari umanitari all’università di Manchester, nel Regno Unito.

Questo articolo è uscito sul numero 1431 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati