Il 10 ottobre i miliziani huthi hanno bombardato l’aeroporto Re Khalid nella capitale saudita Riyadh. L’attacco ha causato tredici morti e più di trecento feriti. Si tratta dell’aggressione più letale registrata in un paese del golfo Persico da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la loro guerra contro l’Iran a febbraio. Per l’Arabia Saudita, un paese non abituato a questi eventi, il bilancio delle vittime rischia di provocare una reazione sanguinosa.
Nell’ultimo anno il Golfo è entrato in un’era d’instabilità da cui non si potrà tornare indietro. Sembra un’esagerazione (dopotutto le vittime sono state poche se paragonate ai numeri di Gaza e dell’Iran), ma l’erosione della pace in paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti sta cambiando la regione più di quanto i suoi leader siano disposti ad ammettere.
La regione è entrata in un’era d’instabilità da cui non si potrà tornare indietro. L’erosione della pace in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti sta peggiorando la situazione
Il primo avvenimento impensabile risale a poco più di un anno fa quando l’Iran ha lanciato dei missili contro una base aerea in Qatar che ospita truppe statunitensi, per rappresaglia contro i bombardamenti di Washington sugli impianti nucleari iraniani. In quel caso c’era stato un avvertimento e una forma di coordinamento, era una mossa compiuta dagli iraniani per salvare la faccia. Eppure, poco dopo, senza preavviso, Israele ha colpito Doha prendendo di mira alcuni dirigenti di Hamas e uccidendo cinque palestinesi e un qatariota. In quel momento la sovranità dei paesi del Golfo ha smesso di essere garantita dalla gestione dei rapporti con l’Iran e dalle alleanze con gli Stati Uniti.
Poi è arrivata la guerra contro l’Iran di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che ha trascinato il Golfo nella mischia una volta per tutte. Per rappresaglia contro quello che percepisce come un sostegno politico e militare, Teheran ha colpito l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait e l’Oman, puntando a tutta l’infrastruttura su cui si basano le economie di questi paesi. Inoltre, la sospensione della vita quotidiana, delle attività scolastiche e la chiusura degli aeroporti hanno inflitto pesanti danni.
La conseguenza più disastrosa per i regnanti del Golfo è il fatto che questi attacchi hanno compromesso l’integrazione della regione nella comunità internazionale cosmopolita in cui si stavano inserendo come destinazioni per il turismo, l’imprenditoria, lo sport e l’intrattenimento. Le monarchie avevano speso miliardi per avere la Formula Uno, società e tornei di golf e boxe, per poi vederli messi a rischio da una raffica di droni da quattro soldi. Il risultato è che ostilità rimaste a lungo sopite si stanno riattivando.
La guerra civile yemenita è cominciata nel 2014, quando i miliziani huthi sostenuti dall’Iran presero il controllo di Sanaa. Nel 2015 una coalizione guidata dall’Arabia Saudita lanciò una campagna militare per scacciare gli huthi, peggiorando la guerra civile, che da allora ha ucciso centinaia di migliaia di persone. Il conflitto si è attenuato nel 2022, con una divisione del paese tra gli huthi e un governo sostenuto dall’Arabia Saudita. Dopo il cessate il fuoco Riyadh e Teheran si sono riavvicinate.
Ma la guerra contro l’Iran di quest’anno ha rimescolato le carte, innescando una nuova avanzata degli huthi nello Yemen. La chiusura dello stretto di Hormuz ha spostato una quota importante del traffico commerciale lungo le coste yemenite, spingendo gli huthi a conquistare nuovi territori per controllare lo stretto di Bab el Mandeb sul mar Rosso, diventato uno snodo cruciale. Le tensioni sono arrivate a un livello critico a luglio, cinque mesi dopo l’inizio della guerra, quando l’Arabia Saudita ha intensificato gli attacchi contro gli huthi. I miliziani non sono semplici pedine di Teheran. Hanno le loro ambizioni e nutrono un profondo rancore verso la famiglia Al Saud, che governa l’Arabia Saudita dal 1926. Un alto funzionario huthi ha dichiarato che l’attacco del 10 ottobre serviva “per far capire al mondo” che i sauditi stanno continuando a colpire le infrastrutture yemenite, incuranti delle vittime civili.
Da un’altra prospettiva, quella a cui stiamo assistendo nella regione è un’ulteriore conseguenza dell’attacco del 7 ottobre 2023 condotto da Hamas contro Israele, e di quello che è successo dopo a Gaza, in Libano e in Iran. L’ultimo tassello che teneva insieme i difficili equilibri regionali è saltato quando Trump ha deciso che l’incolumità e la sicurezza dei suoi alleati del Golfo erano secondarie rispetto all’“escursione” in Iran, come l’ha definita lui. A settembre la Casa Bianca si è rifiutata di offrire assistenza militare all’Arabia Saudita per combattere gli huthi e ora Riyadh deve affrontare una guerra irrisolvibile.
Tutto il Golfo è nella tempesta. Trump non riesce a chiudere la guerra con l’Iran, Gaza è una ferita aperta, mentre Israele continua a bombardare il Libano. Il ritorno degli huthi rappresenta una novità in una regione frastornata, messa sotto scacco da vecchie alleanze che non funzionano più e da ostilità inedite troppo catastrofiche per essere affrontate. ◆ fdl
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati





