Certi personaggi sono possibili solo in Italia. Figure di un’intramontabile commedia dell’arte, funamboli sfuggenti sull’orlo di un precipizio. Il calcio italiano in particolare è sempre stato affollato di mecenati ebbri dell’applauso dei tifosi, a metà tra manie di grandezza e una realtà che supera la fantasia. Basta pensare a Silvio Berlusconi. Ma adesso stanno scomparendo uno dopo l’altro, spesso per lasciare il campo a investitori esteri.

Il 6 dicembre Massimo Ferrero, settant’anni, romano, imprenditore cinematografico, proprietario e fino a poco tempo fa presidente della Sampdoria, è stato arrestato per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio in alcune sue aziende. Il giudice non gli ha concesso gli arresti domiciliari perché l’imputato sarebbe troppo “spregiudicato e scaltro”. Ora Ferrero è a San Vittore, il carcere di Milano. Si è dimesso da presidente della Sampdoria. Non che avesse altra scelta, anche se le accuse non riguardano il club, almeno per ora. Il destino di Ferrero, soprannominato “er viperetta”, riempie le pagine dei giornali, e già risuona una nostalgia preventiva. Il baraccone del calcio si nutre di personaggi come lui, più che di fondi speculativi statunitensi o investitori cinesi.

Lo sport preferito di Ferrero è sempre stato superare le parodie, mostrandosi più colorito, grottesco, una caricatura di se stesso. Maurizio Crozza, maestro di satira e tifoso della “Samp”, lo aveva inserito nel suo repertorio, ma in quel ruolo non è mai stato del tutto convincente perché l’originale è insuperabile.

Ferrero ci metteva del suo tutte le domeniche, di solito allo stadio Luigi Ferraris, dove giocano le due squadre genovesi. Si presentava con giacche di cachemire, scarpe bicolori bianche e nere, sciarpe di seta che a volte avvolgeva pure sulla folta capigliatura. Le telecamere lo cercavano e non rimanevano mai deluse. Prima delle partite faceva strani gesti scaramantici. E quando parlava non c’era una frase che non contenesse imprecazioni con tanto di riferimenti anatomici da censurare. Tutti a scuotere la testa e ad aspettare la prossima battuta. Di Claudio Lotito, proprietario di un’impresa di pulizie e presidente della Lazio, un altro esponente di spicco tra quelli per cui la realtà supera la fantasia, Ferrero ha detto: “Lotito? Se c’è un matrimonio vuole fare lo sposo. Se c’è un funerale vuole fare il morto”.

L’ereditiera

Ferrero è cresciuto a Roma, a Testaccio, che una volta era un quartiere operaio. Il padre faceva l’autista di autobus, la madre aveva un banco al mercato di piazza Vittorio. A scuola ci andò poco, sentiva già il richiamo di Cinecittà. Pare che la prima volta riuscì a entrarci dentro uno scatolone per i costumi, ma forse è stato proprio lui a mettere in giro la diceria. Si dava da fare come “trovarobe”, quelli che procurano alla produzione cose e persone all’ultimo minuto: mobili del seicento, un idraulico a orari impossibili, un oggetto raro. Ottenne anche qualche piccola parte come comparsa, una volta un legionario, un’altra un bandito messicano. Quando sposò in seconde nozze l’erede di un grande caseificio della zona si trovò in tasca i soldi per produrre film in proprio. Ma diventò qualcuno solo quando un vecchio conoscente in cattive acque gli vendette le sue sale cinematografiche: il produttore Vittorio Cecchi Gori, già presidente della Fiorentina, ne possedeva più di sessanta, tra cui quelle nell’ex teatro Adriano, un’istituzione a Roma. A quel punto Ferrero era famoso, almeno nella capitale. Come abbia potuto permettersi quell’impero resta ancora oggi un mistero.

Nel 2014 Edoardo Garrone, petroliere, proprietario della Sampdoria, ha offerto a Ferrero di rilevare la società gratuitamente, a patto che si accollasse 15 milioni di euro di debiti. I genovesi dubitavano che questo romano dalla calata tipica, che avrebbe preferito comprarsi la Roma, avesse i soldi. A loro, famosi per badare al centesimo, quel gradasso non era mai piaciuto. E lui ricambiava così la loro diffidenza: “La Sampdoria la conoscevano tra Recco e Chiavari”, due comuni vicino a Genova. Ferrero aveva promesso di riportare la società ai fasti di un tempo (trent’anni fa la “Samp” vinse lo scudetto e l’anno dopo arrivò in finale di Champions league). Una pia illusione, ma c’è da dire che con Ferrero la squadra è sempre rimasta in serie A. E grazie al fortunato acquisto di alcuni giocatori, venduti poi a caro prezzo, i bilanci della società si sono chiusi quasi sempre in attivo.

Forse la Sampdoria è stata l’affare più riuscito di Ferrero. Tutti gli altri sono andati male. Aveva comprato la Airline Livingston Energy Flight per portare gli italiani ai Caraibi su voli charter, ma la compagnia è fallita presto. Delle sue sale cinematografiche romane ne sono sopravvissute solo due.

La procura di Paola, in Calabria, è arrivata a Ferrero per caso. In un’auto rubata la polizia ha trovato una ventiquattrore piena di documenti, registri, verbali di assemblea e libri contabili di quattro sue società. Qualche anno fa ne aveva spostato le sedi a sud sperando di operare indisturbato. Che con questo colpo degno del grande cinema tentasse di far sparire le carte incriminate? Secondo la procura, grazie a quelle società, gestite attraverso una serie quasi infinita di scatole cinesi, Ferrero ingannava fisco e creditori, arricchendosi. Nonostante debiti per duecento milioni di euro, era riuscito anche a comprare in leasing una Ferrari spider e uno yacht. Non aveva un soldo in tasca, ma si presentava come uno che stava per comprarsi il mondo. Certo, uno si può chiedere come abbia fatto a farla franca per tanto tempo. Ma con i potenti del calcio, venditori di fumo e di sogni, gli italiani sono sempre stati indulgenti.

Ora i tifosi della Samp, i “doriani”, sperano che il tentativo che due anni fa Massimo Ferrero aveva liquidato con qualche battuta e qualche gesto scaramantico abbia successo: all’epoca Gianluca Vialli, uno degli eroi degli anni gloriosi, avrebbe voluto comprare il club dal “viperetta”. Vialli rappresentava degli investitori statunitensi che avrebbero messo i soldi necessari. Ma gli americani hanno ancora intenzione d’investire? La squadra rivale, il Genoa, è passata di mano qualche settimana fa: il produttore di giocattoli Enrico Preziosi l’ha venduta a una cordata statunitense, 777 Partners. Si sogna in grande.

Sarebbe ipocrita considerare quello di Ferrero un epilogo sorprendente. Lui stesso ha sempre amato ripetere: “Sono nato e cresciuto a Cinecittà, dove la realtà si fonde con la fantasia”. ◆sk

Questo articolo è uscito sul numero 1440 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati