Non capita spesso che lo status quo sia auspicabile, visto che di solito oscura l’orizzonte del rinnovamento. In Italia, però, nella cabina di regia di questa repubblica dalle vicende sempre piuttosto turbolente lo status quo è per ora la migliore delle condizioni possibili. La rielezione di Sergio Mattarella alla presidenza della repubblica contro la sua stessa volontà evita un salto nel buio. Il sacrificio del “presidente di tutti”, così il quotidiano la Repubblica definisce in prima pagina il popolare uomo politico siciliano, implica che Mario Draghi, da un anno a capo di un governo di unità nazionale, rimanga alla guida del paese.

La posta in gioco era proprio questa: il futuro dell’Italia, la sua stabilità, l’attuazione delle riforme appena avviate e la gestione dei miliardi che Bruxelles ha messo a disposizione per la ripresa. E, vista l’importanza che ha il paese per la tenuta del sistema, in gioco c’era anche il futuro dell’Europa. Il binomio costituito dal democristiano discreto Mattarella e dall’ex presidente della Banca centrale europea Draghi è una protezione contro l’avventatezza dei populisti, e un’assicurazione contro ogni rischio anche per gli alleati internazionali. Sembra proprio che l’Italia non abbia mai avuto una guida più stimata e affidabile di questa.

Certo, sarebbe stato bello se finalmente una carica così importante fosse stata ricoperta da una donna. E forse sarebbe stato opportuno che dopo decenni di presidenze determinate dai partiti di centrosinistra fosse stata finalmente la destra a esprimere un capo dello stato, all’insegna dell’alternanza in cui avrebbe potuto riconoscersi la metà conservatrice del popolo italiano. Ma cosa bisogna fare se la destra italiana non è in grado di esprimere figure adeguate, a cui lei stessa sarebbe pronta ad affidare la più alta carica istituzionale? Alla sinistra è bastato attendere che la destra bruciasse i suoi candidati nel teatrino delle sette votazioni e che i parlamentari si stancassero dello spettacolo.

Le stelle si spengono

La riaffermazione dello status quo è stata accolta con un sospiro di sollievo, anche perché è riuscita a nascondere la plateale debolezza dei partiti e dei loro leader. Prima dell’elezione del presidente della repubblica si diceva che la politica, quella “con la P maiuscola”, si sarebbe ripresa il palcoscenico: del resto l’elezione del capo dello stato è il momento più alto in una democrazia parlamentare come quella italiana.

Ed è vero. Solo che stavolta all’opera c’erano troppi dilettanti: componenti di partiti populisti e contro il sistema che si sono comportati come burattinai della peggior specie. A molte italiane e a molti italiani dev’essere sembrato di assistere a uno scadente talent show.

Gli agitatori della politica italiana hanno rivelato ancora una volta la pochezza del loro repertorio e dei loro attori. Mentre si spacca la coalizione della destra nazionalista, le cinque stelle del Movimento si spengono. Nel 2023 gli italiani saranno chiamati a eleggere un nuovo parlamento, nella speranza che non dimentichino questo spettacolo d’impotenza dei populisti.

Ancora un anno, dunque, con Mario Draghi nel ruolo operativo e Sergio Mattarella a fargli da garante: non è molto, ma è di vitale importanza affinché le riforme siano portate avanti senza intoppi, e s’investa nel futuro. Non osiamo immaginare cosa sarebbe potuto succedere se questo slancio avesse subìto un rallentamento o addirittura un arresto. Ora invece, quasi spronato dallo status quo, potrebbe perfino accelerare. ◆ sk

Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati