È stato brutale, come succede quando nel Salvador svaniscono le illusioni. Il 25 marzo è stata una giornata atipica per il paese centroamericano: ci sono stati quattordici omicidi, ed è una cosa insolita da quando è presidente Nayib Bukele. Infatti dall’inizio del suo governo, nel 2019, sono passate settimane senza morti accoltellati o in una sparatoria. Ma il 25 marzo era solo un anticipo. Il giorno dopo ci sono stati sessantadue omicidi, il numero più alto degli ultimi vent’anni. Un cadavere è stato abbandonato sul ciglio di una strada, inaugurata da Bukele, che scende con un bel panorama verso Surf city, un progetto turistico voluto dal presidente per attirare investimenti.

Un cadavere diretto verso il mare, un corpo senza vita mentre il governo fa promesse. L’idea che El Salvador fosse diventato un paese meno violento e che le istituzioni avessero assunto un maggiore controllo si è sgretolata. Il 27 marzo la popolazione si è svegliata con uno stato di emergenza che le toglie libertà e, fatto ancora peggiore, con la certezza che nel paese si uccide o si smette di uccidere come prima: quando lo decidono le bande criminali.

Vorrei continuare quest’articolo parlando di fatti certi, ma ci sono solo domande. E allora farò delle domande e cercherò di dare delle risposte.

Perché tanti morti ora? Non vedo spiegazioni in cui le trattative segrete tra il governo e i gruppi criminali non abbiano avuto un ruolo determinante, se non esclusivo, in questo massacro. Non sarebbe una novità. Almeno dal 2012 i politici del Salvador trattano con i capi delle tre organizzazioni principali, che contano più di 64mila affiliati in un paese di circa sei milioni e mezzo di abitanti. Tutti i politici hanno sempre negoziato nello stesso modo: in segreto, con le cupole criminali in prigione, offrendo dei benefici carcerari. Lo ha fatto anche questo governo. Nelle trattative con le gang i politici parlano molto spesso delle elezioni in programma.

E ogni volta, quando le gang si sono sentite tradite hanno “aperto la valvola”, un’insolente metafora già comune nei corridoi politici e giornalistici del Salvador. Si sentono sempre imbrogliate e tradite. A volte i criminali che hanno imparato la politica da politici corrotti e disonesti uccidono due o tre persone in un giorno e tornano al tavolo delle trattative, come mafiosi che incendiano un locale e poi si rimettono a discutere della somma pretesa per non scatenare una guerra. Altre volte uccidono per un anno intero, come nel 2015, quando dopo la fine della tregua dichiarata dal partito Fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale (Fmln, sinistra) fu raggiunto il tasso di omicidi più alto della regione dall’inizio del secolo: 103 ogni centomila abitanti.

Il governo dice che è tutto legato al suo piano di controllo territoriale, anche se ufficialmente non ha mai presentato neppure un foglio per descriverlo nel dettaglio. El Salvador è abituato ai piani di fumo: aveva già sentito parlare del piano mano dura e di quello super mano dura, subito prima di diventare, nel 2009, il paese con più omicidi al mondo.

Controllo del territorio

Il 26 marzo 2022 il messaggio è stato molto diverso da quello offerto dal governo: i sessantadue cadaveri hanno parlato di un’amministrazione senza un piano e di bande criminali che hanno mantenuto intatto il controllo del territorio.

Da sapere
Stato d’emergenza

◆Il 27 marzo 2022 l’assemblea legislativa, su richiesta del presidente Nayib Bukele, ha proclamato lo stato d’emergenza per un mese per contrastare le violenze delle organizzazioni criminali, accusate di aver compiuto più di sessanta omicidi in un solo giorno. La polizia e l’esercito hanno lanciato un’operazione contro la Mara salvatrucha, una delle bande più pericolose del paese. A settembre 2020 il sito indipendente El Faro aveva rivelato che da più di un anno il governo negoziava in segreto con i gruppi criminali l’appoggio elettorale e la diminuzione degli omicidi in cambio di benefici carcerari.


Gli eventi di questo giorno metteranno fine alle trattative portate avanti dal governo di Bukele praticamente da quando si è insediato, nel giugno 2019? È la grande domanda a cui oggi non so rispondere. Chiunque penserebbe che ottanta omicidi in tre giorni siano una ragione sufficiente per far saltare qualsiasi trattativa con qualsiasi gruppo. Ma nel 2024 ci saranno le elezioni presidenziali e Bukele si è già spianato la strada grazie al sostegno della corte suprema di giustizia, dove ha messo giudici che lo sostengono. Il calo del numero degli omicidi è il risultato di cui si vanta di più, e nessun politico che vuole farsi rieleggere è disposto a restare senza il suo fiore all’occhiello. Né a camminare su una pozza di sangue.

Cos’ha scatenato quegli omicidi? Le fonti hanno paura di parlarne, ma nella polizia c’è chi è convinto che non si tratti di un regolamento di conti tra affiliati, dato che il profilo di molte persone uccise non corrisponde a quello di un criminale: contadini che erano al lavoro nei campi, fornai che stavano vendendo il pane, operai nei cantieri, commercianti; salvadoregni per lo più senza precedenti penali e non schedati.

Questo rafforza l’ipotesi di un messaggio scritto con i cadaveri e rivolto al governo. Nell’agosto del 2021 il giornale per cui lavoro, El Faro, ha svelato le richieste fatte al governo dalla Mara salvatrucha 13, l’organizzazione criminale più importante del paese, con oltre 40mila affiliati. Molte spingevano per un miglioramento delle condizioni di detenzione, meno violenza da parte di soldati e poliziotti nelle strade e programmi di reinserimento. Una richiesta, però, era più complessa, perché prevedeva una riforma del codice penale: la Mara salvatrucha chiedeva per i suoi uomini gli stessi diritti dei detenuti comuni, per esempio la riduzione a metà della pena per buona condotta. Una riforma simile sarebbe fortemente contestata in un paese che, con ottime ragioni, detesta le bande criminali e pretende la mano dura, non il dialogo. Su questo sentimento, sbagliando, i politici fanno leva per proporre la pena di morte o programmi durissimi vuoti di contenuto.

Negli ultimi anni le gang hanno dimostrato di avere sempre il polso delle trattative. Quando nel 2015, con la fine della tregua, i loro leader erano tornati in regime di massima sicurezza, un’intera stirpe di sostituti era già pronta a riprendere il comando e a terrorizzare il paese. Alcuni di questi criminali, come l’uomo più in vista della Mara salvatrucha 13, il Diablo de Hollywood, che ha trattato con il governo in carica, sono coinvolti in negoziazioni con ministri e politici almeno dal 2012, quando Bukele era il sindaco di un piccolo comune e faceva parte dell’Fmln.

Più potere al presidente

Dal suo account Twitter Bukele ha tirato in ballo le cospirazioni di quella che definisce “opposizione”: secondo lui ne fanno parte politici ma anche studiosi, giornalisti e la comunità internazionale. Il presidente ha anche dato visibilità ad account anonimi che chiedono lo sterminio di persone considerate affiliate a qualche banda. Ha ritwittato un messaggio di chi diceva di aver partecipato a una cena in cui alcuni “consulenti politici” avrebbero assicurato di essere stati contattati da un’“organizzazione degli Stati Uniti” per “rovesciare” Bukele. Ha ritwittato messaggi di account con immagini di poliziotti con il passamontagna e frasi come “ci hanno dato l’ok, signori” o “il nostro presidente @nayibbukele ci ha appena tolto il guinzaglio”.

Da buon pubblicitario, il leader salvadoregno sa di avere un conflitto davanti a sé e prima di risolverlo sta facendo il possibile per guadagnarsi una buona immagine sfruttandolo e puntando il dito verso chiunque capiti.

In questo momento, quando non si riesce ancora a capire se il massacro è finito o se tornerà la violenza, il panorama non è molto incoraggiante. Un presidente che ha dimostrato la sua vocazione antidemocratica ne esce con più potere per decidere se mettere in prigione dei cittadini o se controllare le loro comunicazioni. Oggi viviamo in un paese più militarizzato, con una popolazione in lutto e delle bande criminali che hanno di nuovo dimostrato quanto male sono in grado d’infliggere. Ci sono meno democrazia, più cadaveri e molte domande a cui rispondere. ◆ fr

Óscar Martínez è un giornalista salvadoregno del sito indipendente El Faro. In Italia ha pubblicato La bestia (Fazi 2014).

Questo articolo è uscito sul numero 1454 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati