Wir-Le Agbaalor lavora ogni giorno nella piccola fattoria della sua famiglia: taglia le erbacce, irriga o raccoglie la manioca. Da più di un anno, però, i suoi sforzi producono pochi risultati, perché il campo è ricoperto da una coltre spessa e appiccicosa di greggio. Nascosta in un boschetto a trenta metri dalla sua proprietà, nel territorio del Delta del fiume Niger, c’è una sezione dell’oleodotto Trans-Niger. Il collegamento, costruito dalla Royal Dutch Shell nel 1965, può trasportare 180mila barili di greggio al giorno e nel corso degli anni ha perso un’enorme quantità di petrolio. Agbaalor racconta che nel 2023 due incidenti hanno rovinato la sua fattoria e il corso d’acqua usato dalla sua comunità, un insediamento chiamato Ebubu. Lo stesso è successo negli anni a centinaia di villaggi vicini.

La famiglia di Agbaalor guadagnava 95mila naira (54 euro) alla settimana vendendo i suoi prodotti al mercato di Port Harcourt, 450 chilometri a sud di Lagos, la capitale economica della Nigeria. Quest’anno Agbaalor non ha neanche seminato, perché la probabilità di raccogliere qualcosa è inesistente. “Una volta distrutto, il terreno è rovinato per sempre”, spiega, mentre accanto passa un’automobile con il logo della Shell.

La colpa è dell’azienda, sostiene Agbaalor, in particolare della sua controllata Shell Petroleum Development Co. Nigeria (Spdc), che partecipa a una joint venture con un’azienda di stato nigeriana. Agbaalor non ha i soldi per fare causa e, tenuto conto di come se l’è cavata la Shell in passato nei tribunali nigeriani, pensa che sarebbe inutile. L’azienda petrolifera dice che la Spdc ripulisce sempre le aree colpite dagli sversamenti provenienti dai suoi impianti. In futuro Agbaalor e altri eventuali aspiranti a un risarcimento rischiano di dover affrontare difficoltà ancora maggiori. A gennaio la Shell ha annunciato la vendita della Spdc alla nigeriana Renaissance Africa Energy per 1,3 miliardi di dollari. Il gruppo spiega che l’operazione rientra nel suo piano di “diventare un’azienda energetica a impatto zero entro il 2050”. Secondo la società di consulenza Wood Mackenzie, la produzione a terra nel Delta del Niger è una delle attività della Shell con le emissioni più alte.

Le organizzazioni della società civile e i magistrati che hanno affrontato la multinazionale in tribunale, invece, ritengono che la cessione della Spdc potrebbe sollevare il gruppo da responsabilità future sui problemi degli impianti. E la costosa incombenza di smantellare infrastrutture non più redditizie – ma ancora pericolose – potrebbe ricadere per intero sulla Renaissance. “Questa vendita è una grande fregatura”, sostiene Iniruo Wills, avvocato ed ex commissario per l’ambiente di Bayelsa, lo stato all’imbocco del Delta del Niger. La Shell sostiene che l’accordo con la Renaissance ha l’obiettivo di concentrare le sue attività in Nigeria sulle strutture off­shore e che questo non assolve la Spdc dalla responsabilità per qualsiasi eventuale bonifica o risarcimento dei danni causati dall’impianto prima della vendita.

Una Exxon Valdez all’anno

Il World wildlife fund calcola che il petrolio sversato nei primi cinque decenni di produzione nel Delta del Niger – dalla Shell e da altre aziende – è paragonabile a un disastro della Exxon Valdez all’anno (nel marzo 1989 la petroliera Exxon Valdez riversò in mare, al largo dell’Alaska, circa quaranta milioni di litri di greggio in pochi giorni). La Shell dice che la maggior parte degli incidenti nelle attività d’estrazione è stata provocata da criminali che si collegano agli oleodotti per rubare il petrolio.

Gli abitanti del posto però accusano l’azienda di non proteggere a sufficienza gli impianti, di non interrare gli oleodotti e di non installare sistemi di rilevamento delle perdite. “I nostri terreni sono distrutti dal petrolio e se proviamo a fare un’altra attività, per esempio ad allevare pesci, non possiamo pompare acqua nelle vasche, perché sulla superficie galleggia il petrolio”, dice Peace Ejor, un agricoltore.

Negli ultimi anni gli attivisti hanno denunciato la Shell nel Regno Unito

Gli effetti dell’inquinamento vanno molto al di là dei terreni agricoli e dei corsi d’acqua. Sulla rivista statunitense Proceedings of the national academy of science (Pnas), nel 2019 alcuni ricercatori svizzeri scrivevano che le fuoriuscite di petrolio riconducibili a diverse aziende attive nella regione provocano un raddoppiamento del tasso di mortalità dei neonati, che si traduce nella morte di sedicimila bambini all’anno. I dati non variano in base alle condizioni socioeconomiche delle famiglie colpite e rimangono costanti per anni.

In base alle leggi nigeriane, gli impianti delle aziende petrolifere dovrebbero rispettare gli standard imposti negli Stati Uniti, ma il gruppo ambientalista Friends of the Earth, tra gli altri, denuncia che di solito non lo fanno. La Shell ha dovuto affrontare le prime cause legali per le sue attività nella regione già negli anni settanta ed è stata condannata a pagare centinaia di milioni di dollari su accordi extragiudiziali, multe e bonifiche. Ma il gruppo ha vinto alcune cause in Nigeria e all’estero e ne ha spesso ritardate altre attraverso manovre procedurali e ricorsi in appello. Molte persone che avevano fatto causa sono morte prima di un verdetto. Una causa per uno sversamento negli anni sessanta è rimasta senza soluzione fino al 2020, quando la corte suprema nigeriana ha respinto ulteriori appelli della Shell.

Negli ultimi anni gli attivisti hanno cambiato strategia e hanno denunciato l’azienda nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, dove ha sede, con molto più successo. Nel 2015 la Shell ha pagato 55 milioni di sterline (67 milioni di euro) per chiudere una causa a Londra per uno sversamento vicino alla fattoria di Ejor. Nel 2021 un tribunale olandese ha stabilito che la Shell era responsabile dell’inquinamento di due comunità, spingendola a firmare un accordo da 15 milioni di euro. A novembre del 2023 un tribunale britannico ha stabilito che una causa alla Shell per una richiesta di risarcimento presentata da tredicimila persone in seguito a uno sversamento è ammissibile, aprendo la strada a quello che potrebbe essere il processo più costoso finora.

In questa causa l’azienda ha provato a pretendere dai richiedenti la prova di un collegamento tra i danni denunciati e specifici incidenti, ma il tribunale ha respinto quest’argomentazione. “L’idea che qualcuno possa disporre di documenti dal 2011 al 2013, quando ci sono stati gli sversamenti, e che riesca a calcolare da quale tra le centinaia di perdite e fuoriuscite sia stato danneggiato è del tutto irrealistica”, afferma Matthew Renshaw, l’avvocato che rappresenta i nigeriani. Il caso è ancora in discussione.

A differenza della Shell, la Renaissance – che ha sede in Nigeria – può essere perseguita solo nel suo paese. Nel Delta ci sono solo due tribunali federali, perennemente sotto organico. I più importanti avvocati nigeriani sono spesso alle dipendenze delle aziende petrolifere e pochi tra quelli che non lo sono possono permettersi le perizie tecniche necessarie per difendere con successo un caso.

Gli avvocati e le organizzazioni della società civile temono che la Renaissance si comporterà come la Shell. La concessione di prestiti per 1,15 miliardi di euro a completamento dell’accordo – secondo la Shell decisa “per coprire diverse esigenze di finanziamento” – sembra suggerire che la Renaissance stia finendo i fondi per comprare la Spdc. Inoltre la complessa struttura dell’azienda – ha cinque soci, che sono in parte altre aziende invischiate in complicati intrecci societari – potrebbe ostacolare il pagamento di risarcimenti.

Secondo la legge nigeriana, chi vende vecchie infrastrutture petrolifere deve depositare somme considerevoli per coprire i costi di dismissione. Audrey Gaughran, dell’olandese Centre for research on multinational corporations, dice di aver cercato conferme del deposito di questo denaro: “Non siamo riusciti a trovare prove che sia stato fatto davvero”. La Shell ha rifiutato di dire se l’ha fatto. Secondo l’azienda, il finanziamento di 1,15 miliardi di euro serve ad aiutare la Renaissance a fornire gas naturale a un’altra controllata della Shell e a sostenere le spese per lo smantellamento.

Nel frattempo Agbaalor è diventato un attivista nella sua comunità e sta facendo pressioni sulla Spdc perché faccia di più per prevenire gli sversamenti. Secondo lui, aspettare che i vecchi impianti abbiano un problema, non installare dispositivi adeguati per rilevare le perdite o per garantire in qualche modo la sicurezza delle proprietà e poi sperare che basti un intervento di bonifica è come “costruire partendo dal tetto invece che dalle fondamenta”. ◆ gim

Quest’articolo è stato realizzato con il sostegno del Journalismfund Europe.

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Questo articolo è uscito sul numero 1598 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati