“Sono sopravvissuta a una guerra civile e a un viaggio attraverso il Mediterraneo per cercare rifugio in Europa. Ma il trauma che ho vissuto dopo essere stata incriminata per aver aiutato dei richiedenti asilo non lo potrò mai dimenticare”, dice Sarah Mardini. Nel 2015 lei e sua sorella Yusra sono fuggite dalla Siria e sono finite sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo dopo essere sopravvissute a quel difficile viaggio: le due sorelle, che sono nuotatrici professioniste, erano riuscite non solo ad attraversare il mar Egeo tra la Turchia e la Grecia, ma anche a soccorrere altre persone.

In seguito hanno ottenuto asilo politico in Germania. Yusra ha gareggiato alle Olimpiadi del 2016 e del 2020. La sorella maggiore Sarah, che oggi ha 26 anni, voleva continuare ad aiutare i rifugiati. È tornata in Grecia nel 2016 e ha cominciato a fare volontariato con l’ong Emergency response centre international (Erci) sull’isola di Lesbo. “La Grecia per me era una seconda casa dopo la Siria. Adoravo il calore delle persone di Lesbo e lì conoscevo tutti, abitanti del posto e profughi. Dovevo tornare”, racconta. Non poteva sapere che nella sua seconda casa sarebbe stata considerata presto una minaccia.

Pochi mesi dopo il suo ritorno in Grecia, Yusra ha portato la bandiera per la squadra olimpica dei rifugiati alla cerimonia di apertura dei giochi di Rio de Janeiro, mentre Sarah è diventata una dei 24 operatori umanitari sotto processo in Grecia, accusati di aver facilitato l’immigrazione illegale verso l’Unione europea: rischia fino a otto anni di carcere. Il suo processo, previsto a novembre, è stato sospeso per un vizio di forma, e dovrebbe riprendere nei prossimi mesi.

Sarah Mardini non è un caso isolato nell’Unione europea. La crisi dei rifugiati ha diviso l’opinione pubblica: alcuni considerano eroiche le persone che aiutano i richiedenti asilo, altri le ritengono criminali. Nell’agosto 2018 Sarah è stata arrestata insieme a Sean Binder, un cittadino irlandese, anche lui volontario dell’Erci, con l’accusa di spionaggio, riciclaggio di denaro e traffico di esseri umani. “Qualche mese prima del nostro arresto la polizia greca sembrava molto sospettosa”, racconta Binder, che oggi si trova a Londra. “Ci hanno perquisito tutta la casa e hanno perfino esaminato i pacchi di farina in cucina cercando della droga. Inoltre, ci hanno fatto consegnare i computer e i telefoni”.

Binder, che ha la nazionalità irlandese ma è figlio di un vietnamita e di una tedesca, aggiunge: “Abbiamo letto un articolo in greco secondo cui ‘una spia tedesca’, che sarei io, ‘e la sua complice siriana’ stavano cercando d’infiltrarsi in una base militare per sottrarre segreti di stato”. Binder definisce le accuse “assolutamente ridicole”.

Secondo uno studio pubblicato dal centro europeo di ricerca ReSoma, le persone incriminate per aver svolto lavoro umanitario sono passate da dieci nel 2015 a 104 nel 2018.

Non è un crimine

Come racconta Zacharias Kesses, avvocato di Atene che rappresenta Mardini e Binder, dopo il loro arresto la polizia greca ha dichiarato che l’inchiesta riguardava trenta persone sospettate di aver facilitato l’ingresso nel paese di migranti senza documenti. “Da quando ha cominciato a occuparsi della crisi dei rifugiati, il governo greco ha minacciato chiunque mostrasse solidarietà ai richiedenti asilo”, spiega Kesses, “ma le accuse contro Sean e Sarah sono senza fondamento. Loro non erano pagati per soccorrere i profughi. Facevano lavoro umanitario, non è un crimine”.

Mardini e Binder hanno entrambi passato 108 giorni in custodia cautelare in Grecia, Mardini in un carcere di Atene. Non dimenticherà mai quel periodo: “Mi definiscono una minaccia nazionale, mi hanno perfino impedito di tornare in Grecia. Mi hanno rovinato la vita”.

Biografia

1995 Nasce a Damasco, in Siria.

2015 Insieme alla sorella Yusra decide di lasciare il paese per scappare dalla guerra. Durante il viaggio nel mar Egeo il gommone imbarca acqua e le due sorelle insieme ad altre persone si tuffano, spingendolo per tre ore fino a Lesbo.

2016 Fa volontariato con l’ong Erci.

2018 È arrestata con l’accusa di traffico di esseri umani.

novembre 2021 Il processo viene sospeso per un vizio di forma.


In seguito alle pressioni di numerosi gruppi umanitari e dopo il pagamento di cinquemila euro di cauzione, nel dicembre del 2018 Mardini e Binder sono stati rilasciati.

A tre anni di distanza Sarah dice che quel periodo l’ha completamente “distrutta”. “Hai presente la sensazione di avere tanti aghi che ti pungono la pelle? È stata dura. Ho anche cominciato ad avere disturbi alimentari”, racconta. Ma non ha lasciato che il trauma condizionasse la sua vita in Germania. “A Berlino sono solo Sarah. Non sono una rifugiata, un’operatrice umanitaria o una prigioniera. Solo una ragazza che si gode i semplici piaceri della vita”, dice.

Spiega che essere cresciuta in Medio Oriente l’ha temprata, ora può affrontare qualunque sfida: “Là essere una ragazza è dura. Nell’istante in cui nasci perdi tutto, è come se avessi più libertà nel grembo di tua madre. Arrivare in Europa mi ha dato speranza e, pur dovendo affrontare questo processo, ho promesso a me stessa che avrei vissuto la mia vita al massimo, senza preoccuparmi dei problemi di domani”.

Quando è stata arrestata, Mardini era pronta a iscriversi all’università a Berlino, ma la sua esperienza in carcere le ha fatto cambiare idea. “Sono ancora molto giovane. Ho tanti sogni, amo la moda. Se le accuse contro di me cadranno, voglio seguire quella strada. Ma non smetterò di combattere per le cause in cui credo”, dice.

La storia delle sorelle Mardini ha ispirato molte persone in tutto il mondo e ha anche catturato l’attenzione del produttore Stephen Daldry, lo stesso di The crown, che ha messo in piedi un documentario per Netflix sulla loro vita in uscita all’inizio del 2022. Sarah spera che il documentario possa aiutare tante ragazze in tutto il mondo. “Questa non è solo una storia su me e mia sorella. Parla di un’intera generazione. Rompe gli stereotipi sulle ragazze mediorientali”, spiega.

Processo a distanza

Dopo la sospensione, il processo non si svolgerà a Lesbo. Il motivo è un cavillo: uno degli imputati è un avvocato e il tribunale dell’isola non ha la giurisdizione per processare gli avvocati. Sarah però non potrà presentarsi alle udienze a causa dell’ordine che le vieta l’ingresso in Grecia. “Abbiamo chiesto alle autorità di autorizzare il viaggio di Sarah, ma ci hanno risposto di no”, dichiara Kesses, che la rappresenterà in tribunale.

L’attivista di Amnesty international Giorgos Kosmopoulos, invece, sarà in aula. “È assurdo che Sarah non abbia il permesso di essere presente”, dichiara Kosmopoulos, “ma per quanto ci riguarda questo processo non si sarebbe mai dovuto svolgere”. E aggiunge: “In Europa la propaganda contro i richiedenti asilo è cresciuta, ma il lavoro umanitario non dovrebbe essere criminalizzato. È una triste realtà”.

Mardini esprime una preoccupazione simile: “Ci sono tante persone che, se fanno volontariato, quando tornano a casa vengono maltrattate dalle loro famiglie. Una mia amica è stata lasciata dal suo fidanzato perché aveva fatto l’operatrice umanitaria. Questa storia deve finire e dobbiamo essere protetti dalla legge europea”.

Nelle ultime settimane a Bruxelles e in Grecia ci sono state diverse manifestazioni di solidarietà per chiedere che siano ritirate le accuse contro gli operatori umanitari.

Quando si farà il processo, Sarah Mardini dovrà aspettare a Berlino, augurandosi che vada tutto bene. “Spero che il giudice mi guardi come un essere umano e mi assolva. Io non sono un’eroina. Non ho fatto altro che aiutare le persone”, aggiunge, “ma ora sono forte e sono pronta ad accettare qualunque cosa mi riservi la vita”. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1440 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati