Se l’inverno della costa Azzurra avesse un profumo, sarebbe certamente quello delle mimose. Sulle alture di Mandelieu-la-Napoule, nel dipartimento delle alpi Marittime, una decina di chilometri a ovest di Cannes, i fiori giallo acceso di questo albero della famiglia delle acacie ricoprono il massiccio del Tanneron con un alone di sole visibile dal mare fino all’entroterra.

Da Mandelieu si entra nel bosco in modo quasi furtivo, attraverso il quartiere di Capitou. Risalendo viale Giovanna d’Arco dalla chiesa e dal cimitero, il sentiero (chiamato delle Lavande) si snoda con discrezione sulla sinistra tra le ultime case. Prima ancora di vedere gli alberi in fiore, li annuncia una sensazione molto fisica e un po’ irreale: più che un profumo preciso, è tutta l’aria a essere intrisa di profumi diversi. Lontano dalla fragranza delicata e un po’ dolciastra tipica della mimosa, gli odori di terra, di foglie e di legno si mischiano a quello dei fiori. Bisogna camminare cinque minuti lungo il sentiero, sopra la valle della Vernède, per ritrovarsi improvvisamente circondati dalle mimose.

Il bosco delle mimose sul massiccio del Tanneron, nel sud della Francia, il 24 febbraio 2014 (YG-Tavel-Photos/Alamy)

“Dovete immaginare questi paesaggi senza mimose”, dice Philippe Dejoux, una guida escursionistica che conosce perfettamente il Tanneron. “Prima che l’Acacia dealbata, nome botanico di questa mimosa, potesse imporre sulle colline di Mandelieu la sua silhouette slanciata – alcuni esemplari arrivano a trenta metri di altezza – è stato necessario importarla dall’Australia”. Dal 1780, ma in modo più consistente alla fine dell’ottocento, alcuni aristocratici inglesi innamorati dei giardini e del sud della Francia decisero d’importare grandi quantità di mimose dalla loro colonia dall’altra parte del mondo.

In grado di adattarsi perfettamente al clima mediterraneo della costa Azzurra, dove in inverno non gela mai, queste piante sono inizialmente cresciute nei giardini, tra Bormes-les-Mimosas e Grasse. Poi la natura ha seguìto il suo corso e le mimose hanno oltrepassato i muri per unirsi ai pini, ai lecci e alle querce da sughero, ai corbezzoli e ai cisti delle colline del Var e delle alpi Marittime.

Tutela del paesaggio

Continuando sul sentiero leggermente scosceso, cominciamo a salire allontanandoci dal mare. “Il terreno del Tanneron è una roccia metamorfica erosa dal tempo e sabbiosa. L’ideale per le mimose”, continua Dejoux. “Questo è il più grande bosco di mimose d’Europa, ma non conosciamo la sua superficie esatta. Di certo sono decine di ettari”.

Bisogna dire che il riscaldamento climatico ha cambiato la situazione: “Intere valli che non avevano mimose sono ormai colonizzate”, dice preoccupata la guida. L’ufficio nazionale delle foreste sorveglia il fenomeno, che minaccia la biodiversità della regione, e quando è possibile cerca di limitarlo.

Non manca molto alla cima del Tanneron, che si trova a 360 metri sul livello del mare. I sentieri tracciati nella foresta lasciano intravedere delle zone dove si coltivano le mimose, riconoscibili perché sono più piccole rispetto agli alberi selvatici, o gli eucalipti carichi di foglie bluastre, molto ricercati dai fioristi per le decorazioni.

Arrivati sul punto più alto della nostra passeggiata, la vista è splendida: in lontananza il Mediterraneo è più argentato che azzurro

A Mandelieu il parco Emmanuelle-de-Marande, inaugurato nell’estate 2020, racconta la “saga della mimosa” e la storia di questi campi coltivati immersi nel paesaggio. Per gli appassionati di botanica sono state piantate un centinaio di specie diverse, che tra dieci anni daranno degli alberi magnifici. Arrivati sul punto più alto della nostra passeggiata, accompagnati da una brezza leggera, la vista è splendida: in lontananza il Mediterraneo è più argentato che azzurro e davanti a noi un mare di mimose ondeggia come polvere d’oro smossa da un pennello.

La tutela del paesaggio lo impone: le mimose nel Tanneron non si possono raccogliere. Così alla fine della nostra escursione, dopo tre ore in salita e altrettante in discesa, andiamo a visitare la famiglia Reynaud, che da tre generazioni coltiva mimose a Pégomas, dietro il Tanneron. Arrivando si ha l’impressione di entrare in un formicaio: nel momento più intenso della stagione il padre, Jean-Paul, è indaffarato a caricare i carrelli con grandi casse piene di fiori. Su alcuni vengono messi tre strati di mazzi molto stretti, su altri dei rami di due metri, le mimose grezze che poi sono ricoperte di cellophane e sistemate sui camion.

Cécile Reynaud passa a esortare il padre, poi sale in laboratorio per preparare i mazzi. “Coltiviamo un po’ meno di 25 ettari tra mimose ed eucalipti, le prime per i fiori e i secondi per le foglie”, spiega Cécile Reynaud mentre lavora. “Per le mimose usiamo tre tipi di varietà di Acacia dealbata: il Mirandole all’inizio della stagione, poi il Gaulois astier e alla fine dell’inverno il più riservato Petit vert”. Oltre ai Reynaud, una decina di famiglie produce mimose intorno al Tanneron.

Tutto comincia sull’albero. In vivaio si selezionano dei rami sui quali la fioritura non è ancora cominciata. Il bocciolo che diventerà fiore ha già le giuste dimensioni ma è ancora duro. I rami sono messi in una stanza dove la temperatura e la quantità di acqua sono controllate. Questo clima artificiale – che può raggiungere il 90 per cento di umidità – “costringerà” la mimosa a sviluppare i fiori. A questo punto il fiore è pronto a viaggiare e può arrivare “fresco” a destinazione.

Pompon gialli

“In passato facevamo anche il lavoro dei fioristi e preparavamo dei mazzi di 150, duecento oppure cinquecento grammi”, spiega ancora Cécile Reynaud mentre toglie le foglie dai rami che poi taglia. “Ma oggi vendiamo solo ai grossisti olandesi o italiani, e ai francesi dei mercati della costa. I mazzi che sto preparando ora sono quantità molto piccole, per il negozio online e per la vendita diretta”. Il risultato è un mucchio di pompon gialli che arriverà nascosto in una scatola di cartone ai suoi fortunati destinatari. Un po’ di costa Azzurra che raggiunge tutta la Francia, meno di 48 ore dopo la raccolta a Pégomas. Straordi­nario.

Di ritorno a Mandelieu superiamo il fiume Siagne, dove si allenano i canottieri, per andare ad “assaggiare” una torta mimosa. All’Oasis – uno dei migliori ristoranti della città – ci aspetta questa prelibatezza. Meno intenso del profumo dei fiori nel bosco, il gusto di questo dolce immaginato da Mathieu Marchand, il capo pasticciere, è tanto sottile quanto delicato: “È un lavoro di grande finezza. Il gusto è delicato, ma la mimosa dà davvero qualcosa in più durante la stagione invernale”. In effetti, dai fiori cristallizzati allo sciroppo fino alla gelatina combinata con lo zucchero, la mimosa fa miracoli.

Risvegliare l’olfatto

Racchiudere il profumo delle colline per portarlo con sé: è quello che propone Fragonard, uno dei più antichi profumieri di Grasse. Corinne Marie-Tosello, “designer di laboratori sul profumo”, organizza pomeriggi di avvicinamento alla profumeria per risvegliare in tutti il senso dell’olfatto.

Oltre alla lavanda, al gelsomino, al cedro o alla rosa centifolia, i profumieri producono anche un’essenza assoluta di mimosa, che poi inseriscono nelle loro composizioni segrete. Ma la mimosa selvatica resiste a questo tentativo di cattura, e infatti è poco usata in profumeria. Nulla può sostituire il profumo inebriante delle mimose in fiore sulle colline del Tanneron. Un profumo effimero, che muore ogni anno subito prima della primavera. ◆ adr

Questo articolo è uscito sul numero 1445 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati