In Giordania una scena musicale indipendente è emersa per la prima volta all’inizio degli anni 2000, quando gruppi come gli Autostrad, i JadaL e gli El Morabba3 hanno cominciato a proporre un sound diverso rispetto ai progetti più tradizionali. La primavera araba del 2011 ha segnato una svolta. Per il pubblico, i mezzi d’informazione e le aziende era più facile presentare il nuovo sound come “musica alternativa araba”.

“Nel 2005, quando abbiamo creato questo spazio, c’erano poche persone che suonavano e che avevano progetti artistici di questo tipo. Oggi sono talmente tanti che non sai da dove cominciare ad ascoltare”, dichiara Raed Asfour, direttore dell’Al Balad theater di Amman.

Il teatro Al Balad è diventato un caposaldo della scena musicale indipendente grazie ai suoi progetti per sostenere le produzioni degli artisti e al coinvolgimento del pubblico. Dal 2009 organizza l’Al Balad music festival. “I musicisti e le band giordane hanno influenzato il movimento musicale di tutta la regione”, afferma Asfour. La sfida più importante per le band indipendenti rimane la capacità di raggiungere il proprio pubblico.

La band indipendente degli Ayloul, che in siriano significa settembre, è stata fondata nel 2013 a Irbid, ottanta chilometri a nord di Amman. I sei componenti del gruppo sono originari della pianura dell’Hawran, regione che si estende tra la Giordania settentrionale, la Palestina e la Siria meridionale e che ha ispirato la loro musica, definita da loro stessi “un indie roots rock cinematico arabo”.

Un pubblico da raggiungere

Tuttavia per gruppi come gli Ayloul il problema principale, più che fare soldi, è proprio raggiungere il pubblico. “Se potessimo avere degli sponsor e pubblicizzare la nostra musica, i soldi non sarebbero un problema”, afferma Mounif Zghoul, corista e chitarrista degli Ayloul.

Altri ostacoli sono l’impossibilità di dedicarsi a tempo pieno alla musica e la mancanza di luoghi dove esibirsi, se si escludono pochi club di Amman. Secondo Asfour questo è il problema principale: “Com’è possibile che con tutti i musicisti che ci sono in Giordania non esistano posti dove suonare?”, si chiede.

In questo contesto è arrivato il coronavirus. “Il rapporto tra covid-19 e arte è di odio reciproco”, afferma Asfour. È convinto che il distanziamento sociale impedirà alla gente di godersi gli spettacoli musicali, che hanno bisogno dell’energia della folla.

Amman, 2019. L’Al Balad music festival (al-balad.org)

I settori dell’arte e della musica saranno colpiti molto duramente, poiché le soluzioni virtuali non soddisfano i musicisti né da un punto di vista creativo né da un punto di vista finanziario. “Gli spazi tecnici virtuali sono pericolosi, soprattutto perché il pubblico ha la possibilità di passare rapidamente ad altro. E anche perché un concerto in diretta streaming è un’esperienza molto meno coinvolgente di quella offerta da uno spettacolo dal vivo”, afferma Asfour.

La maggior parte dei festival del 2020 sono stati rinviati o cancellati, compreso il Jerash music festival e l’Amman jazz festival. Per gli Ayoul, dopo un 2019 di successo che ha visto l’uscita del loro primo album registrato in studio, Salute to al-Ghor, e un tour in Germania, Danimarca e Marocco, anche il 2020 si annunciava promettente. “Per la fine di maggio avevamo molti concerti in programma tra Germania, Svezia e Marocco. La maggior parte era stata confermata, ma poi è stato cancellato tutto”, dice Abdel Fattah Terawee, il bassista della band.

Con una scena ancora completamente instabile è praticamente impossibile anche farsi un’idea delle conseguenze reali di queste cancellazioni. “Già prima della crisi non era chiaro come muoversi in questa scena. Anche con la certezza di partecipare ai festival, quindi di potersi esibire, non ci sono certezze sull’effettivo successo dei concerti. Inutile provare a indovinare quante persone parteciperanno o quanti biglietti si venderanno”, afferma il violinista degli Ayloul, Yosour Al Zoubi. E oltre alle serate, sono state annullate anche le sedute di lavoro nelle sale di registrazione, perché i due componenti della band che vivono all’estero non hanno potuto raggiungere la Giordania. “Come artisti del Medio Oriente siamo sicuramente più abituati di altri a gestire questi problemi”, afferma Terawee, sottolineando le difficoltà di procurarsi i visti e prendersi delle ferie per andare in tour.

Piattaforme virtuali

Nonostante la crisi, la scena giordana cerca dei modi per andare avanti. L’Al Balad theater sta incontrando organizzatori di festival di tutto il mondo per cercare delle soluzioni.

Durante il lockdown, la squadra dell’Al Balad ha aderito, insieme ad altri festival internazionali, alla piattaforma Oslo world maps the world, dove i vari organizzatori possono caricare una playlist. Il festival di Al Balad è stato uno dei sei eventi selezionati in tutto il mondo arabo.

E poi la Telecom Egypt ha organizzato il We online music festival, con concerti di molte band indipendenti arabe in calendario nei mesi di maggio e giugno. “Non potendo suonare davanti alla gente vogliamo concentrarci sulla musica, pubblicare il maggior numero possibile di canzoni e nuovi materiali attraverso internet”, spiega Terawee.

Tuttavia per molti gruppi indipendenti internet e i social network non sono ancora una fonte di guadagno. “L’apprezzamento del lavoro di un artista si manifesta con i like e le condivisioni. Ma forse, anche grazie al lockdown, il pubblico capirà quanto sia diverso poter assistere dal vivo a un concerto, pagando il biglietto”, afferma Al Zoubi.

Molti artisti usano le loro piattaforme social per generare introiti, ma gli Ayloul non lo hanno ancora fatto, principalmente perché non sono musicisti a tempo pieno. Anche per questo sono favorevoli all’idea di un sostegno economico ai musicisti professionisti.

Questa situazione senza precedenti ha fatto emergere anche alcuni aspetti positivi. Gli Ayloul hanno pubblicato Ma Enkafa, un tributo a chi lavora in prima linea per contrastare il virus, registrato in quattro giorni. “Abbiamo cercato di usare il _lockdown _per imparare cose nuove su come comunichiamo e per continuare a produrre. In questo periodo siamo più vicini rispetto a prima”, spiega Al Zoubi.

E hanno anche messo a punto dei metodi per lavorare a distanza. “Il problema non si era mai posto. Ma ora è l’unica opzione e siamo comunuque riusciti a creare musica. È stata un’esperienza utile”, afferma Al Zoubi.

Anche Asfour è ottimista. Paradossalmente il lockdown _ha contribuito a mettere in vetrina il lavoro di molti giovani musicisti: “Questo lascia ben sperare per il futuro di tutta la scena musicale araba”. ◆ _gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 77. Compra questo numero | Abbonati