Tra il 1993 e il 1999 Budapest fu teatro di 29 rapine a mano armata. Gli obiettivi di solito erano gli uffici postali o le piccole filiali delle banche. I crimini furono attribuiti a un’unica persona, che i giornalisti chiamarono “il bandito del whisky”. Per sei anni nessuno riuscì a catturarlo, e la serie di colpi fece di lui una celebrità. Vista la corruzione e gli scandali politici del paese, i cittadini si compiacevano del fatto che qualcuno stesse finalmente rubando come un semplice ladro e non come un colletto bianco, come facevano i politici. Il colpo più umiliante per la polizia di Budapest fu il tredicesimo. Nel marzo del 1996, dopo aver buttato giù due bicchieri di Johnnie Walker con ghiaccio in un bar vicino, il ladro entrò in un piccolo ufficio postale di via Kemenes con una pistola in mano, scandendo ad alta voce: “Mi spiace, questa è una rapina”. Secondo i testimoni, il bandito del whisky era vestito come Lajos Varjú, il capo della polizia che lavorava sul suo caso. Identico abito gessato, stessi baffi e cappello.
Durante la rapina uno degli impiegati della banca riuscì ad attivare l’allarme collegato direttamente alla polizia, ma l’agente in servizio in quel momento ignorò la segnalazione. Più di dieci minuti dopo l’intero dipartimento di polizia si precipitò verso il luogo del crimine. Gli agenti andavano talmente di fretta che due auto si scontrarono tra loro. Quando arrivarono, l’unica traccia del rapinatore era un leggero odore di whisky e le casse svuotate. C’era anche una troupe televisiva del canale Tv2, che riprese l’arrivo dell’ispettore Varjú, descrivendo la scena come in uno sketch dei Monty Python: “E alla fine la polizia è finalmente arrivata”.
Il rapinatore si chiamava Attila Ambrus. Era nato nel 1967 in Transilvania, una regione della Romania che aveva fatto parte dell’Ungheria. La regione è abitata anche dai siculi, un gruppo etnico di lingua ungherese, tra i cui antenati c’è il famoso unno di nome Attila. È a questo teppista del quarto secolo che doveva il proprio nome il ragazzo che negli anni novanta sarebbe diventato l’uomo più ricercato d’Ungheria.
Ambrus aveva avuto una vita difficile: la madre aveva abbandonato la famiglia quando lui aveva appena diciotto mesi. Il padre era un alcolista e lo picchiava. Così da bambino era finito a vivere con gli zii, che cercavano di occuparsi di lui e di mandarlo a scuola, dove però non otteneva grandi risultati. Sognava una vita migliore, ma si faceva conoscere soprattutto per le sue mani leste. Una volta, dopo aver deciso di creare un gruppo musicale, lui e alcuni compagni di classe rubarono gli strumenti a un’altra band. Fu così che Ambrus finì per la prima volta in riformatorio. In Romania durante il regime di Nicolae Ceaușescu le minoranze non avevano diritti. La situazione nei territori dove vivevano i siculi era disperata e tutti sognavano di fuggire in Ungheria. Visti i suoi problemi con la polizia romena, non avendo altre prospettive il giovane Ambrus decise di andare a cercare fortuna a Budapest attraversando il confine illegalmente. Arrivato a una stazione ferroviaria, si nascose sotto uno dei vagoni e riuscì ad attraversare la frontiera e a raggiungere la capitale ungherese. Non aveva un centesimo in tasca e i suoi vestiti erano coperti di grasso e olio.
Una buona occasione
“Sono ungherese e voglio restare in Ungheria, a Budapest”, disse Ambrus all’ufficio immigrazione. Ottenne un permesso di soggiorno su due piedi, ma trovare lavoro era difficile. Tuttavia imparò presto a sopravvivere in città, e scoprì dove ottenere pasti gratis. Provò a lavorare come elettricista, fornaio e perfino becchino. Alla fine, determinato a cambiare vita, telefonò all’ufficio della squadra di hockey Újpesti Te, tredici volte campione d’Ungheria.
L’hockey poteva essere la grande occasione del giovane Ambrus. Quando aveva dodici anni infatti era stato ammesso nella squadra giovanile della sua città, rivelandosi così forte e veloce da poter già competere con i giocatori più anziani. Poi le sue ambizioni musicali avevano messo fine alle sue speranze di fare carriera nel mondo dello sport. Non entrava in una pista da hockey da dieci anni ma voleva fare tutto il possibile per tornare a giocare. I giocatori della Transilvania godevano di un’ottima reputazione ed erano considerati veri lottatori, e Ambrus si presentò a un dirigente del club come uno di loro. L’uomo, convinto di parlare con un giocatore professionista di hockey, lo invitò a fare un provino.
Alcuni giorni dopo il nuovo portiere fece il suo ingresso nel palazzo del ghiaccio dell’Újpesti Te per affrontare alcuni giocatori della squadra titolare. Sfortunatamente, già dal suo ingresso sul terreno di gioco si capì che qualcosa non andava. Quando Ambrus entrò si mise in porta, era totalmente spaesato. Per gli altri giocatori la partita si trasformò in un tiro a segno. Alla fine del provino era chiaro che Ambrus non aveva alcuna possibilità di diventare un portiere, ma cominciò a lavorare come custode. Aveva anche una piccola stanza in cui vivere, e questo gli bastava. Faceva lavoretti di pulizia e riparazioni, ma alla fine riuscì a tornare in pista come operatore della Zamboni, la macchina che si usa per pulire il ghiaccio. S’integrò così bene con la squadra e l’allenatore che gli fu permesso di partecipare agli allenamenti, e con il passare del tempo diventò ufficiosamente il terzo portiere. Non giocava mai e non prendeva uno stipendio, ma il suo nome era nell’elenco dei giocatori.
A un certo punto gli investigatori si rivolsero a una chiromante
Per l’Ungheria l’inizio degli anni novanta, un periodo di trasformazioni economiche e politiche, si rivelò difficile come per gli altri paesi del blocco sovietico che si stava sgretolando. Le privatizzazioni incontrollate permisero a poche persone di arricchirsi, mentre gli altri dovevano lottare per tirare avanti. Non era diverso per gli atleti, che prima ricevevano un salario statale e ora non potevano sopravvivere con lo stipendio che gli versavano i club. Quasi tutti i giocatori dell’Újpesti Te dovevano fare altri lavori.
Grazie ai suoi contatti in Romania, Ambrus si mise a vendere pellicce di contrabbando in Austria. Gli affari cominciavano a ingranare, e lui era sempre più sicuro di sé. Trovò una ragazza e comprò un’automobile. Le cose gli andavano bene, fino a quando cambiarono i doganieri alla frontiera e il contrabbando diventò impossibile.
La rapina alle poste
Il passo da contrabbandiere a rapinatore di banca può sembrare lungo ma Attila Ambrus, desideroso di migliorare le sue condizioni materiali, dopo poco tempo ebbe l’idea di rapinare un ufficio postale. Il suo idolo d’infanzia, Ronnie Biggs, faceva parte della banda criminale che nel 1963 aveva fatto il grande assalto al treno postale Londra-Glasgow, rubando l’equivalente di 53 milioni di sterline odierne (più di 60 milioni di euro). Biggs era fuggito di prigione e aveva usato parte della refurtiva per sottoporsi a un intervento di chirurgia plastica. Con questa sua nuova identità si era trasferito prima in Australia e poi in Brasile, dove aveva vissuto come una celebrità. La sua biografia era il libro preferito del giovane Ambrus.
Per il suo primo colpo Ambrus scelse un piccolo ufficio postale, dove non c’erano né l’allarme né le guardie armate. Indossava un abito fuori moda, una parrucca e delle scarpe più grandi della sua taglia, nel caso in cui la polizia avesse deciso di basarsi sulle impronte per cercare il sospetto. Ma prima della rapina dovette fermarsi nel bar accanto e bere un whisky. Doveva farsi coraggio e rilassarsi. Poco dopo si presentò alla porta dell’ufficio postale. Proprio in quel momento un’impiegata stava chiudendo le porte. Ambrus agì d’istinto, spingendo dentro la donna ed estraendo una pistola finta. “Questa è una rapina”, disse. La donna era impietrita dalla paura. Per fortuna le casse erano aperte. Ambrus mise i soldi in un sacco e in tre minuti scappò senza guardarsi indietro. Un attimo dopo, uno degli impiegati si affacciò dall’ufficio postale e gridò: “Fermo! Al ladro! Rapina!”. Ambrus cominciò a correre, e per poco non inciampò nelle sue scarpe troppo grandi. Ma grazie all’allenamento da giocatore di hockey non ebbe problemi a seminare gli agenti. Quando arrivò a casa controllò il bottino: 548mila fiorini ungheresi, più o meno l’equivalente di 50mila euro di oggi. Vomitò per lo stress.
Il denaro rubato spariva velocemente. Ambrus lo spendeva in donne, automobili, vestiti e viaggi, che diventarono la sua attività preferita. Il ragazzo che non era mai salito su un aereo si divertiva a esplorare terre esotiche: Indonesia, Madagascar, Canarie. Viaggiava più volte all’anno, ogni volta portando con sé la sua compagna e i suoi amici. Fatto interessante, varie agenzie di viaggi di cui si era servito diventarono anche vittime delle sue rapine. Ambrus inoltre aveva un debole per i casinò. Gli capitava di perdere somme astronomiche in una sera. Presto raggiunse lo status di playboy, ma ai compagni di squadra diceva che continuava a fare soldi con il contrabbando di pellicce e che veniva mantenuto da donne ricche. E anche se le sue spese aumentavano, i soldi non erano mai un problema: quando finivano, faceva un altro colpo.
Prima un bicchiere
Quando doveva scegliere i posti dove fare le rapine, seguiva le regole scritte nel libro di Ronnie Biggs. Misurava la distanza dal commissariato di polizia più vicino, pianificava almeno due itinerari di fuga, osservava l’edificio e le persone che ci lavoravano. Affrontava il compito così seriamente che, a un certo punto, cominciò a tenere un registro su cui annotava le caratteristiche dei potenziali obiettivi. Per ogni colpo preparava parrucche e travestimenti, a volte dipingendosi sul viso barba e baffi. E, prima di entrare in azione, si fermava sempre in un bar per un whisky con ghiaccio.
Ma la popolarità del bandito del whisky cresceva e le maglie degli investigatori si stringevano intorno a lui. Ambrus cominciò a sprofondare nella paranoia, e la sua vita gli sfuggì di mano. Passava sempre più tempo nei casinò, quindi aveva sempre più bisogno di soldi. Nel 1997 il bandito del whisky colpì addirittura sette volte, ma durante le rapine cominciava a essere imprudente. Diventava più aggressivo e per rilassarsi non beveva uno o due bicchieri, ma un’intera bottiglia.
Nonostante le rapine, Ambrus non smise di giocare a hockey. Per l’Újpesti Te, un tempo una potenza del campionato ungherese di hockey, i giorni migliori erano alle spalle. Ma per Ambrus giocare in una squadra di prima divisione era la realizzazione di un sogno d’infanzia. I suoi allenatori e compagni di squadra tra il 1994 e il 1998 oggi lo ricordano come uno stacanovista, uno che non saltava mai un allenamento. Una volta dopo una rapina andò direttamente al palazzo del ghiaccio, come se niente fosse. La stessa sera si presentò a una partita di campionato, stando in panchina con la maschera da portiere per tutto l’incontro. I giornali del pomeriggio avevano pubblicato un identikit del rapinatore, e Ambrus aveva paura di essere riconosciuto.
Ma il bandito del whisky non giocava quasi mai perché, nonostante la sua dedizione e la straordinaria forma fisica, non era un bravo portiere. Con il passare del tempo naturalmente aveva fatto esperienza. A un certo punto il club, a causa di problemi finanziari, non poteva ingaggiare un altro portiere, e lui diventò addirittura titolare. I tifosi della squadra di Budapest ricordano ancora quel periodo come il peggiore della loro storia: in una partita Ambrus riuscì a prendere 29 gol. In seguito ne subì 88 in sei partite. Stranamente, il nome di Ambrus non apparve mai nei libri paga dei giocatori.
La bravura del bandito del whisky, capace di svaligiare lo stesso ufficio postale fino a quattro volte, dimostrava l’impotenza delle forze dell’ordine ungheresi, per le quali le rapine a mano armata erano una novità. La polizia di Budapest aveva creato un’unità speciale per occuparsi del caso guidata da Lajos Varjú che, nonostante la grande dedizione, non aveva alcuna esperienza: aveva ammesso di aver imparato le tecniche d’investigazione guardando i telefilm del tenente Colombo. La squadra investigativa che arrivava sulla scena del crimine non aveva né gli strumenti né le capacità necessarie a conservare le prove, né tanto meno per rilevare le impronte digitali. Il bandito del whisky continuava a fuggire e i giornali criticavano senza sosta la polizia, incapace di risolvere il caso. A un certo punto gli investigatori si rivolsero a una chiromante, chiedendole di scoprire il luogo della prossima rapina. L’unico modo per prendere il ladro sarebbe stato coglierlo in flagrante.
Gábor “Gabi” Orbán era il figlio dell’allenatore, nonché un giovane compagno di squadra di Ambrus. Affascinato dallo stile di vita del giocatore più anziano, cercava in tutti i modi di capire cosa gli passasse davvero per la testa. Mentre si preparava per i prossimi colpi, Ambrus sapeva di aver bisogno di un complice. Dopo alcune settimane passate a esaminare i candidati, rivelò a Orbán di essere il bandito del whisky. Orbán non esitò neanche un attimo e accettò di fare tutto quello che gli veniva chiesto.
Un tuffo in acqua
Dopo dodici colpi più o meno riusciti commessi in due, arrivò il marzo del 1998. Travestiti con abiti e parrucche comprati per l’occasione, i due scelser0 una piccola filiale di banca. Orbán faceva il palo: doveva disattivare le telecamere e tenere d’occhio l’orologio, mentre Ambrus puntava una pistola contro gli impiegati e gli ordinava di aprire le casse. Ambrus, chiaramente ubriaco, impiegò troppo tempo a mettere i soldi nelle buste, e diede alla polizia il tempo di arrivare. I rapinatori fuggirono, inseguiti dalla polizia. Arrivarono fino alle sponde del Danubio. Ambrus si buttò in acqua e sfuggì agli agenti, ma Orbán venne preso. Alla partita di hockey di quella sera si scoprì che mancavano due giocatori della squadra e che uno di loro era stato arrestato per il caso del bandito del whisky. I tifosi dell’Újpesti Te capirono subito che il famoso bandito non era altro che il loro portiere e cantarono cori in suo onore fino alla fine della partita.
Nel frattempo Ambrus riuscì ad attraversare il Danubio e ad arrivare a casa, dove prese dei soldi, la macchina e il suo amato cane. Si diresse verso il confine romeno, sperando di arrivarci prima dei suoi inseguitori. Ma stavolta la polizia fu all’altezza del compito, e il bandito del whisky fu finalmente arrestato.
Grazie alle cronache di giornali e televisioni, il bandito del whisky diventò una figura quasi leggendaria, spesso paragonata a Sándor Rózsa, il fuorilegge ungherese dell’ottocento che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Anche se Ambrus non aveva mai dato soldi a nessuno, per molti ungheresi aveva rapinato delle ricche banche che derubavano la gente comune. A un certo punto il bandito che sorseggiava whisky prima di ogni colpo e portava fiori alle donne nelle banche che svaligiava era diventato così popolare che un programma televisivo gli chiese di fare le rapine il lunedì e il martedì, in modo che i giornalisti potessero essere pronti per le trasmissioni del giovedì.
Migliaia di proposte di matrimonio cominciarono a inondare il carcere dov’era tenuto Ambrus. E non mancavano le persone disposte ad adottare il suo cane. Politici e celebrità si schieravano pubblicamente in sua difesa e lui stesso, stanco della vita da criminale, collaborava con la giustizia, descrivendo nel dettaglio quello che aveva fatto. Ma il suo status di celebrità non alleggeriva il peso dei crimini commessi: per le rapine a mano armata la pena poteva arrivare fino a dieci anni di carcere, e di fatto rischiava una condanna molto più lunga. Dopo tante trattative, accettò di firmare una confessione e la sentenza del tribunale, ma a una condizione: che non fosse incriminato per tentato omicidio. Ambrus non voleva accettare l’accusa di aver sparato a un poliziotto durante una delle rapine, e insisteva di aver sparato il colpo per aria.
◆ 1967 Nasce a Fitod, in Romania.
◆ 1988 Si trasferisce a Budapest, in Ungheria. Diventa un giocatore di hockey.
◆ 1993 Compie la sua prima rapina.
◆ 1999 Viene arrestato. Starà in carcere per dodici anni.
◆ 2004 Viene pubblicato Ballad of the Whiskey robber, un libro ispirato alla sua vita.
Il 19 luglio 1999, sfruttando la disattenzione dei poliziotti, Ambrus fuggì dal terzo piano del carcere di via Gyorskocsi. Usò le lenzuola e alcune prolunghe legate a una fune, che si rivelarono troppo corte. Ambrus atterrò sul marciapiede, distorcendosi entrambe le caviglie. Un’ora dopo tutta Budapest era bloccata e pattugliata da elicotteri e migliaia di poliziotti. Il famoso avvocato ungherese che aveva deciso di difendere gratuitamente Ambrus annunciò: “Il bandito del whisky non è un assassino, e non si lascerà mai prendere”. Ambrus non era mai stato così popolare. Durante una conferenza stampa un giornalista disse al capo della polizia che, secondo i sondaggi, una netta maggioranza di ungheresi non voleva che il bandito del whisky fosse preso. L’uomo rispose che se più di dieci milioni di cittadini stavano dalla parte di un bandito invece che della polizia, la cosa diceva molto sullo stato del paese.
Ma essere in fuga, per Ambrus, si rivelò peggio che essere dietro le sbarre. Alcuni pensavano che fosse fuggito in Romania, ma in realtà non si era mosso da Budapest, nascondendosi in appartamenti presi in affitto. Viveva come un fantasma, camminando in punta di piedi e senza accendere le luci. Alcune persone di fiducia gli portavano da mangiare, e lui non lasciava mai il suo nascondiglio. Dopo alcune settimane di silenzio, disperato, decise di tentare un altro colpo: voleva accumulare abbastanza soldi per sottoporsi alla chirurgia plastica e fuggire in Brasile, come Ronnie Biggs. Non aveva molto da perdere.
Ma la rapina numero 28 si rivelò un fallimento. Ambrus era così ubriaco che gli impiegati di banca ridevano. Sconvolto, il rapinatore prese solo il denaro di una cassa – neppure 230mila fiorini – e riuscì a fuggire per miracolo. La polizia dovette sopportare un’altra ondata di prese in giro da parte dei mezzi d’informazione, mentre per le strade venivano messe in vendita magliette la scritta: “Viva il bandito del whisky!”.
Dal suo nascondiglio Ambrus stava preparando il colpo successivo: stavolta con la stessa precisione dimostrata a inizio carriera. Tre settimane dopo l’ultimo colpo entrò nella filiale della banca Otp in viale Üllői, impossessandosi della somma record di 51 milioni di fiorini. Riuscì a scappare. Ma sul luogo del crimine la polizia trovò un telefono che la condusse al nascondiglio di Ambrus: stavolta la carriera criminale del bandito del whisky era davvero finita.
Dopo la prigione
Il processo durò dieci mesi e diventò uno spettacolo di grandi proporzioni, raccontato dai mezzi d’informazione di tutto il mondo. La storia del portiere di hockey che aveva rapinato 29 banche, fuggendo di prigione e diventando un eroe nazionale, era materiale perfetto per Hollywood. Gli avvocati di Ambrus ne approfittarono, vendendo i diritti d’adattamento della storia al cinema senza che il loro cliente ne fosse al corrente.
Il bandito del whisky fu condannato a quindici anni di carcere. Durante un discorso in aula chiese scusa, ma aggiunse un commento sui politici e gli uomini d’affari che rubavano miliardi di fiorini nella più totale impunità. Ambrus scontò la sua condanna nella prigione di Sátoraljaújhely, vicino al confine con la Slovacchia e l’Ucraina. “Alla fine del mondo, dove perfino gli uccelli non possono volare”, come ha detto lui stesso.
Oggi Attila Ambrus gestisce un laboratorio di ceramica nel centro di Budapest, ed è ancora un personaggio pubblico. È uscito di prigione nel 2012, dopo quasi undici anni di detenzione. La sua condanna è stata ridotta per buona condotta, visto che ha passato il tempo a leggere e a fare esercizio fisico. Ha colmato le lacune della sua istruzione, ottenendo addirittura un master in storia dell’arte.
La sua storia ha ispirato vari libri e un film d’azione. Alla domanda che gli viene ripetutamente fatta, “ne è valsa la pena?”, risponde sempre: “In realtà la prigione è stata la mia salvezza. Alcol, soldi, adrenalina e insensibilità mi stavano facendo sprofondare. Quello che ho fatto è stato sbagliato ed egoista. Ho scontato la mia pena, e non ho alcuna intenzione di tornare al passato. Adesso voglio fare tutto il possibile per tornare nella società, e pensare semplicemente a vivere”. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1355 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati