Alexis Tsipras si dimetterà se dovesse vincere il sì al referendum

Il parlamento greco ha convocato un referendum sul piano di salvataggio proposto dai creditori internazionali per domenica 5 luglio. Entro la mezzanotte del 30 giugno Atene avrebbe dovuto ripagare il prestito da 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale

Perché è fallito l’accordo tra Atene e Bruxelles

29 giugno 2015 16:13
Un graffito antieuropeo ad Atene, con la scritta “no” in tedesco. (Alkis Konstantinidis, Reuters/Contrasto)

Dopo quasi cinque mesi di incontri, vertici, memorandum, documenti e correzioni Atene e i creditori non hanno trovato un accordo per salvare la Grecia dall’insolvenza. Le due parti non sono riuscite a intendersi sul piano di riforme che dovrebbero fornire una garanzia per i prestiti futuri, cominciando a risanare i conti pubblici del paese. I punti più controversi riguardano le pensioni e l’aumento dell’Iva.

Pensioni. “L’attuale sistema pensionistico greco non è sostenibile”, si legge nella bozza dell’accordo. Il problema del sistema previdenziale è che dipende dai sussidi, sia sotto forma di introiti fiscali specificamente destinati alle pensioni, sia sotto forma di rabbocchi diretti dalle casse dello stato. I contributi che i greci versano coprono solo il 57 per cento di quello che lo stato spende per pagare i pensionati. Questo dipende dall’eccezionale tasso di disoccupazione (oltre il 25 per cento) dovuto alla crisi, ma anche a elementi strutturali come l’anzianità della popolazione.

I creditori hanno chiesto ad Atene di alzare l’età della pensione a 67 anni (o 62 anni con 40 di contributi) entro il 2022. Atene proponeva il 2036 e ora è arrivata a offrire il 2025 come data entro cui i greci smetteranno di lavorare a 67 anni. I creditori hanno chiesto l’eliminazione della Ekas, un bonus per i pensionati più poveri, a partire dal 2019 (all’inizio proponevano il 2017). Il governo prevede di non cancellarlo prima del 2020.

Iva. La questione dell’aumento dell’iva è stata centrale fin dall’inizio dei negoziati, cinque mesi fa. In un paese in cui l’evasione fiscale è piuttosto diffusa, alzare l’imposta sui beni e i servizi è un modo certo per fare entrare più soldi nelle casse dello stato. Atene è preoccupata, però, che una misura simile ostacoli la ripresa dei consumi.

I creditori hanno rinunciato a chiedere un sistema con due sole aliquote e propongono di modularlo su queste tre: una generale del 23 per cento, una del 13 per cento per alimenti di base, hotel, energia e acqua e una al 6 per cento su medicine, libri e teatro. Il punto di discordia è quello degli hotel e dei ristoranti che ora sono tassati al 6 per cento e nel progetto dell’Unione salirebbero rispettivamente al 13 e al 23. Una richiesta che Atene non vuole accettare perché colpirebbe il turismo, settore chiave dell’economia nazionale. Per altro, giusto all’inizio dell’alta stagione, visto che i creditori chiedono che la riforma entri in vigore il primo luglio e sia eventualmente modificata solo alla fine del 2016.

I creditori chiedono di abolire le eccezioni all’interno di questo sistema, compresa quella per le isole, popolare meta turistica. Ma il governo di Alexis Tsipras – e in particolare l’alleato nazionalista Greci indipendenti – non vuole cedere.

Tasse. Atene vuole una sovrattassa del 12 per cento sui profitti societari superiori a 500mila euro. I creditori si oppongono. Soprattutto Christine Lagarde, presidente del Fondo monetario internazionale, che ha detto: “Non si può basare un programma sulla promessa di nuovo gettito fiscale. È stato fatto negli ultimi cinque anni, con pochi risultati”.

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