La borsa di Shanghai

La borsa cinese fa tremare l’Asia

09 luglio 2015 12:01
Uno schermo che mostra lo Shanghai Composite Index e lo Shenzhen Component Index. (Afp)

Il giorno dopo la tensione sui mercati asiatici causata dal crollo della borsa cinese, i principali listini dell’estremo oriente stanno reagendo alle misure di controllo messe in atto dalle autorità di Pechino per arginare la caduta. Gli indici di Hong Kong, Shenzhen e Shanghai hanno aperto in rialzo tra l’1 e il 2 per cento, continuando a salire fino a un + 3 per cento a metà mattinata.

Secondo la Reuters, si tratta degli effetti degli interventi operati nella giornata di
ieri dal governo cinese, che per il momento ha bloccato le quotazioni di nuove azioni e ha imposto un blocco di sei mesi sulla vendita di titoli da parte di chi detiene una quota superiore al 5 per cento del capitale di un’azienda. Inoltre, in serata, Pechino ha ordinato alle aziende di stato di interrompere le vendite e di ricominciare a comprare, nel tentativo di bloccare il panico causato dal crollo della borsa.

Solo nella giornata di ieri l’indice CSI300, che comprende gran parte delle aziende quotate a Shanghai e a Shenzhen, e il Shanghai Composite Index hanno registrato perdite stimate intorno al 7 per cento. Finora la borsa ha bruciato più di tremila miliardi di dollari: la cifra è pari a 20 volte le previsioni dei tagli al debito greco. Le aziende quotate nei listini cinesi sospese per eccesso di ribasso ieri sono state 1.301.

Secondo gli analisti, la caduta della borsa cinese, che è scesa del 30 per cento rispetto al picco record registrato lo scorso 12 giugno, è stata causata dalla fuga dei piccoli investitori cinesi, che sono circa 90 milioni.

Quando l’economia cinese andava molto bene e registrava tassi di crescita a doppia cifra, i risparmiatori cinesi furono incentivati a investire in borsa con prestiti elargiti generosamente dalle banche nazionali. A causa del successivo rallentamento, invece, gli investitori sono stati chiamati a ripagare i debiti contratti con le banche, mentre il governo cinese chiudeva i rubinetti e imponeva una stretta ai prestiti bancari. Gli investitori hanno così cominciato a vendere in massa le loro azioni, trascinando la borsa cinese al ribasso.

Gli effetti del panico di ieri, in aggiunta al timore di un contagio sul resto dei mercati internazionali, ha fatto crescere gli investimenti nello yen, la moneta giapponese, considerata un investimento sicuro in periodi di volatilità del mercato. Questo spostamento di capitali ha provocato un rafforzamento dello yen sul dollaro, condizione che danneggia le esportazioni giapponesi. L’indice Nikkei 225 della borsa di Tokyo, infatti, ha aperto al ribasso, segnando perdite intorno al 3 per cento.

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Claudia Grisanti
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