L’inchiesta del New York Times su Amazon apre un dibattito sulle condizioni dei lavoratori

18 agosto 2015 17:07
La sede di Amazon a Seattle, negli Stati Uniti. (Laif/Contrasto)

Una recente inchiesta del New York Times ha scatenato un dibattito sulle condizioni degli impiegati di Amazon, l’azienda statunitense di commercio online. Secondo il New York Times, che ha intervistato più di cento dipendenti ed ex dipendenti, Amazon costringe i cosiddetti “colletti bianchi” a ritmi massacranti di lavoro e ha adottato una cultura del lavoro definita “darwinista”, che non tiene conto della vita privata e perfino delle condizioni di salute dei lavoratori, ma solo della produttività in ufficio.

Ieri Jeff Bezos, fondatore dell’azienda, ha risposto al quotidiano con un’email ai suoi dipendenti, scrivendo che l’articolo non descrive l’Amazon che conosce e che “chiunque lavori in un’azienda come quella descritta dal New York Times sarebbe un pazzo a restarci”.

Cos’ha scritto il New York Times. Gli impiegati di Amazon, si legge nell’articolo uscito il 15 agosto, sono costretti a lavorare senza sosta, più di 80 ore a settimana, a volte anche di notte, nel fine settimana e durante le vacanze. Chi lavora meno di 80 ore viene considerato “debole” e isolato.

Amazon inoltre, per incoraggiare la produttività e la meritocrazia, usa un sistema di valutazione chiamato Anytime feedback tool, con il quale ogni lavoratore invia ai dirigenti una valutazione dei colleghi. Spesso però questo strumento spinge gli impiegati a mettersi d’accordo per dare giudizi collettivi, soprattutto quelli negativi, su singole persone considerate sgradite, emarginandole e causandone il licenziamento. Hanno ricevuto voti negativi anche alcune persone malate di cancro o che avevano subìto un aborto spontaneo.

Nell’articolo si legge anche che il modello produttivo dell’azienda incoraggia i dipendenti a criticare apertamente le idee dei colleghi, fino a rendere ostile l’ambiente di lavoro.

Amazon è stata descritta come un’azienda in cui l’equilibrio tra lavoro e vita privata è difficile da raggiungere. Un’accusa che l’azienda nega.

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Claudia Grisanti
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