Feriti dopo l’esplosione ad Ankara il 10 ottobre. (Tumay Berkin, Reuters/Contrasto)

L’attentato di Ankara getta un’ombra sulle prossime elezioni in Turchia

Feriti dopo l’esplosione ad Ankara il 10 ottobre. (Tumay Berkin, Reuters/Contrasto)
11 ottobre 2015 15:28

I sindacati di sinistra, Kesk (funzionari pubblici) e Disk, l’associazione dei medici (Ttb) e il Partito democratico dei popoli (Hdp) avevano invitato a manifestare, sabato 10 ottobre, contro la ripresa delle ostilità tre le forze turche e i ribelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) nel sudest del paese. Alcuni minuti prima della partenza del corteo, sono esplose due bombe nel luogo dove erano riuniti i militanti dell’Hdp, causando almeno 95 morti e 246 feriti. La Turchia ha decretato tre giorni di lutto nazionale dopo questi attentati.

È ancora troppo presto per sapere se si tratta dell’azione di un kamikaze o di una bomba posizionata all’interno del corteo, ma le biglie d’acciaio ritrovate sul luogo del crimine dimostrano che l’intenzione era quella di fare il maggior numero possibile di vittime. Quel che certo è che questo attentato assomiglia, per filo e per segno, a quello che ha avuto luogo a Diyarbakır il 5 giugno, nel bel mezzo di una manifestazione dell’Hdp, due giorni prima delle elezioni. In quel caso erano esplose, una dopo l’altra, due bombe: una vicina a un trasformatore elettrico, l’altra in un cestino dell’immondizia, provocando quattori morti e quattrocento feriti.

Due giorni dopo, il 7 giugno, l’Hdp otteneva il 13 per cento dei voti alle legislative, facendo perdere la maggioranza assoluta al partito islamista Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Una maggioranza che permetteva al partito di controllare il paese dal 2002. Indebolito da questo insuccesso, Erdoğan ha indetto le elezioni anticipate, fissate per il 1 novembre, dopo che il primo ministro Ahmet Davutoğlu è stato incapace di formare un governo di coalizione.

Un periodo di turbolenza senza precedenti

L’Akp conta su queste nuove elezioni per riconquistare la sua maggioranza parlamentare, ma i principali istituti di sondaggi dicono che non sarà così. Gli islamisti dell’Akp si attesterebbero intorno al 38-40 per cento dei voti (contro il 41 per cento del 7 giugno). La strategia elettorale del partito di Erdoğan consiste nel delegittimare i filocurdi dell’Hdp, accusati di collusione coi “terroristi del Pkk”, e conquistare i favori dell’elettorato ultranazionalista turco.

L’Hdp, i suoi militanti e i suoi giornalisti sono nell’occhio del ciclone. Ogni giorno vengono fermati e interrogati dalla polizia e le sedi del partito sono state spesso attaccate. Il capo del partito, Selahattin Demirtaş, bollato come “terrorista” dal capo dello stato, non è più invitato dai canali televisivi pubblici, a esclusione di quelli dell’opposizione, che sono stati appena costretti a chiudere senza alcun motivo.

Due giorni fa, Garo Palayan, deputato dell’Hdp, aveva espresso il timore di vedere annullate le elezioni legislative del 1 novembre. Una simile eventualità è più plausibile dopo il doppio attentato di Ankara.

La Turchia è entrata in un periodo di turbolenza comparabile a quelli che un tempo si verificavano prima dei colpi di stato militare (1960, 1971, 1980). La stampa filogovernativa, la sola autorizzata a parlare, non ha esitato a dare un’interpretazione tendenziosa degli attentati di sabato mattina ad Ankara.

“Trarre vantaggio dai morti”

Qualche ora dopo la doppia esplosione il quotidiano Sabah scriveva, in apertura del suo sito: “Come a Diyarbakır, Demirtaş sta traendo vantaggio dai morti”. “L’attentato di Diyarbakır aveva dato due punti percentuali in più all’Hdp”, è scritto nell’occhiello. I siti di altri due quotidiani della stessa area politica, Yeni Safak e Yeni Akit, sostengono la stessa cosa.

Yeni Akit ha riprodotto il logo dell’Hdp (un ulivo con delle foglie e il cui tronco è rappresentato da due mani unite) disegnando però delle granate al posto delle foglie, per far credere ai propri lettori che i militanti filocurdi siano gli istigatori dell’attentato che li ha presi di mira.

“Questo attentato ci fa molto male. È la nostra popolazione che paga il prezzo più alto. Siamo di fronte allo stesso scenario osservato a Diyarbakır prima delle elezioni del 7 giugno. Abbiamo visto chi ne ha tratto vantaggio. La nazione non deve accettare un simile scenario”, ha dichiarato Bülent Turan, deputato dell’Akp di Çanakkale al giornale Yeni Akit.

È ricominciato il linciaggio

La stampa d’opposizione è condannata al silenzio. Venerdì 9 ottobre sette canali televisivi, noti per le loro critiche nei confronti del governo, hanno bruscamente ricevuto il divieto di andare in onda. È ricominciato il linciaggio. Ahmet Hakan, giornalista di Hürriyet e di Cnn Türk è stato aggredito e malmenato davanti alla sua abitazione, la sera dell’1 ottobre, da quattro persone, tre delle quali erano militanti dell’Akp. Poco tempo prima, la redazione di Hürriyet era stata vittima di lanci di pietre da parte di un gruppo di persone, guidate da un deputato dell’Akp Abdulrahim Boynukalin, il quale aveva invitato i suoi sostenitori ad aggredire fisicamente il giornalista Ahmet Hakan.

Venerdì 9 ottobre è stato arrestato il caporedattore del quotidiano Zaman, Bülent Kenes, accusato di “vilipendio al presidente”. Dal 2014 quasi trecento giornalisti e blogger sono stati incriminati con questo capo d’imputazione. L’articolo 299 del codice penale (vilipendio al presidente), introdotto subito dopo la soppressione dell’articolo 301 (insulto alla nazione turca, che era stato abrogato nel 2008 per conformarsi ai criteri europei), viene quotidianamente usato contro giornalisti e blogger.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato su Le Monde.

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