29 febbraio 2016 10:46

Secondo gli standard di qualsiasi altro paese occidentale, il ruolo giocato dalla fede nelle elezioni presidenziali statunitensi appare enorme. Un sondaggio condotto dal Pew research center ha confermato che chiunque speri di entrare alla Casa Bianca e dichiari di essere ateo incontrerebbe grandissimi ostacoli.

Il 51 per cento degli elettori sarebbe meno propenso a votare un candidato che non crede in dio, contro il 6 per cento di chi invece la considera una qualità. Non c’è davvero paragone tra questi dati e quelli di altre democrazie dove politici di primo piano (come François Hollande in Francia e l’ex premier australiana Julia Gillard) possono tranquillamente sconfessare qualsiasi potere superiore.

Secondo lo stesso sondaggio, il 51 per cento degli elettori americani ritiene importante avere un presidente che condivida la loro prospettiva religiosa. Come forse era prevedibile, questa percentuale è più alta tra gli elettori di orientamento repubblicano (64 per cento) rispetto a quelli democratici (41 per cento), ma le affiliazioni di partito non sono importanti quanto ci si aspetterebbe.

Trump fa appello alle insicurezze dei cristiani bianchi, un gruppo elettorale convinto di essere sempre meno influente nella vita del paese

Il ruolo della religione non è però né statico né facile da prevedere. Nel 2007, le persone per le quali l’ateismo di un candidato rappresentava un ostacolo erano il 63 per cento, una percentuale più alta di oggi.

Tendenza demografica

Negli ultimi nove anni la proporzione di chi si dichiara indifferente al fatto che un candidato non creda in dio è passata dal 32 per cento al 41 per cento. Tra tutti quelli che hanno risposto nel 2016, circa il 68 per cento ritiene che la religione stia perdendo importanza nella vita degli Stati Uniti. E dietro queste cifre si può intravedere una più ampia tendenza demografica.

In base a un sondaggio precedente del Pew, la quantità di persone che non dichiarano alcuna affiliazione religiosa (none) è in crescita, e sarebbe passata dal 16 per cento nel 2007 al 23 per cento nel 2014. Poiché gli evangelici sono attestati saldamente attorno al 25 per cento e i protestanti delle confessioni principali, o liberali, sono in rapida diminuzione, si può dire che il paesaggio appare piuttosto polarizzato. Tra gli elettori di orientamento repubblicano, gli evangelici rappresentano il 38 per cento, mentre tra i democratici il contingente di chi non dichiara alcuna affiliazione è di circa il 28 per cento.

Questo però non significa gli elettori repubblicani sceglieranno automaticamente i candidati che si mostrano più evangelici. In tre primarie su quattro, Donald Trump, sposato tre volte e con un’affiliazione religiosa molto vaga, ha avuto la meglio su Ted Cruz, che ha puntato molto sul suo fervente evangelismo.

Secondo Robert Jones, del Public religion research institute, Trump fa appello alle insicurezze dei cristiani bianchi, un gruppo elettorale convinto di essere sempre meno influente sulla vita del paese; impegnandosi a “rendere l’America di nuovo grande”, Trump promette in modo subliminale un ritorno a un’epoca in cui quell’influenza era fortissima.

Per quanto riguarda gli elettori democratici, non sono tutti dei razionalisti senza dio, né cercano questa caratteristica nei loro candidati. Molti accettano il fatto Hillary Clinton sostenga di essere influenzata dalla sua fede metodista, mentre molti elettori repubblicani la ritengono poco o per niente religiosa.

Per quanto riguarda il suo rivale Bernie Sanders, un ebreo non osservante, molti elettori sembrano disposti a concedergli il beneficio del dubbio sotto il profilo spirituale; il 40 per cento di quanti hanno risposto al sondaggio lo ritiene molto o un po’ religioso, mentre solo il 30 per cento descrive Donald Trump in questi termini. Sembra però che alcuni elettori devoti si siano convinti del fatto che le loro chiese sarebbero più al riparo da minacce terroristiche, o anche secolari, se ci fosse un miliardario di New York a proteggerle.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale britannico The Economist.