Annie Ernaux a Cergy, in Francia, il 14 gennaio 2008. (Ulf Andersen, Getty Images)

Tre incipit di Annie Ernaux, vincitrice dello Strega europeo

Annie Ernaux a Cergy, in Francia, il 14 gennaio 2008. (Ulf Andersen, Getty Images)
06 luglio 2016 19:44

Annie Ernaux è nata nel 1940 a Lillebonne, in Normandia. Dopo gli studi a Rouen ha cominciato la sua carriera da insegnante, coltivando comunque un’ambizione letteraria. Ha esordito nel 1974 con il romanzo autobiografico Gli armadi vuoti. Il successo arriva nel 1984 con Il posto, che le fa vincere anche il premio Renaudot.

Con Gli anni, pubblicato in Francia nel 2008, Ernaux riprende il filo della narrativa autobiografica. Il libro costruisce attraverso una serie di immagini un affresco della Francia dal dopoguerra ai giorni nostri, e vince il premio assegnato dall’Association Marguerite-Duras. Nel 2015 viene tradotto anche in Italia.

Nel 2016 è uscito L’altra figlia, in cui l’autrice fa i conti con la morte della sorella, avvenuta quando lei non era ancora nata.

A partire dal 2014, la casa editrice L’Orma ha pubblicato Il posto, Gli anni e L’altra figlia, tutti e tre tradotti da Lorenzo Flabbi. Il 6 luglio 2016 Gli anni ha vinto il premio Strega europeo, alla sua terza edizione.

Gli incipit dei tre libri.

Il posto

Ho fatto la parte pratica del concorso per il Capes in un liceo di Lione, sulla collina della Croix-Rousse (…) Davanti a una quarta dello scientifico ho spiegato venticinque righe – bisognava numerarle – di Papà Goriot di Balzac. Dopo la lezione io e i commissari ci siamo spostati nell’ufficio del preside. “Ha fatto fatica a farsi seguire dagli studenti” mi ha rimproverato l’ispettore (…) Per un quarto d’ora ha alternato critiche, elogi, consigli, io ascoltavo appena, chiedendomi soltanto se tutto ciò che mi stava dicendo significava che avevo passato la prova. D’un tratto, con aria grave, si sono alzati tutti e tre all’unisono. Mi sono alzata anch’io, precipitosamente. L’ispettore mi ha teso la mano. Poi, guardandomi bene in faccia: “Congratulazioni”. (…)

Non ho smesso di pensare a questo cerimoniale fino alla fermata del bus, con rabbia e una sorta di vergogna. La sera stessa ho scritto ai miei genitori che sarei presto diventata professoressa “di ruolo”. Mia madre mi ha risposto che erano molto contenti per me.

Mio padre è morto esattamente due mesi dopo.

Gli anni

Tutte le immagini scompariranno.

la donna accovacciata che, in pieno giorno, urinava dietro la baracca di un bar al margine delle rovine di Yvetot, dopo la guerra, si risistemava le mutande con la gonna ancora sollevata e se ne tornava nel caffè

il volto pieno di lacrime di Alida Valli mentre ballava con George Wilson nel film L’inverno ti farà tornare (…)

le immagini reali o immaginarie, quelle che persistono anche nel sonno

le immagini di un momento bagnate da una luce che è soltanto loro

Svaniranno tutte in un colpo solo come sono svanite a milioni le immagini che erano dietro la fronte dei nonni morti da mezzo secolo, dei genitori morti anch’essi. Immagini in cui comparivamo anche noi, bambine, tra altri esseri scomparsi prima ancora che nascessimo, nella stessa maniera in cui ricordiamo i nostri figli piccoli assieme ai loro nonni già morti, ai nostri compagni di scuola. E così un giorno saremo nei ricordi dei figli in mezzo a nipoti e a persone che non sono ancora nate. Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginari, il sogno alla storia.

L’altra figlia

È una foto color seppia, ovale, incollata sul cartone ingiallito di un libretto, mostra un neonato di tre quarti seduto in equilibrio su cuscini decorati, sovrapposti. Ha indosso un camicino ricamato, chiuso da una sola asola a cordoncino, ampio, con un fiocco fissato poco dietro la spalla, come un grosso fiore o le ali di una farfalla gigante. Un bebè magrolino, lungo lungo, con le gambe aperte, tese, che arrivano a toccare il piano del tavolo. Arrotolato sulla fronte bombata ha un boccolo di capelli scuri, sgrana gli occhi con un’intensità quasi divorante. Sembra agitare le braccia, spalancate come quelle di un bambolotto. Si direbbe che stia per tirarsi su. In calce alla foto, la firma del fotografo – M. Ridel, Lillebonne –, le cui iniziali intrecciate ornano anche l’angolo in alto a sinistra della copertina, molto sporca e mezzo sfaldata.

Quando ero piccola credevo si trattasse di me, doveva avermelo detto qualcuno. Non sono io, sei tu. (…)

Secondo l’anagrafe sei mia sorella. Porti anche il mio stesso cognome, il mio «nome da signorina», Duchesne (…)
Ma tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme. Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. Sei senza corpo, senza voce, sei giusto un’immagine piatta su qualche foto in bianco e nero. Non ho alcun ricordo di te. Quando sono nata eri già morta da due anni e mezzo. Tu sei la figlia del cielo, la bambina invisibile di cui non si parlava mai, la grande assente da tutte le conversazioni. Il segreto.

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