Un’azienda in ottima salute. E non solo per i suoi clienti a quattro zampe. La clinica veterinaria AniCura Saint-Roch a La Rochelle, che accoglie ogni anno 27mila “pazienti”, ha inaugurato alla fine di marzo dei locali completamente ristrutturati e su una superficie quasi raddoppiata, da 900 a 1.600 metri quadrati. La struttura ha un servizio di cardiologia, un centro di diagnostica per immagini con uno scanner di ultima generazione, una sala di endoscopia, un polo oncologico nuovo di zecca per le chemioterapie, e uno spazio di riabilitazione per gli animali dopo un intervento chirurgico.
Durati quasi tre anni, i lavori hanno rappresentato un investimento di circa due milioni di euro. Il progetto fa capo alla rete AniCura, filiale del gruppo statunitense Mars, lo stesso che possiede i marchi M&M’s, Snickers, Mars, e anche Royal Canin, Sheba e Whiskas. Insomma, dalla barretta di cioccolato al collare elisabettiano per cani e gatti il passo a quanto pare è breve. Sul suo sito il colosso economico con sede in Virginia afferma di “prendersi cura di metà degli animali da compagnia del pianeta”.
La salute animale è diventata un affare che fa gola, e i motivi sono evidenti. In Francia ci sono 16,6 milioni di gatti e quasi dieci milioni di cani. Secondo la Federazione dei produttori di cibo per cani, gatti, uccelli e altri animali domestici, più di un francese su due (il 55 per cento) ne ha uno. Ma a cambiare è stato soprattutto il rapporto dei francesi con gli animali domestici.
“Con la disarticolazione delle strutture familiari, l’aumento delle persone che vivono da sole e l’invecchiamento della popolazione, il proprio animale è considerato spesso il migliore amico. E si è disposti a pagare caro il cibo e le cure di cui ha bisogno. Con po’ di cinismo, potremmo dire che il pricing power (la possibilità per un’azienda di imporre prezzi alti) è simile quando si tratta di animali o di bambini: i clienti non stanno a contrattare”, spiega Pierre Tegnér, analista del gruppo finanziario Oddo. Una rottura dei legamenti crociati, per esempio, costa in media 929 euro, secondo uno studio del gennaio 2024 della società di ricerche di mercato Ifop per l’assicuratore Fidanimo. E ci vogliono circa tremila euro per una protesi dell’anca e mille euro per il trattamento di una torsione dello stomaco nei cani.
La conseguenza è un mercato che in Francia vale 4,3 miliardi di euro e comprende crocchette, paté, lettiere e accessori vari (dalla tenda per cani al cuscino a memoria di forma), oltre alle cure mediche. “Il mercato della medicina veterinaria è in crescita, nell’ordine del 4 per cento all’anno”, indica Philippe Baralon, veterinario e socio dello studio di consulenza Phylum, vicino a Tolosa.
Concentrazioni aziendali
Il problema è che anche gli animali invecchiano. Secondo l’AniCura, il 31 per cento dei cani e il 33 per cento dei gatti in Europa sono “senior”. E l’invecchiamento significa visite più frequenti e interventi chirurgici più costosi. L’offerta si è adeguata. “All’inizio della mia carriera, non c’erano scanner a raggi X dai veterinari. Oggi ne contiamo 130 in Francia. Ormai facciamo radiografie ai conigli e interventi chirurgici sulle galline”, spiega Philippe Baralon.
La crescita del settore ha attirato gruppi finanziari e multinazionali, tanto più che “le cure agli animali da compagnia rappresentano un’attività universale, facile da capire per gli investitori”, prosegue lo specialista. Le concentrazioni aziendali sono cominciate nel 1994 negli Stati Uniti, nel 1999 nel Regno Unito, e più di recente in Francia. Il gruppo Mon Véto, che in Francia ha 316 ambulatori, è oggi controllato al 20 per cento dal fondo d’investimento francese Ardian.
Gli altri fondi francesi Eurazeo e InfraVia hanno una partecipazione rispettivamente in Sevetys (quasi duecento ambulatori) e Univet, mentre lo svedese Eqt è azionista di maggioranza della Ivc Evidensia (260 ambulatori), di cui Nestlé controlla il 20 per cento. Nel 2019 solo il 2 per cento dei veterinari in Francia lavorava in gruppi; oggi sono più del 21 per cento (la grande maggioranza rimane comunque indipendente). Lo studio Phylum prevede che nel 2028 metà dei veterinari che si occupano dei cani eserciterà in grandi strutture.
Il modello è creare una rete rilevando le cliniche già redditizie, dove i veterinari si impegnano a rimanere in servizio alcuni anni dopo la vendita. Dopo un periodo di euforia nel 2020-2021 durante la pandemia di covid-19, il ritmo delle acquisizioni è rallentato, ma gruppi come l’Ivc Evidensia, Univet e Sevetys rimangono dinamici.
“Storicamente, un veterinario vendeva il suo ambulatorio in cambio dell’equivalente di due anni di utili. Oggi i grandi gruppi non esitano a offrire dieci anni di utili o perfino di più”, dice David Quint, veterinario e presidente del Sindacato nazionale dei veterinari liberi professionisti (Snvel). Ambulatori di medie dimensioni possono valere tra i due e i tre milioni di euro.
Una risonanza costa un patrimonio
Per rendere redditizio l’acquisto, i compratori adottano delle misure per far aumentare i profitti: nuove prestazioni, aumento delle tariffe, assunzione di assistenti per permettere al veterinario di concentrarsi solo sull’attività medica, e così via.
I gruppi forniscono inoltre diversi servizi: “Condivisione dei compiti amministrativi, assistenza nelle assunzioni in un settore molto competitivo, accesso a formazione di qualità e un aiuto finanziario per l’acquisto di materiale all’avanguardia o per l’allestimento della clinica”, elenca una portavoce della Ivc Evidensia.
Così in due cliniche su tre dopo il passaggio di mano si fanno investimenti (ristrutturazione, ampliamento o nuove attrezzature), sostiene un rapporto pubblicato nell’aprile 2023 da Asterès, uno studio incaricato dal Sindacato dei gruppi di strutture veterinarie (Syngev). “Le cliniche del Syngev dedicano il cinque per cento del fatturato agli investimenti, contro una cifra tra l’1,5 e il 2 per cento negli stabilimenti indipendenti. Bisogna sapere che un apparecchio per la risonanza magnetica costa circa cinquecentomila euro, uno scanner duecentomila”, dice Jacques Bonin, presidente della AniCura France e del Syngev. L’AniCura in particolare si è specializzata nei centri veterinari di grandi dimensioni, dove si praticano le terapie più avanzate. Un’operazione a cuore aperto può costare trentamila euro.
Prezzi che hanno finito per far storcere il naso alle autorità francesi. In un parere pubblicato il 24 ottobre, l’autorità per la concorrenza, che era stata interpellata nel 2024 dal ministero dell’economia, ha osservato “un aumento globale delle tariffe”, più marcato presso “i veterinari che hanno aderito a una rete corporate”, cioè detenuta in maggioranza da un’impresa commerciale o finanziaria. Forte è anche la preoccupazione per la tendenza alla concentrazione societaria, che in determinate regioni può ridurre la concorrenza a scapito dei clienti.
Inoltre queste nuove strutture non sono sempre ben viste dai professionisti del settore. “Ho lasciato il mio centro quando è stato venduto a un gruppo. I finanziatori impongono una logica che può portare a degli eccessi”, osserva David Quint, che esercita a Brive-la-Gaillarde (nel dipartimento della Corrèze). “Non dovremmo diventare dei lavoratori dipendenti: un veterinario deve rimanere pienamente responsabile di quello che fa e delle sue decisioni”, concorda Géraldine Blanchard, dottoressa in medicina veterinaria presso la scuola nazionale veterinaria di Alfort (Enva), a Maisons-Alfort (in Val-de-Marne).
“La ‘protocollizzazione’ delle cure tende a privare il professionista del suo approccio clinico, che si basa più sulle conoscenze personali che sugli algoritmi e gli esami costosi”, critica Dominique Grandjean, docente-ricercatore dell’Enva. Il consiglio nazionale dell’ordine dei veterinari conferma: “Le strutture che sono state comprate sono molto bene equipaggiate a livello tecnologico, e questa è un’ottima cosa. Ma la tentazione di ammortizzare gli investimenti moltiplicando gli esami clinici è grande”, dice il presidente Jacques Guérin.
Anche la Fondazione diritto animale (Lfda), presieduta da settembre da Laurence Parisot, ex presidente del Medef (la Confindustria francese), denuncia una logica sempre più commerciale. “Il problema dell’indipendenza dei veterinari è molto sentito e sempre più importante con l’evoluzione del settore”, stimava su Le Monde a settembre Louis Schweitzer, l’ex presidente del consiglio d’amministrazione della Renault diventato presidente onorario della Lfda, morto il 6 novembre.
“I professionisti che hanno fatto la scelta di aderire alla nostra rete conservano una totale autonomia in materia di diagnosi, cure e prescrizioni, nell’interesse dei loro pazienti e in accordo con i proprietari degli animali”, risponde la portavoce della Ivc Evidensia.
Pressioni commerciali
Nel luglio 2023 le regole di indipendenza dei veterinari sono state riaffermate anche dal consiglio di stato, in seguito a un contenzioso tra l’ordine nazionale dei veterinari e alcune società. In seguito di questa decisione è stata avviata una procedura di conciliazione, che ha portato all’adozione di una “dottrina” comune. “Tutte le nostre cliniche rispettano le norme e sono iscritte all’ordine dei veterinari. Lo scontro è ormai alle nostre spalle ed è una buona notizia”, commenta Jacques Bonin, della AniCura. Tuttavia “le relazioni restano tese tra i gruppi e l’autorità regolamentare”, osserva Philippe Baralon. Contattato da Le Monde, il gruppo Nestlé non ha voluto esprimersi.
Un altro elemento piuttosto problematico è rappresentato dalle condizioni di acquisto degli ambulatori, fatte spesso a peso d’oro, che portano numerosi vincoli. “Certi contratti prevedono una clausola che vieta a chi vende di esercitare la professione a meno di cento chilometri di distanza”, testimonia David Quint, dello Snvel.
Una veterinaria, che desidera mantenere l’anonimato, ha lasciato la professione due anni dopo aver venduto alla Ivc Evidensia la sua struttura. “Ricevevo dal gruppo raccomandazioni sui prezzi e i fornitori, anche se in teoria non avevo alcun obbligo. In realtà, la pressione commerciale era molto concreta. Per esempio, per le pompe funebri ci incitavano fortemente a servirci di una delle agenzie più care del mercato, che appartiene ovviamente alla Ivc Evidensia. Quando ho chiesto quali erano i costi, mi hanno risposto: ‘Non seguendo le nostre raccomandazioni ci mette in difficoltà. Non faremo sforzi per lei’. Alla fine mi hanno licenziato, senza giustificazione”.
Una testimonianza che non sorprende Caroline Dabas, presidente del sindacato delle strutture e stabilimenti veterinari indipendenti francesi: “Molti colleghi e colleghe escono distrutti da queste esperienze. Ma vincolati da clausole di riservatezza, non possono esprimersi pubblicamente”. Il rovescio della medaglia dei ricchi compensi ricevuti dai veterinari che hanno ceduto la loro attività.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
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