15 febbraio 2022 14:31

Generalmente non associamo gli Stati Uniti a una burocrazia lenta e macchinosa. Al contrario, tendiamo a pensare che in quel paese l’amministrazione pubblica abbia assorbito le innovazioni che arrivano dalla Silicon valley, e che i ritardi nella digitalizzazione degli enti governativi siano un problema soprattutto europeo. In realtà, ampi settori dell’amministrazione pubblica statunitense sono rimasti molto indietro. Tra questi c’è quello che si occupa dell’immigrazione e delle richieste di cittadinanza. Un articolo del Wall Street Journal pubblicato su Internazionale del 4 febbraio racconta le storie di alcune persone sospese in un surreale limbo burocratico.

“Quando ha presentato domanda per ottenere la cittadinanza statunitense, nel maggio 2020, Shawntel Went aveva messo in conto che ci sarebbero stati ritardi per via della pandemia. Ma i mesi passavano senza che la pratica si sbloccasse, mentre i suoi amici che avevano inoltrato la richiesta dopo di lei ricevevano risposte positive. Così Went ha cominciato a preoccuparsi. Finalmente, all’inizio del gennaio 2022 i Citizenship and immigration services (Uscis), l’agenzia statunitense che esamina le richieste di cittadinanza, le hanno comunicato quale era il problema: i documenti necessari per completare la sua pratica erano bloccati in uno dei depositi dei federal record center, gli archivi dei registri federali”.

Queste strutture, che compongono una gigantesca rete di spazi sotterranei nell’area metropolitana di Kansas City, in Missouri, sono rimaste chiuse a causa del covid-19 e difficilmente riapriranno in tempi brevi. Senza quei documenti – in cui è raccontata tutta la storia personale di Went dopo il suo arrivo negli Stati Uniti dalle Barbados, nel 2011 – le autorità non possono approvare la sua richiesta. Il governo ha spiegato a Went che una soluzione al momento non esiste. “Non vogliono aprire quell’ufficio e andare a prendere i documenti. Non ha nessun senso”, dice la donna esasperata.

“Went non è l’unica persona a trovarsi in questo limbo burocratico. Al momento più di 350mila richieste che hanno a che fare con l’immigrazione sono bloccate presso la National archives and records administration (Nara), l’agenzia che gestisce i magazzini dei registri federali di Kansas City. Il blocco delle richieste di cittadinanza è l’esempio più eclatante di un problema che affligge da tempo il sistema dell’immigrazione degli Stati Uniti: si basa tutto ancora sulla carta. I documenti, in totale circa ottanta milioni, occupano tanto spazio che gli Uscis hanno affidato parte dell’attività di archivio alla Nara. Quest’agenzia dovrebbe recuperare le pratiche delle persone che presentano richiesta di cittadinanza, ma a causa della pandemia ha dovuto chiudere gli archivi e occuparsi solo dei casi urgenti. Quindi i documenti necessari per approvare alcune richieste sono irraggiungibili”. Qui il resto dell’articolo.

Armi spuntate
In altri casi la lentezza burocratica è il frutto di una precisa scelta politica. Si seppelliscono i funzionari sotto montagne di documenti per impedirgli, di fatto, di fare il loro lavoro. È la situazione in cui si trovano i dipendenti governativi che si occupano del tracciamento delle armi da fuoco. Qualche anno fa Gq raccontò la storia assurda del National tracing center, l’unico archivio del paese, ospitato in un anonimo palazzo a Martinsburg, una cittadina della West Virginia.

Ogni volta che un poliziotto in un posto qualsiasi degli Stati Uniti vuole collegare un’arma usata in un crimine al suo proprietario, presenta una richiesta che finisce al National tracing center, dove gli impiegati cercano di risalire al compratore attraverso il numero di serie dell’arma. Per prima cosa contattano l’azienda produttrice o importatrice, che li conduce a un grossista o a un distributore, e da lì arrivano finalmente al negozio al dettaglio dove l’arma è stata comprata. Una volta ricevuta la richiesta, il commerciante ha ventiquattr’ore per rispondere e trasmettere i documenti dell’acquirente.

Ma può succedere che il venditore o il produttore nel frattempo abbiano chiuso i battenti. In quel caso tutta la loro documentazione sulle armi vendute si trova già negli archivi del National tracing center. Il problema – il dettaglio che dà un risvolto kafkiano a tutta la vicenda – è che gli impiegati dell’ufficio non possono trovare quello che cercano nel modo più semplice e veloce, cioè inserendo dei dati in un computer. Dal 1986 è in vigore una legge che impedisce al governo di creare un database sulle armi che sia “searchable”, cioè basato su un sistema informatico centralizzato che consenta di fare ricerche veloci. Gli impiegati scannerizzano i fogli di carta e poi, quando devono trovare un documento, sono costretti a guardare un’immagine alla volta, con un sistema simile a quello dei microfilm che un tempo si usavano negli archivi delle biblioteche.

Quella legge del 1986 è forse uno dei maggiori successi della National rifle association, la lobby delle armi, che durante la presidenza Reagan riuscì a far passare l’idea che la creazione di un database delle armi vendute fosse il primo passo verso la confisca delle armi e l’abolizione del secondo emendamento della costituzione (che sancisce il diritto a portare armi). Oggi gli Stati Uniti tengono traccia di tutto – ogni prodotto venduto, ogni spostamento – tranne che delle armi.

Per farsi un’idea di quanto possa essere colossale il lavoro dei funzionari del National tracing center – che non sono più di cinquanta – bisogna pensare che solo nel 2021 hanno ricevuto 540mila richieste di verifica dai dipartimenti di polizia di tutto il paese. Al momento l’archivio digitale contiene più di 800 milioni di pratiche. A settembre, quando un giornalista della Nbc ha visitato il centro, ha trovato ventimila scatoloni di documenti che dovevano ancora essere scannerizzati. Per paura che il peso degli scatoloni possa far collassare il pavimento, qualche anno fa si è deciso di spostarli in decine di container fuori dell’edificio.

Questa storia permette di riflettere su alcuni aspetti paradossali dei dibattiti che si fanno sulla burocrazia, non solo negli Stati Uniti. La parola burocrazia è usata da tempo come una sorta di contenitore in cui mettere tutto quello che non funziona in un paese. In tempi di populismo la burocrazia, cioè l’insieme delle attività che servono ad amministrare uno stato, si confonde con la politica, e la rabbia degli elettori alla fine indebolisce lo stato più che la classe politica.

Negli Stati Uniti questo processo è stato più doloroso e più evidente perché la denigrazione delle attività del governo a tutti i livelli è cominciata negli anni ottanta, prima che nel resto del mondo occidentale. Su questo vale la pena di recuperare un lungo articolo di Dan Balz, opinionista del Washington Post, uscito pochi mesi dopo l’inizio della pandemia di covid-19. Quando il virus ha cominciato a diffondersi in tutto il paese, gli americani si sono resi conto che il governo non aveva gli strumenti per affrontare la situazione, proprio perché buona parte dell’amministrazione pubblica – nella sanità e non solo – era stata smantellata. E anche perché il paese era guidato da una persona, Donald Trump, che non aveva nessuna esperienza di governo e aveva costruito la sua fortuna politica cavalcando la rabbia contro lo “stato profondo”, quell’insieme di poteri occulti di cui farebbero parte, secondo le teorie del complotto, anche i funzionari governativi non eletti.

Un nome una storia
Un altro problema è che il tribalismo culturale e politico rende più difficile il lavoro dei burocrati. Qualche giorno fa l’Atlantic ha raccontato la storia del Board on geographic names (Bgn, commissione per i nomi geografici), un ente sconosciuto alla maggior parte degli statunitensi che ha il potere enorme di creare la mappa ufficiale degli Stati Uniti. “Il Bgn si è ritrovato nel mezzo dell’aspro dibattito nazionale sul razzismo e sul linguaggio. Negli ultimi anni i suoi funzionari – che comprendono esperti provenienti da varie agenzie governative, dal Pentagono alla Cia, dalle poste al dipartimento del commercio – hanno passato la maggior parte del tempo a capire come rinominare posti che hanno nomi considerati offensivi”.

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È un campo potenzialmente sconfinato, se si considera la quantità di conflitti ed eventi traumatici della storia statunitense, e soprattutto il fatto che quei traumi sono piuttosto recenti, quindi per molte persone difficili da ignorare. “Esaminate una mappa dettagliata degli Stati Uniti e troverete quasi dovunque ferite lasciate dal razzismo: in New Mexico c’è il bacino idrico Wetback Tank (traducibile come ‘serbatoio dello sporco messicano’); in Louisiana c’è una distesa paludosa chiamata Mulatto Bayou; centinaia di nomi includono le parole ‘negro’ e ‘squaw’, termine spregiativo per indicare le donne native americane”.

Nel novembre 2020 Deb Haaland, la prima donna nativa a occupare l’incarico di segretaria dell’interno (il ministero che si occupa della gestione e conservazione delle terre federali), ha ordinato di cancellare la parola “squaw” dalle mappe ufficiali e ha disposto la creazione di una commissione che dovrebbe individuare altri nomi offensivi da cambiare. Per sostituire “squaw” ci vorrà circa un anno, ma è il caso più semplice da risolvere. Generalmente è più difficile stabilire se un nome è veramente offensivo. Il procedimento, di per sé lento, è ritardato ulteriormente dalle sovrapposizioni tra l’amministrazione federale e quelle statali e locali.

Inoltre i funzionari non devono solo decidere che un nome va cambiato, devono anche trovare quello nuovo. Accettano proposte da chiunque, anche da singoli cittadini (una volta una donna ha chiesto di cambiare il nome della proprietà dove si era trasferita perché era uguale al cognome dell’ex marito), ma decidono in base a regole molto precise, alcune apparentemente arbitrarie. “Non possono essere onorate persone ancora in vita; sono proibiti i nomi commerciali; i personaggi storici proposti devono aver avuto un legame molto stretto con il posto in questione; i nomi di specie di animali sono accettabili ma non i nomi di animali precisi; il genitivo sassone è malvisto”. Solo nel 2014 la Bgn ha attribuito più di 700mila nomi.

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