06 maggio 2016 14:03

Sto lavorando da molti mesi alla preparazione di un nuovo film che tra i personaggi avrà anche alcuni cittadini libici. In Libia, a differenza di altri paesi del Maghreb, non esiste una grande tradizione di cinema e in molti mi dicevano che sarebbe stato più semplice e sicuro trovare attori tunisini o marocchini chiedendo loro di recitare con accento libico. La scelta sembrava abbastanza obbligata, se non fosse stato per il Festival di Locarno.

Coerente con la sua missione di essere uno spazio di ricerca e attenzione alle cosiddette cinematografie minori, la direzione del festival ha organizzato nella scorso edizione un focus dedicato proprio alla Libia: in una delle sale del festival si proiettavano una decina di cortometraggi della serie “Libyan in motion” e di certo non potevo mancare.

Si trattava di una serie di documentari corti prodotti grazie a un progetto dello Scottish documentary institute e a presentarli al pubblico erano stati invitati anche i giovani registi, videomaker indipendenti che avevano avuto per la prima volta la possibilità di raccontare il loro paese a un pubblico internazionale.

Mi colpì molto lo sguardo libero e non convenzionale su quel paese così vicino e così lontano dalla mia vita e decisi di fermarmi a parlare con gli autori.

Tra loro c’era anche Khalifa Abo Khraisse, in arte Kelly, un uomo di poco più di trent’anni, magro e pungente, con uno sguardo attento ma non teso. Incuriosito da quella strana immersione nel mondo della cultura e delle mondanità europea, cominciò a raccontarmi di come avevano filmato, ma soprattuto di come stavano vivendo. I corti erano infatti del 2012-2013, ma dopo l’esplosione degli scontri a Tripoli, nel luglio del 2014, la loro vita era ancora una volta radicalmente cambiata. Anche solo raggiungere Locarno era stata una lunga e complessa avventura e ancora non sapevano bene con quale volo o nave sarebbero riusciti a tornare.

Dialoghi a distanza

Passammo del tempo insieme a Locarno, in quella bolla di privilegio e arte, e ci promettemmo di risentirci a breve via email, con la speranza di poter presto vederci a Tripoli.

Da allora non ho potuto ancora andare a trovare Kelly, le condizioni di sicurezza non lo permettono e anche quando avevamo concordato di vederci a Tunisi, gli attentati nella capitale tunisina ce lo impedirono.

Così abbiamo deciso di intensificare i nostri colloqui a distanza e di provare non solo a collaborare per il mio prossimo film (Kelly sta facendo dei meravigliosi provini ad attori libici che tentano nonostante tutto di portare avanti con passione la loro arte), ma anche a raccontarci “how is going on there”, come sempre scriviamo nelle prime righe delle nostre email.

All’inizio provavamo a chiamarci via Skype, ma la linea è sempre disturbata e allora abbiamo deciso di spedirci delle “cartoline”, brevi racconti ispirati da una foto.

I primi dialoghi con Kelly li trovate pubblicati sul mio blog. Qui su Internazionale abbiamo deciso di pubblicare le successive cartoline di Kelly da Tripoli.

I nostri governi ci stanno abituando all’idea distorta che se vogliamo difendere la nostra incolumità sia necessario affidarsi a poteri forti

Sono appunti di vista di chi ha deciso di rimanere a vivere nel cuore di uno dei contesti più complessi e instabili al mondo, di chi vuole difendere la sua normalità, la sua dignità, la sua arte mentre tutto intorno chiede solo di scegliere come e dove combattere.

Kelly invece non vuole combattere, odia le armi. Ha creduto nella rivoluzione contro Gheddafi, ha partecipato a decine di manifestazioni per una Libia più libera e democratica, ma nello stesso tempo è diffidente rispetto alle forti ingerenze occidentali, che spesso si intrecciano pericolosamente con quegli stessi fondamentalisti che l’occidente dichiara di voler combattere. Kelly è una voce semplice e indipendente, che prova a liberarci dalla prigione dei manicheismi a cui ci hanno consegnato e che ci riducono a sperare che forze dittatoriali prevalgano su follie terroristiche.

Dai pochi e ben controllati racconti che ci arrivano dalla Libia e da altri paesi della regione, sembra non esistere nessun altro: o militari despoti o tagliagole islamici. Così non è: esiste un mondo che vorrebbe liberarsi da queste polarità. La nostra incapacità di costruire ponti e dialoghi con questo mondo è l’arma più forte di poteri che agiscono fuori da qualsiasi controllo democratico, poteri loro e nostri: questa sembra essere l’unica cosa che ci unisce, l’incapacità o addirittura la rinuncia a poter controllare questi poteri.

I nostri governi ci stanno abituando all’idea distorta che se vogliamo difendere la nostra incolumità sia necessario affidarsi a poteri forti capaci di fermare il terrore. Quei poteri forti sono spesso amici o nemici interessati al terrore stesso. Finché saranno loro a ricevere il nostro appoggio, con loro crescerà anche il terrore, perché a crescere sarà la rabbia di chi non vede alcuno spazio di dignità per la propria vita.

L’unica strada per liberarci dalla dittatura di questo sguardo sui paesi arabi del Mediterraneo è trovare strade per ascoltare altri racconti e altri punti di vista.

Le cartoline di Kelly sono un piccolo ma utile strumento per cominciare a trovare queste strade.

Dalla prossima settimana Internazionale pubblicherà il diario da Tripoli di Khalifa Abo Khraisse.