Mohammed Ali Malek e Mahmud Bikhit sul ponte della nave della guardia costiera Gregoretti che ha soccorso i sopravvissuti del naufragio, nel porto di Catania il 20 aprile 2015.

Non basta condannare gli scafisti per fermare la strage di migranti nel Mediterraneo

Mohammed Ali Malek e Mahmud Bikhit sul ponte della nave della guardia costiera Gregoretti che ha soccorso i sopravvissuti del naufragio, nel porto di Catania il 20 aprile 2015.
16 dicembre 2016 12:32

Diciotto anni di carcere. Lo scafista tunisino dell’imbarcazione naufragata al largo di Tripoli il 18 aprile 2015, Mohamed Ali Malek, è stato condannato in primo grado a diciotto anni di carcere il 13 dicembre per la morte di più di settecento persone, in quella che è considerata la più tragica delle stragi nel Mediterraneo negli ultimi anni. Ali Malek è stato identificato come l’uomo che era al timone del peschereccio lungo circa 27 metri, stracarico di migranti, partito il giorno prima dalla spiaggia di Garabulli, a est di Tripoli.

I sopravvissuti del naufragio sono stati 28: due di loro (Mohamed Ali Malek e Mahmud Bikhit) sono stati arrestati e accusati di essere lo scafista dell’imbarcazione e il suo aiutante. A un anno e mezzo dal naufragio, la giustizia italiana, con rito abbreviato, ha emesso la sua sentenza di condanna per i due uomini, riconosciuti responsabili da quasi tutti i testimoni. Le richieste della procura sono state accettate dalla giudice Daniela Monaco Crea che ha condannato a 18 anni di carcere per omicidio colposo plurimo e naufragio colposo Mohamed Ali Malek e a cinque anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina Mahmud Bikhit. Tra le pene accessorie per i due scafisti circa 9,3 milioni di euro di sanzioni a testa, equivalenti a circa 15mila euro per ogni vittima (728 accertate).

“Adesso che il comandante è stato condannato, questa storia dovrebbe essere finita. O no?”, mi chiede Sekou, uno dei sopravvissuti. Sekou non vuole ricordare quella notte in cui nel naufragio ha perso suo fratello maggiore, Karim. “Siamo stati caricati su quella nave a forza, eravamo in prigione in Libia con decine di altre persone. Eravamo finiti in prigione come tanti perché eravamo senza permesso di soggiorno. Un giorno ci hanno caricato su delle camionette e ci hanno portato sulla spiaggia, e da lì ci hanno messo su dei piccoli gommoni, 50 0 60 persone per gommone, e ci hanno portato alla grande nave che era ormeggiata al largo”. Sekou racconta di essere scappato dalla Costa d’Avorio insieme a suo fratello per ragioni politiche; non pensava di venire in Europa, ma è stato costretto a imbarcarsi dai libici, che di tanto in tanto svuotano le prigioni e caricano decine di ragazzi su navi fantasma.

In pochi attimi si è scatenato il caos e la nave ha fatto delle oscillazioni fino a quando si è ribaltata

“Ricordo che durante le operazioni di trasbordo sulla nave grande un ragazzo è stato picchiato a morte dai libici e poi gettato a mare ancora prima di partire”, aggiunge. I sopravvissuti hanno raccontato che dopo ore di navigazione nel Mediterraneo i migranti avevano chiamato con il telefono satellitare la centrale operativa della guardia costiera italiana, che ha chiesto a un mercantile di intervenire perché in quel momento non c’erano altre navi di soccorso in quell’aera. Infatti l’operazione italiana Mare nostrum era stata sospesa mesi prima ed era stata sostituita da un’operazione europea ben più modesta e con molti meno mezzi impiegati, Triton.

Mohamed Ali Malek ha accelerato nel momento in cui il mercantile King Jacob è sopraggiunto per soccorrere i migranti. “Noi stavamo navigando con tutte le luci spente e il comandante ha diretto a velocità sostenuta la nave verso il mercantile”. I testimoni raccontano che l’imbarcazione ha accelerato, andando a scontrarsi con il mercantile che batteva bandiera portoghese. L’impatto ha provocato un contraccolpo nel motopesca e una nuova collisione con il mercantile ancora più forte su uno dei lati. “In pochi attimi si è scatenato il caos e la nave ha fatto delle oscillazioni fino a quando si è ribaltata”, racconta il sopravvissuto.

“Ho sentito le grida disperate provenire dai ponti sottostanti, ma sapevo che non potevo aiutare nessuno, subito dopo l’impatto sono riuscito a saltare e a buttarmi in acqua e a raggiungere un salvagente che nel frattempo era stato lanciato dalla nave mercantile”, ricorda Sekou. “Non ho più visto Karim”, aggiunge. Alle 23.42, quaranta minuti dopo l’incidente, la nave Gregoretti della guardia costiera, appena arrivata sul posto, non ha più trovato traccia del peschereccio, che era rapidamente affondato. Decine di corpi galleggiavano sul pelo dell’acqua tra qualche detrito. Il mare era calmo, non tirava vento, nessuna luce a parte i fari dei mezzi di soccorso. A mezzanotte e mezza, un’ora dopo, erano state recuperate 28 persone vive e 24 cadaveri. Tutti gli altri erano stati inghiottiti dal mare.

Da clandestini a testimoni
Circondato da sei poliziotti e da un interprete, il principale imputato per il naufragio del 18 aprile, Mohamed Ali Malek, ha ascoltato la lettura della sentenza da dietro le sbarre, il 13 dicembre. Quando è arrivata la condanna non ha mostrato nessuna reazione. Malek e il suo presunto aiutante, Mahmud Bikhit, si sono sempre dichiarati innocenti, durante il processo hanno dichiarato di essere migranti come gli altri e di aver pagato per la traversata. Il tunisino ha raccontato di essere già venuto in Italia nel 2011, subito dopo la caduta di Ben Ali, e poi di essersi trasferito in Francia per lavorare. Ma poi di essere stato espulso dal paese e di essere tornato in Tunisia per andare a trovare sua madre, che nel frattempo si era ammalata.

Ali Malek non ha mai confessato di essere lo scafista, “il comandante” come lo chiamano i migranti, e questo ha sicuramente aggravato la sua posizione durante il processo, perché a testimoniare contro di lui sono stati tutti i sopravvissuti del naufragio. Al momento della sua condanna, nell’aula del tribunale non erano presenti né i sopravvissuti né le famiglie delle vittime.

Nessuno ha provato a rintracciarli per farli partecipare all’udienza finale del processo, come sarebbe successo in qualsiasi altra strage, anche perché i due imputati sono nullatenenti e le sanzioni a cui sono stati condannati probabilmente sfoceranno in un nulla di fatto e rimarranno solo una questione morale. Nel processo si sono costituiti parte civile solo due sopravvissuti di origine bangladese, che al momento del naufragio erano minorenni e sono stati difesi dall’avvocato Giorgio Forestieri. Gli altri, che dopo il naufragio erano stati portati nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Mineo, hanno dichiarato di non essere al corrente del loro diritto di costituirsi parte civile, anche se hanno ricevuto la notifica che li avvisava che il processo si sarebbe svolto nel tribunale di Catania.

Li abbiamo considerati testimoni e non indagati del reato di immigrazione clandestina

Il fatto che i sopravvissuti abbiano potuto testimoniare nel processo è già di per sé un fatto rivoluzionario per la giurisprudenza italiana: infatti i migranti non sono stati indagati per immigrazione clandestina, come prevede il codice che ancora riporta il reato di clandestinità, ma sono stati considerati testimoni del naufragio. La procura di Catania, all’epoca del naufragio diretta dal procuratore Giovanni Salvi, riuscì a imporre questa prassi, contestata dagli avvocati degli imputati, ma la cui validità è stata confermata da una sentenza della corte di cassazione.

“La procura ha fatto una scelta coraggiosa perché rispetto all’inerzia con cui avevamo, in passato, considerato i migranti salvati in mare, li abbiamo considerati testimoni e non indagati del reato di immigrazione clandestina”, ha dichiarato il procuratore generale Giovanni Salvi. Un’altra prassi sperimentata dalla procura di Catania è stata quella di richiedere gli incidenti probatori nella fase dell’indagine, senza aspettare il processo.

“Ci siamo resi conto che in questo tipo di processi era necessario registrare la testimonianza dei migranti poco dopo l’arrivo attraverso lo strumento dell’incidente probatorio, perché molti migranti si rendono irreperibili pochi giorni dopo l’arrivo, e in questo caso era difficoltoso per noi contattarli per ascoltare le loro testimonianze durante il processo”, ha spiegato Salvi, che nel frattempo è stato trasferito alla procura generale di Roma, ma rappresenta ancora un punto di riferimento per chi si occupa di questo tipo di processi per l’esperienza che ha maturato nei suoi quattro anni nella procura di Catania.

La prassi giudiziaria, sperimentata nel tribunale di Catania, è esemplare da tanti punti di vista e sta facendo scuola, ma la lotta contro il traffico di esseri umani sembra essere un’arma spuntata: riesce a punire gli scafisti, gli uomini al timone dei gommoni e dei pescherecci, ma quando si tratta di colpire i trafficanti si confronta con i limiti imposti dalle stesse leggi internazionali e dalla mancanza di collaborazione da parte degli altri stati e dei loro governi.

“Non ci interessano gli scafisti, gli uomini al timone, ma ci interessano i capi di queste organizzazioni criminali”, afferma Giovanni Salvi. “Indagare sulle reti criminali e processare i trafficanti è importante non solo da un punto di vista giuridico, è indispensabile per l’opinione pubblica dei nostri paesi sapere che si stanno facendo degli sforzi per colpire i trafficanti di esseri umani, perché questo aiuta anche ad accettare che dobbiamo accogliere i migranti, vittime di questo traffico”, conclude.

Senza strumenti contro i trafficanti
La procura di Catania negli ultimi tre anni è diventata l’epicentro della lotta al traffico di esseri umani nel Mediterraneo centrale, in quella che è considerata la rotta più pericolosa per i migranti che provano ad arrivare in Europa e in cui, solo nel 2016, sono morte più di 4.800 persone. “Da quando sono cominciate le operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale da parte delle autorità italiane ed europee, nel 2013, le attività investigative si sono spostate verso la Sicilia orientale”, racconta Andrea Bonomo, sostituto procuratore del tribunale di Catania, che oltre a occuparsi del traffico di esseri umani nel Mediterraneo segue i processi contro la criminalità organizzata e la mafia.

“Al di là di questi episodi tragici come i naufragi, noi indaghiamo sulle organizzazioni di trafficanti in Libia, Egitto e Turchia”, racconta Bonomo. “Attraverso le nostre indagini siamo riusciti anche a identificare i trafficanti, con intercettazioni telefoniche e le testimonianze dei migranti arriviamo a trovare i nomi e sappiamo spesso anche dove si trovano i trafficanti, ma non riusciamo a chiedere né rogatorie né estradizioni per diversi motivi. Nel caso della Libia non possiamo collaborare con le autorità giudiziarie del paese per chiedere una rogatoria, perché non ci sono da anni istituzioni con cui collaborare, e nel caso dell’Egitto perché anche se all’inizio c’è stata una collaborazione delle autorità giudiziarie, alla fine il governo non ha concesso l’estradizione di quelli che noi avevamo identificato come i trafficanti internazionali di esseri umani”, spiega Bonomo.

Per quanto riguarda la Libia non possiamo nemmeno chiedere la rogatoria

Il sostituto procuratore racconta che nel 2013 i pescherecci carichi di migranti arrivavano sopratutto dall’Egitto, con il metodo della “nave madre”, cioè trainando in acque internazionali delle navi più piccole. “Abbiamo cominciato a sequestrare queste navi, ricorrendo alla giurisdizione di alcuni trattati internazionali e abbiamo riportato dei successi che hanno contribuito a far scomparire l’utilizzo di questo tipo di metodo, ma poi il traffico si è spostato verso la Libia”, racconta Bonomo.

“Abbiamo fatto rogatorie in Egitto e gli egiziani hanno risposto in due casi, facendoci identificare i trafficanti. Abbiamo fatto richiesta di estradizione, ma l’Egitto ha rifiutato di estradarli. Siamo arrivati fino all’identificazione, ma senza ottenere nessun effetto concreto. Per quanto riguarda la Libia siamo in possesso degli stessi dati che avevamo per l’Egitto, ma non possiamo nemmeno chiedere la rogatoria”, conclude Bonomo.

Molti sopravvissuti del naufragio del 18 aprile hanno raccontato che il trafficante di Tripoli a cui si sono rivolti per essere portati in Europa, pagando diverse centinaia di dollari, si chiamava Alì, altri hanno dato il nome e descritto il trafficante che gestiva i centri di raccolta nei quali sono stati reclusi a Garabulli prima di essere imbarcati. Ma per il momento la giustizia italiana è impotente davanti a queste reti criminali che continuano ad arricchirsi sulla pelle dei migranti.

pubblicità

Articolo successivo

Il posto della memoria