03 luglio 2020 13:20

L’Italia è considerata generalmente il paese della famiglia, secondo gli stereotipi, ma nel corso del tempo ha adottato poche misure di sostegno ai genitori che lavorano. E questa situazione, che è strutturale, si è aggravata con l’epidemia di coronavirus, a danno soprattutto delle donne che lavorano. Ha fatto scalpore qualche giorno fa la notizia, diffusa dall’Ispettorato del lavoro, di 37mila neomamme con figli sotto ai tre anni che sono state costrette a lasciare il proprio impiego nel 2019.

Si tratta infatti di più del 70 per cento di dimissioni volontarie presentate nel 2019. Come ha fatto notare Ivana Veronese sul sito InGenere, non è una novità: “La relazione di quest’anno non dice niente di nuovo rispetto a quella dell’anno precedente o rispetto a qualunque altro studio, report, analisi sia stato fatto su questo tema negli ultimi dieci anni”.

La mancanza di politiche strutturali di sostegno economico e sociale rivolte alle donne che lavorano e l’insufficienza di servizi educativi per l’infanzia sono i motivi alla base di questa disuguaglianza. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat realizzato insieme all’università di Venezia sugli asili nido, la spesa media per famiglia per mandare un bambino da zero a tre anni a scuola è di duemila euro all’anno; secondo uno studio della Uil la spesa di una retta media è superiore a duecento euro al mese.

Nella maggior parte dei casi solo le famiglie più benestanti possono permettersi di pagare il nido per i propri figli

“Mediamente una famiglia che usufruisce del nido per i figli minori di tre anni spende duemila euro l’anno; i costi sono rilevanti anche nel settore pubblico, cioè negli asili gestiti dai comuni. Questo di fatto contribuisce a selezionare l’utenza in base al reddito”, spiega Giulia Milan, che ha condotto la ricerca annuale dell’Istat. “Il reddito medio delle famiglie che usufruiscono dei nidi è di circa 40mila euro all’anno, nelle famiglie più ricche il 31 per cento dei bambini frequenta il nido, contro il 13 per cento nelle famiglie più povere. Questo pone una questione di equità”, continua la ricercatrice. La possibilità di usufruire dei servizi per l’infanzia è legata al reddito e al titolo di studio dei genitori. “Tra i bambini che frequentano il nido il 47 per cento ha almeno un genitore laureato, quota che si riduce al 28 per cento sul totale dei bambini della stessa età”.

Dunque, nella maggior parte dei casi solo le famiglie più benestanti possono permettersi di pagare il nido per i propri figli, ma poi c’è anche una questione di disponibilità delle strutture. Gli asili nido sono pochi, soprattutto in certe regioni e in molte aree del paese i posti disponibili negli asili nido sono inferiori allo standard raccomandato in Europa. “C’è una carenza strutturale in Italia dei servizi educativi per l’infanzia, caratterizzata da grandi differenze territoriali. Le più svantaggiate sono le aree del mezzogiorno: al sud solo il 12 per cento dei bambini sotto i tre anni frequenta un servizio educativo. La media nazionale è del 25 per cento. Le aree metropolitane sono le più servite, mentre i comuni più piccoli e le aree più povere lo sono di meno”, spiega Milan.

L’Italia non raggiunge il parametro europeo raccomandato già nel 2002 di offrire un servizio almeno al 33 per cento dei bambini sotto ai tre anni. “In media nei paesi europei il 34 per cento dei bambini sotto ai tre anni frequenta una struttura educativa, l’Italia raggiunge il 28,6 per cento includendo una percentuale rilevante (5,2 per cento, soprattutto al sud, di bambini che frequentano la scuola dell’infanzia in anticipo. L’iscrizione anticipata a due anni alla materna in parte compensa la mancanza di posti negli asili nido”, continua la ricercatrice. “I nidi dovrebbero essere anche uno strumento di contrasto alla povertà e alle disuguaglianze, ma questa funzione presuppone una più ampia accessibilità dei servizi”, conclude. E questo ha delle conseguenze sul percorso scolastico dei bambini e anche sui loro genitori, in particolare sul lavoro delle madri.

Veronese sottolinea che anche per quanto riguarda le scuole primarie c’è una mancanza di servizi: infatti il tempo pieno è ancora poco diffuso nelle scuole, e in alcune regioni meridionali quasi non esiste. Questa mancanza di visione rispetto al lavoro delle donne e alla genitorialità è emersa anche durante la pandemia: tanti genitori e in particolare tante donne hanno dovuto prendersi cura dei figli in prima persona per affrontare la chiusura degli asili e delle scuole, che in Italia è stata più lunga che in ogni altro paese europeo. Secondo un rapporto del Centro nazionale delle ricerche (Cnr), il lavoro di cura della casa e dei figli durante il confinamento è ricaduto quasi completamente sulle spalle delle donne. Nel caso dei genitori che lavorano le misure economiche messe in campo dal governo si sono rivelate insufficienti, secondo analisti ed esperti. E particolarmente svantaggiose per le donne lavoratrici.

Le misure per il covid-19
In Europa su 27 paesi, 22 hanno riaperto le scuole tra aprile e maggio. L’Italia è il paese dove la chiusura degli istituti scolastici è stata più lunga. Secondo quanto annunciato dal governo, le scuole riapriranno il 14 settembre, ma sugli asili nido e le materne che sono di competenza comunale non c’è chiarezza. Da quando sono state chiuse le scuole, il 5 marzo, i genitori di figli minori di 12 anni, che sono stati costretti a lavorare nonostante il confinamento, hanno potuto contare su due soli strumenti di sostegno: il cosiddetto bonus baby sitter e il congedo parentale straordinario, entrambi previsti dal primo decreto economico varato il 17 marzo, il cosiddetto decreto Cura Italia.

Con il congedo parentale straordinario era previsto che il lavoratore restasse a casa per 15 giorni con lo stipendio dimezzato, oppure era possibile chiedere un bonus baby sitter da 600 euro per pagare qualcuno che si occupasse dei figli minorenni: una circolare dell’Inps ha chiarito che anche i parenti e i nonni che si sono occupati dei figli minorenni possono beneficiare del bonus. Le due misure, che sono state rinnovate con il decreto Rilancio pubblicato nella gazzetta ufficiale il 19 maggio, non sono cumulabili.

Chi aveva scelto in un primo tempo di usufruire del congedo non può decidere di chiedere in un secondo tempo il bonus baby sitter, che con il decreto Rilancio può essere usato anche per pagare i centri estivi. Vale anche il contrario: chi ha chiesto il bonus baby sitter all’inizio della crisi, non può decidere di usufruire del congedo parentale aggiuntivo (altri 15 giorni di congedo al 50 per cento dello stipendio), previsto dal decreto Rilancio. Con il bonus baby sitter è possibile coprire le spese di iscrizione ai centri estivi, ma queste strutture non accettano bambini minori di tre anni. Alla fine di maggio sono arrivate all’Inps 191.595 domande di bonus e 269.328 domande di congedi parentali straordinari. In entrambi i casi a fare richiesta sono state soprattutto le donne.

Bonus per i nonni?
“Gli asili nido sono stati chiusi alla fine di febbraio in Italia, e non sappiamo se riapriranno a settembre. In tempi normali sono aperti fino al 31 luglio e dal 1 settembre e offrono servizi di tempo pieno per le madri che lavorano. Abbiamo fatto un calcolo che il bonus offerto dal governo alle famiglie con figli da 0 a 3 anni è servito per coprire tre ore al giorno per due mesi, usando tutti i 1.200 euro stanziati, una piccola parte del fabbisogno”, spiega Barbara Leda Kenny, esperta di politiche di genere e coordinatrice del sito InGenere. Il sistema italiano è fortemente incentrato su un welfare familiare che prevede il coinvolgimento dei nonni nella cura dei bambini.

Ma le generazioni più anziane sono state quelle più colpite dal covid-19 e la decisione di estendere il bonus baby sitter anche ai nonni ha suscitato diverse polemiche: “È come se il governo avesse voluto riportare il più velocemente possibile la situazione al suo assetto originario, con i nonni che sono un tassello fondamentale del welfare in Italia. Ma in questo modo ha delegato alle famiglie anche la scelta sulla tutela della salute degli anziani”.

Il demografo Gianpiero Della Zuanna ha mostrato in uno studio che il 66 per cento delle donne con figli piccoli a carico vive a meno di un chilometro di distanza dai genitori o dai suoceri. “Questo è un fenomeno molto italiano, non ha paragoni rispetto ad altri paesi europei. Anche nelle motivazioni che vengono date all’ispettorato del lavoro quando le donne si dimettono volontariamente c’è la lontananza dai nonni, che di fatto sono il welfare flessibile che in Italia non esiste. Non hanno problemi di orario. Questo la dice lunga su quali basi poggi la possibilità delle donne di essere indipendenti e fare figli”, spiega Kenny. “Per potere avere un figlio e lavorare, le donne devono spesso fare un patto con la propria madre o con la suocera e in generale con la famiglia di origine”.

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Per l’esperta, soprattutto i nuclei monoparentali e quelli senza una rete familiare non sono stati sostenuti dalle misure previste dal governo per l’emergenza di coronavirus. “Decidiamo di dare poche risorse alle famiglie, favorendo una certa idea di famiglia che però esclude un sacco di persone; non tutte le famiglie infatti sono strutturate con i nonni che vivono a meno di un chilometro di distanza dai nipoti”.

Inoltre, spiega Kenny, il congedo parentale al 50 per cento della retribuzione ha finito per sfavorire le donne che di solito sono retribuite meno e quindi “quelle più sacrificabili nel bilancio familiare”. (L’Italia è stata recentemente ripresa dal Consiglio d’Europa per l’alto livello di disparità salariale tra uomini e donne). Secondo i dati diffusi dall’Istat, nel maggio 2020 c’è stato un aumento importante della disoccupazione femminile: è stata registrata una crescita di 227mila disoccupate, in un paese che strutturalmente ha tassi molto bassi di occupazione delle donne. Anche la cassa integrazione in deroga è una misura che ha riguardato soprattutto le donne. “Il 70 per cento delle persone che hanno ricominciato a uscire di casa per lavorare sono stati uomini”, ricorda Kenny.

La crisi sanitaria ha avuto un impatto maggiore sui settori in cui le donne sono più presenti e le misure messe in campo non hanno previsto nessuna specificità per salvaguardare il lavoro femminile. “Il dato preoccupante è che le donne che hanno perso il lavoro in questo momento rinunciano a cercarlo, aumentano le donne scoraggiate. Questo di sicuro ha a che fare anche con la mancanza di prospettive per quanto riguarda la cura e l’educazione dei figli e di fronte a questi dati non si stanno pensando delle misure e delle politiche specifiche, complice anche il fatto che la rappresentanza femminile nei ruoli di governo e nelle task force sia minima”, conclude.