06 novembre 2021 08:47

“La letteratura africana è il futuro”, ha scritto Ben Okri, il noto poeta e romanziere nigeriano, in un saggio sul sito Brittle Paper. “Un tempo, per essere considerati parte della letteratura africana, bisognava essere pubblicati nelle collane dedicate agli scrittori africani. Oggi per tutte le migliori case editrici avere uno scrittore africano in catalogo è diventato un must”. Quest’attenzione del mondo editoriale – in particolare di quello anglosassone e francofono – per gli scrittori e le scrittrici del continente è tangibile, e si è tradotta negli ultimi mesi in una valanga di premi molto prestigiosi, in più lingue.

Cominciamo dal francosenegalese David Diop, che quest’estate è tornato a far parlare di sé aggiudicandosi l’International Booker prize grazie alla traduzione in inglese del suo Fratelli d’anima (Neri Pozza 2019), sui soldati senegalesi che combatterono in Europa nella prima guerra mondiale, già premiato con il prix Kourouma e lo Strega europeo. Poi a ottobre è arrivata la notizia che ha acceso un faro su una zona del mondo finora poco battuta dai bibliofili: ad Abdelrazak Gurnah, tanzaniano originario di Zanzibar, è stato assegnato il premio Nobel per la letteratura. Come spesso succede, Gurnah non era tra i favoriti, con grande smacco dei distributori di libri del mondo anglosassone, che avevano a disposizione solo pochissime copie dei suoi romanzi al momento dell’annuncio. Non era conosciuto neanche in Tanzania, come spiega l’opinionista tanzaniana Elsie Eyakuze, né nei paesi arabi, nonostante l’autore e i suoi romanzi facciano parte di un mondo a cavallo tra l’Africa e la penisola arabica.

Dopo Gurnah è stato un crescendo. Il 21 ottobre la mozambicana Paulina Chiziane, che nel 1990 fu la prima donna a pubblicare un romanzo nel suo paese, ha ottenuto il più importante riconoscimento letterario lusofono, il premio Camões (che con i suoi centomila euro è uno dei più ricchi del mondo). Il giorno dopo, al salone del libro di Ginevra, il congolese Blaise Ndala ha vinto il premio Kourouma (destinato a un’opera dell’Africa subsahariana) per il romanzo Dans le ventre du Congo, che racconta del “villaggio congolese” allestito all’Esposizione universale di Bruxelles del 1958, proprio accanto alla neonata struttura dell’Atomium. E poi ancora: lo scrittore senegalese Boubacar Boris Diop, autore tra gli altri di Rwanda. Murambi, il libro delle ossa (edizioni e/0 2004), ha ricevuto il 26 ottobre il prestigioso Neustadt prize 2022, assegnato ogni due anni dalla rivista World Literature Today dell’università dell’Oklahoma. Cinquantamila dollari e una replica di una penna d’aquila rivestita in argento per riconoscere i meriti letterari dell’intera opera di un autore o autrice. Negli stessi giorni in Germania la scrittrice e regista zimbabweana Tsitsi Dangarembga, già vincitrice a giugno del Pen Pinter prize, otteneva il Premio per la pace degli editori tedeschi. Dangarembga era già stata nominata al Booker prize l’anno scorso per il romanzo This mournable body, insieme alla scrittrice d’origine etiope Maaza Mengiste, autrice del Re ombra (Einaudi 2020).

Ricordi segreti e promesse
Ma non è finita lì. Il 3 novembre uno scrittore senegalese del 1990 ha vinto il più prestigioso e antico premio letterario di Francia, il Goncourt (appena dieci euro, ma con l’assicurazione di fama e vendite stellari). Mohamed Mbougar Sarr si è imposto con il suo romanzo La plus secrète mémoire des hommes (edito da Philippe Rey, in uscita in Italia per edizioni e/0). È un’affermazione non di poco conto perché Sarr è il secondo più giovane premiato, e il primo originario dell’Africa subsahariana. Il libro è ispirato alla storia dello scrittore maliano Yambo Ouologuem, vincitore nel 1968 del premio Renaudot con un romanzo epocale Le devoir de violence e poi sparito dalla circolazione. Lo stesso giorno, il sudafricano Damon Galgut con il romanzo La promessa (uscito da poco per le edizioni e/0) ha strappato ai concorrenti, tra cui figurava la somalo-britannica Nadifa Mohamed, l’illustre Booker prize. La “promessa” del titolo è quella fatta da una donna bianca nel 1985 di donare alla domestica nera la casa di famiglia, una promessa che nel contesto dell’apartheid è di per sé irrealizzabile. Nel ricevere il premio, Galgut ha commentato: “È stato un grande anno per gli scrittori africani. Accetto questo riconoscimento nel nome di tutte le storie raccontate e non raccontate, degli scrittori e delle scrittrici noti e meno noti dell’incredibile continente di cui faccio parte”.

Tsitsi Dangarembga a Francoforte, Germania, 24 ottobre 2021. (Thomas Lohnes, Picture-Alliance/Dpa/Ap/LaPresse)

Nel suo saggio Ben Okri scriveva che la letteratura africana sta conquistando il mondo. E ha avuto ragione. Lo sta conquistando con autori e autrici di grande talento, che spesso hanno avuto la possibilità di formarsi e dedicarsi a questo mestiere all’estero, in Europa e negli Stati Uniti, e che quindi guardano il continente con un certo distacco. Okri parla di una sensibilità “africana”, allo stesso tempo conservatrice, amante della tradizione, e innovativa, dirompente. Oltre a questo sguardo, i narratori e le narratrici africane hanno a disposizione un patrimonio di storie e personaggi da riscoprire e ri-raccontare, come quella dello scrittore maliano reimmaginato nelle pagine scritte con grande verve da Mohamed Mbougar Sarr, o quella dei tirailleurs senegalesi che combatterono per la Francia descritti da Diop, o quella della resistenza delle donne all’invasione italiana dell’Etiopia nel romanzo di Maaza Mengiste. Ma vorrei ricordare anche il tentativo – in realtà non riuscitissimo – fatto dalla zimbabweana Petina Gappah in Oltre le tenebre (Guanda 2020) di raccontare il viaggio della salma dell’esploratore David Livingstone dal punto di vista degli africani che lo accompagnavano. La riscrittura di certi episodi della storia africana spesso porta con sé una critica tagliente del colonialismo, che a Gurnah è valsa il premio Nobel.

“Le storie del sud del mondo mettono in discussione le strutture di potere su cui si basa un mondo che fu costruito con l’imperialismo, con la tratta degli schiavi, il colonialismo e il razzismo che esiste ancora oggi”, ha detto l’autrice Tsitsi Dangarembga in un’intervista alla radio Deusche Welle. In un mondo post pandemico, dei movimenti Black lives matter e MeToo, le fondamenta di quel mondo traballano più che mai. E più che mai, come dice il titolo di un noto romanzo di NoViolet Bulawayo, c’è bisogno di nomi nuovi.

Identità allo specchio
La speranza è che il successo internazionale degli autori e delle autrici africane possa far crescere l’editoria e il numero di lettori anche nel continente. In alcuni paesi, come la Nigeria, il Sudafrica o il Kenya, ci sono settori fiorenti, trainati da case editrici di qualità, autori solidi e riviste letterarie all’avanguardia. Ma in tante altre parti del continente i libri non hanno un pubblico, perché sono troppo costosi o semplicemente non c’è chi li stampa. Elsie Eyakuze nel suo articolo su Gurnah parla anche di censura e di uno stato, quello tanzaniano, intenzionato a non rievocare episodi del passato che potrebbero confliggere con la sua propaganda nazionalista. Essendo originario di Zanzibar e poi andato in esilio nel Regno Unito, Gurnah è un tanzaniano diverso da tanti altri. Vincendo il Nobel, scrive la giornalista, “Gurnah ha fatto un grande favore al nostro paese, e all’Africa in generale. Ha complicato le cose. Ci ha costretto a parlare di chi siamo e di chi non siamo. Di come siamo arrivati qui e di dove vogliamo andare. Dello stato pessimo della nostra letteratura, della memoria, di come viene trasmessa, e della tirannia della storia ufficiale”.