13 maggio 2021 13:16

Quando nell’estate del 2015 Bassel è fuggito dalla Siria, ha potuto portare con sé la sua musica ma non Stella. Provare a raggiungere clandestinamente l’Europa con un cane non era pensabile. Così l’ha lasciata a Damasco, in balia dei bombardamenti che la terrorizzavano, ed è partito con altri quattro amici. Aveva diciott’anni e cinquanta cd di musica composta da lui nello zaino. Tre giorni prima della partenza era riuscito a pubblicare il suo primo album. “Non volevo andarmene senza qualcosa in mano”, mi spiega. “Non puoi presentarti da qualche parte e dire ‘Ciao, sono un artista’. Devi avere qualcosa da mostrare. Tanto più se vieni dalla Siria”.

Se cercate in rete dei video di Bassel Abou Fakher, lo troverete quasi sempre con un violoncello tra le braccia. Da piccolo, però, Bassel voleva studiare il clarinetto. “Avevo sette anni e ammiravo tantissimo un bambino più grande di me, Nabil, il figlio di una collega di mia madre. Correva più veloce di me e suonava il clarinetto. I miei genitori però mi dissero: ‘Perché non impari a suonare il violoncello? È più bello’”. Sua sorella Yara studiava già il violino. “I miei hanno sempre lavorato tantissimo per pagare l’affitto, per farci studiare, poi per mandarci in Europa durante la guerra. Per alcuni anni hanno avuto due lavori ciascuno. Mia zia stava a casa e si prendeva cura di noi”, racconta.

Dopo la scuola il padre lo accompagnava ogni giorno all’accademia di musica. “Studiavo due, tre ore al giorno, ma non ero molto portato per il violoncello. La verità è che non sono mai stato un vero violoncellista e l’ho sempre saputo”. Con altrettanta sicurezza Bassel sa di voler produrre musica. “Ho sempre voluto fare album. Quand’ero a Damasco non sapevo che si dice ‘produrre’, ma è quello che ho fatto: ho trovato i musicisti, ho scritto la musica, ho pensato alla copertina del disco, ho guidato tutto il processo”. Quel primo album (disponibile in rete) s’intitolava Qotob, come il gruppo, formato da Bassel al violoncello, Maher Khoddor allo zither, Michael Khayat alle percussioni e Milad Khawam alla tromba.

Qualcosa in mano
A renderne possibile l’uscita era stato un incontro casuale. “A Damasco c’era un piccolo locale frequentato solo da musicisti e artisti. Si chiamava… ”. Bassel si sforza di riportare alla memoria il nome, poi rinuncia e riprende il racconto: “Una volta entrò un tizio africano e si mise a suonare il basso. Era pazzesco. E dato che in Siria non ci sono molti africani, vederlo suonare fu come avere la più grande star di un club di jazz newyorchese che si esibiva solo per noi. Eravamo tutti senza parole. Gli parlai del mio progetto, del fatto che ci servivano settecento dollari, e Alphonse decise di aiutarci”. Alphonse Munyaneza è un funzionario ruandese dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ma è anche un musicista e un ex rifugiato. È una delle persone che più hanno sostenuto l’esordio del gruppo Sierra Leone’s Refugee All Stars, raccontato nell’omonimo documentario del 2005. Dieci anni dopo, Munyaneza ha permesso a Bassel di realizzare il suo sogno e cercare rifugio in Europa “con qualcosa in mano”.

Del viaggio che l’ha portato da Damasco fino a un campo per richiedenti asilo vicino alla città belga di Hasselt non parliamo, perché “tanto tutti sanno cosa succede in quei viaggi” taglia corto Bassel. E poi quel viaggio Bassel lo ha raccontato in un libro per bambini, Saving Stella, pubblicato dalla casa editrice britannica Bloomsbury nel novembre del 2020. Anche il libro è frutto di un incontro casuale, virtuale però. Dopo il suo arrivo in Belgio, Bassel ha lasciato rapidamente il campo di Hasselt e si è trasferito a Bruxelles, ospite di una famiglia belga che lo ha aiutato a far arrivare Stella nella capitale. La storia del viaggio di Stella – in taxi da Damasco a Beirut, poi su un volo da Beirut a Bruxelles – è stata ripresa da alcuni siti per cinofili, arrivando fino a Deborah Blumenthal, autrice statunitense di libri per l’infanzia. Blumenthal ha contattato Bassel proponendogli di pubblicare un libro insieme.

Oggi Bassel convive con i ricordi della sua fuga dalla Siria e dei primi tempi in Europa, che lo assalgono, improvvisi

“Quando Deborah mi ha contattato avevo vent’anni ed ero in un periodo di grande incertezza. Avevo paura, dovevo trovare un lavoro, pagare l’affitto. Sono stato piuttosto brusco e le ho detto: ‘Per me va bene, ma non voglio mentire a nessuno, nemmeno ai bambini’”. Nel libro, consigliato per bimbe e bimbi tra i cinque e i sette anni, l’arrivo in Belgio è raccontato così: “Ma Bassel non era ancora libero. È stato rinchiuso in un campo per rifugiati come un prigioniero”. La vera accoglienza, spiega Bassel al suo giovane pubblico, non è quella istituzionale, è quella di cittadine e cittadini che respingono le politiche disumanizzanti dei loro governi. Il centro profughi di Moria, in Grecia, non era che la variante più estrema di un modello di pseudo-accoglienza punitivo e sempre più privatizzato (come ricorda la rivista belga Alter Échos in un recente articolo sul centro di Jalhay, in provincia di Liegi).

Bassel ha raccontato la sua storia a Deborah nel corso di lunghe conversazioni telefoniche. Poi per un po’ non l’ha più sentita. Bloomsbury voleva che a illustrare il libro fosse una persona siriana. La scelta è caduta sulla scrittrice e illustratrice Nadine Kaadan, che ha lasciato la Siria nel 2012 e oggi vive a Londra. Bassel non era sicuro di riconoscersi nelle parole di Deborah, ma “quando si è rifatta viva e mi ha mandato il testo”, dice, “non ho voluto cambiare niente”.

Restare di sasso
Oggi Bassel convive con i ricordi della sua fuga dalla Siria e dei primi tempi in Europa, che lo assalgono, improvvisi. “Sul momento non pensi al senso di quello che ti sta accadendo. Sei impaurito, l’unica cosa che vuoi è raggiungere il traguardo. Poi, quando arrivi, è uno shock. Ti buttano in un campo, ti trattano peggio di un cane”. Con il passare del tempo lo shock si supera, ma il suo effetto, “il suo rilascio” dice Bassel, continua. “A volte, mentre cammino per strada, capita che di colpo qualcosa mi attraversi la testa e rimango di sasso, mi chiedo se è davvero successo. Ho cominciato a scrivere questi ricordi”. Quando si confronta con i suoi amici a Bruxelles per capire se quello che ha dovuto affrontare è normale, Bassel si rende conto che il sistema “è uno schifo”.

È assurdo, dice per farmi un esempio, che siano criminalizzate le persone alla guida delle imbarcazioni di fortuna che tentano la traversata del Mediterraneo. “Non sono loro i veri trafficanti”, osserva. “Spesso sono persone in fuga dalla guerra come gli altri”. I governi e le istituzioni europee la pensano diversamente. Il 23 aprile 2021 K.S., un giovane siriano arrivato in Grecia con la moglie e i tre figli a marzo del 2020, è stato condannato a cinquantadue anni di carcere e 242mila euro di multa da un tribunale di Lesbo per “ingresso illegale” e “favoreggiamento di ingresso illegale”.

A sinistra: Bassel Abou Fakher e il suo cane Stella a Bruxelles, aprile 2021. A destra: il tatuaggio sul braccio di Bassel Abou Fakher dedicato al libro 1984 di George Orwell. (Alessia Capasso per Internazionale)

Bassel mi parla poi del villaggio serbo dove ha pagato venticinque euro per caricare il telefono per dieci minuti: “Alcuni abitanti del posto avevano installato delle catene di ciabatte elettriche lunghe dieci metri”. Gli stati europei, impedendo alle persone di raggiungere i loro territori in modo sicuro e legale, hanno creato un mercato nero della circolazione tanto lucroso quanto pericoloso. “Ho pagato circa seimila euro per venire qui, e sono partito con quattro persone che hanno pagato quanto me. Mia sorella è partita con altre quattro persone, hanno seguito una rotta diversa e ognuna ha pagato 8.500 euro. Fai il calcolo, sono circa 70mila euro. È una somma pazzesca. Certo, con seimila euro mi sono salvato la vita, ma dove sono finiti quei soldi? In tasca a un sistema corrotto, e tutto questo succede davanti ai nostri occhi”.

Un sistema diverso
Bassel fa una pausa. Nel luminoso salotto dove mi ha accolta, una forma morbida e bianca si staglia sul parquet chiaro: Stella che riposa. Il tono di Bassel invece rimane cupo. “Immaginiamo un sistema diverso, un programma che permetta alle persone di venire qui con un visto, anche a pagamento. Lo pago seimila euro, ma una volta qui mi dai un appartamento, non m’importa se è nel bel mezzo del nulla, però mi dai una casa, un corso di lingua, e dopo un po’ mi dai la possibilità di inserirmi nella società, di contribuire, di pagare le tasse, tutto quello che i governi occidentali vogliono da noi”.

Ascoltandolo penso che siamo abituati a leggere le storie di chi rischia la vita per raggiungere l’Europa, meno ad ascoltarne le rivendicazioni e la rabbia suscitata dalla nostra non accoglienza. Alla prima edizione del Forum sociale europeo sulla migrazione, che si è tenuto dal 15 al 26 marzo 2021, una delle conclusioni del laboratorio sull’accoglienza solidale è stata questa: “Le persone migranti e rifugiate devono essere considerate attori politici e non solo oggetti beneficiari. Sono portatrici e attrici di diritti. Sono anche la chiave del loro futuro”.

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Chiedo a Bassel cosa pensa della decisione della Danimarca di cominciare a rimpatriare delle persone siriane, sostenendo che Damasco e i suoi dintorni sono zone sicure. “Chi prende questo tipo di decisioni è sostenuto da chi l’ha votato. Il problema non sono i governi, sono gli elettori. La Siria è diventata come l’Afghanistan. Leggi i titoli dei giornali, guardi i notiziari e sembra tutto ‘normale’”. La madre e la sorella di Bassel sono riuscite a lasciare il paese, ma il padre è rimasto a Damasco: “Laggiù c’è il caos, un caos controllato dalle bande di Assad e dal suo esercito. Mancano gas ed elettricità, manca il cibo, tutto è carissimo. Le infrastrutture sono sparite, le persone soffrono per sopravvivere. Una situazione da post guerra civile”.

Torniamo a parlare di musica e Bassel si rasserena. A Bruxelles ha inizialmente dato vita a una nuova versione del progetto Qotob con i musicisti belgi Jean-Baptiste Delneuville al pianoforte e Piet Maris alla fisarmonica, pubblicando l’album Entity nel 2017. Ora Bassel ha deciso di concentrarsi sulla produzione musicale e sulle collaborazioni, forte della sua formazione classica e dell’entusiasmo con cui ha imparato a usare i programmi di registrazione, mixaggio ed editing. Ha collaborato agli ultimi due album del duo statunitense A winged victory for the sullen e sta ora lavorando al secondo album del suo progetto solista, Linear Minds, che uscirà a giugno (il primo, Rosemary Water, è del 2020). “È un concept album nato da una collaborazione con il birrificio Brussels Beer Project, una loro iniziativa”, spiega, poi aggiunge: “È stata una delle prime volte che qualcuno mi ha contattato in quanto artista e non ‘artista rifugiato’”. Sorride. Un altro traguardo raggiunto.

Saving Stella si chiude su queste parole: “Come Bassel, Stella ha due vite. Allora e adesso. Una è perduta, l’altra è trovata”.