Secondo diversi osservatori, il 2025 è stato l’anno del k-pop. O, per meglio dire, è stato l’anno in cui il pop coreano ha consolidato la sua dimensione globale. Di questo fenomeno si parla da tempo (Internazionale gli aveva dedicato una copertina nel 2022), ma nei mesi scorsi è stato un film d’animazione prodotto da Netflix, KPop demon hunters, a fargli conquistare un pubblico ancora più ampio. KPop demon hunters è diventato il film più visto di sempre sulla piattaforma, portando diverse canzoni k-pop in vetta alle classifiche mondiali e facendo conquistare al brano Golden di Hunter/x una candidatura ai Grammy.
Eppure dietro questo successo mondiale sono emerse delle profonde fratture. Il vero banco di prova dell’industria sudcoreana nel 2025 non è stato artistico ma legale. A fare notizia è stato soprattutto lo scontro tra il gruppo femminile NewJeans e la loro etichetta Ador (controllata dal colosso sudcoreano Hybe). Le NewJeans hanno cercato di annullare il loro contratto per ottenere maggiore libertà creativa, ma un tribunale ne ha confermato la validità. Dopo mesi di silenzio, la band ha annunciato il suo ritorno, ma il suo futuro artistico resta sospeso.
Il k-pop, nato nei primi anni duemila su impulso del governo di Seoul deciso a creare una nuova forma di soft power, è un’industria centralizzata e guidata da grandi conglomerati che puntano a produrre pop su scala industriale. La musica che ne viene fuori, per quanto mi riguarda, è di basso livello, ma il k-pop resta un fenomeno interessante perché ha delle dinamiche uniche al mondo.
I cantanti e le case discografiche, per esempio, sono legati da un rapporto ombelicale regolato da contratti che limitano la libertà delle giovani star, anche nella vita privata. Allo stesso tempo, però, il k-pop è stato anche uno spazio di sperimentazione creativa.
Il 2025, come fa notare un recente articolo del New York Times, ha reso evidente la tensione tra il k-pop inteso come industria e il k-pop inteso come forma d’arte: un equilibrio sempre più fragile e difficile da sostenere su larga scala.
KPop demon hunters, secondo il quotidiano statunitense, sintetizza bene questa ambivalenza, mostrando un universo pop quasi parodistico, in cui i fan contesi tra un gruppo femminile buono e un gruppo maschile malvagio appaiono come una forza tanto potente quanto ingenua. Il film può essere letto come una metafora del conflitto tra creatività e standardizzazione.Al tempo stesso, le cose stanno cambiando. Nuovi progetti come le Katseye – un gruppo dal respiro globale, anglofono e più libero dalle convenzioni – e le numerose collaborazioni tra star del k-pop e artisti occidentali indicano che il genere sta diventando un punto di partenza, più che un traguardo.
In questi giorni, inoltre, è arrivata una notizia interessante: i BTS, il primo gruppo k-pop ad arrivare al numero uno della classifica statunitense nel 2018, si preparano a tornare sulle scene con un nuovo disco e un tour mondiale. La band era ferma da sei anni, sia perché i suoi componenti avevano dovuto svolgere il servizio militare obbligatorio in Corea del Sud sia perché si erano concentrati sui progetti solisti.
Il nuovo album, ancora senza titolo, uscirà il 20 marzo per l’etichetta Big Hit Entertainment. È il loro quinto lavoro in studio in assoluto e segue Be del 2020 e il singolo del 2021 My universe, registrato insieme ai Coldplay. La reunion dei BTS darà nuova linfa economica al pop sudcoreano, anche se probabilmente non risolverà la crisi che sta investendo il suo modello produttivo. Siamo già arrivati al revival del k-pop, già destinato dopo così pochi anni a diventare un genere da museo? Vedremo.
Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.
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