Hossam Bahgat, il 9 novembre 2015. (Mada Masr/Afp)

In Egitto continueremo a lottare per la verità

Hossam Bahgat, il 9 novembre 2015. (Mada Masr/Afp)
30 settembre 2016 17:27

Questo è il testo del discorso che il giornalista investigativo egiziano Hossam Bahgat ha letto in collegamento via Skype dal Cairo alla cerimonia di consegna del premio giornalistico Anna Politkovskaja, al festival di Internazionale a Ferrara 2016. Bahgat non ha potuto partecipare all’incontro perché le autorità egiziane gli impediscono di viaggiare all’estero.

Grazie per questo grande onore. Vorrei essere con voi oggi e spero di potervi incontrare in futuro per ringraziarvi di persona.

Voglio ringraziare il sindaco e il comune di Ferrara e naturalmente gli amici e i colleghi di Internazionale. Voglio ringraziare anche il mio capo e collega Lina Attalah, per aver ritirato il premio al mio posto (anche se ha la febbre), ma soprattutto perché è stata una fonte d’ispirazione per me e i colleghi di Mada Masr negli ultimi tre anni, ma anche per molti altri giornalisti egiziani che Lina ha incoraggiato, formato e guidato. Quando l’anno scorso sono stato arrestato per un breve periodo, ho potuto toccare con mano quanto Lina sia l’esempio di ciò che deve fare un direttore per sostenere i suoi giornalisti nei momenti di difficoltà. Grazie, Lina.

Naturalmente voglio citare Paola e Claudio Regeni, e celebrare il loro incredibile coraggio. Signore e signora Regeni, sono profondamente dispiaciuto per la vostra perdita. Mi dispiace che non abbiamo potuto fare di più per proteggere Giulio dalle forze del male. Vi ringrazio per aver trasformato la vostra tragedia familiare in una fonte di ispirazione e in una denuncia di altre tragedie che si verificano quotidianamente in Egitto. Vi prometto che resterò al vostro fianco nella vostra ricerca della verità per Giulio e di una giustizia per la sua morte.

Questo è un giorno speciale per me, ed è anche un premio speciale. Lo ricorderò sempre come il mio primo premio giornalistico, e non avrei potuto chiedere di meglio. Un premio italiano dedicato a un’eroina russa e assegnato a un giornalista egiziano. È un segno della nostra lotta comune, a livello internazionale. In Europa, in Medio Oriente e naturalmente anche in America ci sono persone che guardano il mondo e vedono soltanto culture, razze, etnie e religioni in conflitto. Per me, ma sono sicuro che è così anche per voi, la vera lotta è tra le persone di tutto il mondo, e i regimi repressivi e le multinazionali. I nostri nemici, le persone che si oppongono alla giustizia e alla verità, collaborano tra loro attraverso alleanze del male transnazionali. Per questo è giusto che anche noi cerchiamo di rafforzare il nostro fronte globalizzato contro questi nemici, superando i nostri confini artificiali.

So bene che dobbiamo combattere, se non per vincere la battaglia, almeno per tenere un registro storico di questo capitolo tenebroso della storia egiziana

È una coincidenza straordinaria che il mio primo premio giornalistico sia dedicato ad Anna Politkovskaja. Per molti anni è stata una fonte d’ispirazione. Non ho mai avuto la fortuna di conoscerla, ma ho sempre parlato con i miei amici e colleghi del suo coraggio e del suo impegno fin da quando è stata brutalmente assassinata, dieci anni fa. L’anno scorso ho partecipato alla riunione annuale dei giornalisti d’inchiesta arabi della regione.

Eravamo ad Amman, in Giordania, e c’era anche Lina. La maggior parte dei miei colleghi si lamentava della censura, delle minacce, delle leggi repressive, delle difficoltà economiche, dell’insicurezza e anche degli omicidi di giornalisti, specialmente in Siria e in Palestina. Io ho preso il microfono e ho raccontato la storia di Anna. Per ricordare quanto siamo fortunati rispetto a lei. La sua storia è una lezione di cos’è l’impegno di un giornalista nei confronti della verità e della giustizia, contro il male.

Anna e i suoi coraggiosi colleghi di Novaja Gazeta, alcuni uccisi e altri ancora impegnati nella lotta, hanno avuto un ruolo di primo piano nella mia scelta di tornare al giornalismo d’inchiesta sotto la dittatura militare, dopo oltre dieci anni passati a occuparmi dei diritti umani sotto i precedenti regimi. Quando la vita mi sembra dura, penso ad Anna e mi sento un po’ in colpa, ma anche molto forte.

Il male può sovrastarci. I dittatori sembrano sempre potenti e invincibili. Ma io ero a piazza Tahrir nel gennaio del 2011 e ho visto che l’ingiustizia non può reggere l’urto di milioni di persone che urlano “pane, libertà, giustizia sociale”, a petto nudo davanti ai proiettili. Sono passati cinque anni e quel momento incredibile sembra lontano, ma ci ha cambiati per sempre.

Quando vedo le prigioni egiziane stracolme di migliaia di prigionieri politici e leggo di persone torturate e uccise senza processo e senza che i colpevoli siano stati individuati, quando vedo i miei amici e colleghi in carcere o in esilio, quando devo affrontare l’accusa di aver compromesso la sicurezza nazionale e di subire il divieto di viaggiare e il congelamento dei beni, in quei momenti penso a quel momento in piazza Tahrir. E so bene che dobbiamo combattere, se non per vincere la battaglia, almeno per osservare, raccontare e tenere un registro storico di questo capitolo tenebroso della storia del nostro paese. Perché la storia e la vita ci insegnano che è solo un capitolo, e prima o poi si concluderà.

Dedico il premio ad Anna Politkovskaja, a Giulio Regeni e a tutti gli eroi senza nome. Eroi, non vittime. Non abbandoneremo la nostra battaglia per la verità.

Grazie.

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