01 giugno 2020 14:29

Quando ha cominciato a girare in rete il filmato che mostrava gli ultimi momenti di vita di George Floyd, molti lo hanno guardato in preda allo sgomento e alla ripulsione. Floyd, un afroamericano di 46 anni, è morto il 25 maggio, soffocato mentre un agente della polizia di Minneapolis gli schiacciava il collo con il ginocchio durante un arresto.

Pochi però hanno provato la stessa terribile familiarità che ha sentito Valerie Castile. Quattro anni fa aveva guardato un filmato simile, in cui suo figlio Philando moriva dopo che un agente gli aveva sparato durante un controllo stradale alla periferia di Minneapolis. La sua morte aveva gettato benzina sul fuoco del dibattito nazionale sull’uso della forza contro i neri da parte della polizia, e le autorità del Minnesota avevano promesso riforme.

Quindi perché, si chiede Castile, ora deve guardare un altro video di un afroamericano che muore per mano della polizia?

“Sono distrutta, ho il cuore spezzato”, racconta parlando della morte di Floyd. “La domanda è sempre la stessa: perché? Perché tutto questo continua a succedere? Perché nessuno ne paga le conseguenze?”.

Mele marce
Per rispondere alle domande di Castile e capire come mai il cambiamento sia stato così lento, il Marshall Project ha analizzato i tentativi di riforma delle forze di polizia da parte delle autorità di Minneapolis e del Minnesota, uno stato a maggioranza bianca. Le opinioni degli esperti, i documenti giudiziari, il fallimento delle proposte di legge e un rapporto del 2015 del dipartimento di giustizia sull’operato della polizia di Minneapolis puntano tutti nella stessa direzione: anche se sono state introdotte alcune modifiche, gli organi preposti non hanno potuto né voluto individuare e rimuovere dal servizio gli agenti colpevoli di abusi. Inoltre non sono stati capaci di fissare criteri chiari sull’uso della forza e sulle tecniche di risoluzione pacifica dei conflitti.

Secondo alcuni osservatori locali il dipartimento di polizia di Minneapolis non ha introdotto i cambiamenti suggeriti dalle autorità federali per allontanare le mele marce. Almeno due poliziotti coinvolti nell’omicidio di Floyd, tra cui quello che gli ha premuto il ginocchio sul collo, in passato erano stati oggetto di reclami. Il dipartimento, inoltre, ha continuato ad autorizzare le prese al collo, in alcune circostanze addirittura con l’obiettivo di uccidere.

“Alla fine tutto si riduce alla definizione di ‘ragionevole uso della forza’”, sottolinea Castile. “Cosa c’era di ragionevole nel fatto che uno di loro ha applicato quasi cento chili di pressione sul collo di quell’uomo?”, si chiede.

Gli agenti di Minneapolis sono autorizzati a soffocare un sospetto fino a fargli perdere conoscenza

A Minneapolis, dove secondo l’ultimo censimento gli afroamericani rappresentano un quinto della popolazione, la necessità di una riforma del dipartimento di polizia era già evidente nel 2012, quando l’allora capo della polizia Janeé Harteau, appena nominata, promise di apportare grandi cambiamenti.

Harteau, primo capo della polizia donna e dichiaratamente gay, si era presentata come una riformatrice progressista. Pochi mesi dopo la nomina, chiese al dipartimento di giustizia di esaminare il comportamento della polizia di Minneapolis per rafforzare i controlli sugli agenti e la fiducia della comunità.

Il dipartimento di giustizia ha presentato la sua “analisi diagnostica” sulla città nel 2015, descrivendo un sistema “estremamente inefficace” nell’individuare gli agenti problematici. Il rapporto consigliava al dipartimento di polizia di automatizzare il sistema che dovrebbe segnalare gli abusi e allertare i superiori quando un agente accumula troppi reclami. Il documento suggeriva inoltre che il dipartimento migliorasse il programma formativo basato su un’alternativa alle misure disciplinari.

Nel caso in cui un agente fosse oggetto di un reclamo, il programma permette ai superiori di sottoporlo a una sessione formativa su un particolare aspetto della politica del dipartimento anziché sospenderlo o imporre una sanzione disciplinare. Secondo il dipartimento di giustizia il programma era pieno di “incongruenze e confusione”.

Harteau ha accettato di aggiornare il sistema. Inoltre ha ridotto le circostanze in cui gli agenti sono autorizzati a uccidere un sospetto. Nel 2016 il dipartimento ha riscritto il suo regolamento sull’uso della forza concentrandosi sulla “sacralità della vita”, con nuove regole che imponevano agli agenti di intervenire per fermare un collega che stesse commettendo un abuso.

Una manifestazione contro l’uccisione di Philando Castile da parte di un agente della polizia alla periferia di Minneapolis. 16 giugno 2017, St Paul, Minnesota. (Stephen Maturen, Getty Images)

Questi passi avanti, a cominciare dalla richiesta di un esame da parte delle autorità federali, sono stati elogiati da diversi sostenitori di una riforma politica a livello nazionale. Ma alcuni aspetti importanti sono stati trascurati: il dipartimento non ha rivisto le regole sulle prese al collo, una tecnica già aspramente criticata in tutto il paese a causa di altri incidenti mortali. Oggi gli agenti di polizia di Minneapolis sono ancora autorizzati a soffocare un sospetto fino a fargli perdere conoscenza se ritengono che stia opponendo “resistenza attiva”, come precisato nel regolamento del dipartimento. Soffocare fino a uccidere è considerato accettabile quando l’uso letale della forza è giustificato. Né Harteau né il dipartimento di polizia hanno voluto rilasciare dichiarazioni per questo articolo.

Anche il tenente Bob Kroll, presidente della Federazione degli agenti di polizia di Minneapolis, si è rifiutato di commentare. Kroll, che è bianco, è stato citato in una causa per discriminazione razziale contro il dipartimento di polizia intentata da un gruppo di agenti neri e ispanici, tra cui l’attuale capo della polizia. La denuncia, risalente al 2007, sosteneva che Kroll aveva sfoggiato apertamente un simbolo suprematista sul suo giubbotto da motociclista.

Forza non giustificata
Nei giorni scorsi il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha dichiarato che la manovra eseguita su Floyd non era autorizzata e non dovrebbe mai essere adottata. Frey ha invitato i pubblici ministeri locali a incriminare Derek Chauvin, l’agente che è stato filmato con il ginocchio sul collo di Floyd.

Secondo Teresa Nelson, direttrice legale dell’American civil liberties union (Aclu) del Minnesota, Chauvin ha violato il regolamento del dipartimento di polizia sulle prese al collo, perché la sua manovra ha provocato la morte dell’uomo in un contesto in cui l’utilizzo della forza letale non era giustificato.

Gli ultimi istanti di vita di Floyd, in cui continuava a ripetere che non riusciva a respirare mentre Chauvin premeva sul suo collo, costituiscono evidentemente una violazione della politica del dipartimento sulla “sacralità della vita”, ha aggiunto Nelson, sottolineando che anche gli agenti rimasti a osservare la scena senza intervenire hanno trasgredito le regole del dipartimento. “Hanno clamorosamente ignorato il protocollo d’intervento. Ma resta il fatto che le regole del dipartimento permettono di far perdere conoscenza a un individuo, e questo è un problema”, accusa Nelson. “Spero che da questa vicenda nasca una riforma concreta”.

Secondo Nelson le modifiche alle regole sull’uso della forza hanno comunque permesso al dipartimento di licenziare tutti e quattro gli agenti coinvolti nella morte di Floyd nell’arco di 24 ore, con una rapidità che in passato era estremamente rara nei casi di abusi da parte della polizia.

Molti osservatori ritengono che le regole sulle prese al collo non siano l’unico ambito in cui la riforma delle forze dell’ordine di Minneapolis sia stata inefficiente. Gli stessi dubbi riguardano il sistema che dovrebbe identificare i “comportamenti problematici” da parte degli agenti. Al momento non è chiaro se il dipartimento abbia mai seguito le raccomandazioni federali sull’automatizzazione del meccanismo.

“Non hanno mai riferito ai cittadini. È frustrante”, confessa Chuck Turchick, attivista per la responsabilizzazione delle forze dell’ordine che ha fatto parte del comitato creato per aiutare l’amministrazione a introdurre le riforme federali. “È stata una pagliacciata”, ricorda.

I registri dimostrano che Chauvin e uno degli altri tre agenti erano stati oggetto di diversi reclami

Il dipartimento di polizia non ha voluto chiarire se in passato il sistema di allerta per gli abusi avesse già segnalato Chauvin o gli altri tre agenti coinvolti nella morte di Floyd. Ma i registri dimostrano che Chauvin e uno degli altri tre agenti erano stati oggetto di diversi reclami.

Dai documenti ufficiali, infatti, risulta che Chauvin, in servizio da diciannove anni, ha accumulato una decina di reclami da parte dei cittadini, ma non ha mai ricevuto sanzioni disciplinari. I documenti non indicano la natura o la severità dei reclami, e dato che i registri dell’attività formativa non sono pubblici non è chiaro se Chauvin sia stato sottoposto a sessioni formative come alternativa alle sanzioni.

Gli archivi dei mezzi d’informazione rivelano che nell’arco di sei anni Chauvin è stato coinvolto in almeno tre episodi in cui un agente di polizia ha sparato a un sospetto. Nel 2006 Chauvin è stato posto in congedo retribuito dopo aver partecipato a un’operazione in cui un altro agente aveva ucciso un sospetto armato di coltello. Nel 2008 ha sparato a un ventunenne sospettato di aver picchiato una donna. Secondo il quotidiano St. Paul Pioneer Press, in quel caso gli agenti avevano sostenuto che l’uomo aveva cercato di afferrare la pistola di Chauvin o quella del collega, e che a quel punto Chauvin avesse aperto il fuoco. Nel 2011 Chauvin ha partecipato a un’operazione in cui un collega ha sparato a un uomo che secondo i testimoni aveva le mani in alto e si stava arrendendo. L’avvocato di Chauvin non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

Secondo i registri comunali Tou Thao, un altro degli agenti coinvolti nella morte di Floyd, è stato oggetto di almeno sei reclami. In cinque casi non ha subìto alcuna sanzione, mentre per il sesto è ancora sotto inchiesta. Nel 2017 l’amministrazione comunale ha pagato un risarcimento di 27mila dollari a Lamar Ferguson, che aveva accusato Thao di avergli rotto i denti durante un arresto. In quell’occasione Thao aveva fermato Ferguson, che stava passeggiando insieme alla sua ragazza incinta, per chiedergli informazioni su alcuni suoi presunti parenti. La situazione era subito degenerata. L’avvocato di Thao non ha voluto rilasciare commenti.

Un ritratto di Justine Ruszczyk Damond durante una conferenza stampa a Minneapolis, il 23 luglio 2018. (Amy Forliti, Ap/Lapresse)

L’idea che il dipartimento di polizia di Minneapolis fosse all’avanguardia nelle riforme era già scomparsa molto prima della morte di Floyd. A luglio del 2017 l’agente Mohamed Noor aveva ucciso Justine Ruszczyk Damond, un’insegnante di yoga australiana che aveva chiamato la polizia per denunciare un possibile stupro nei pressi della sua abitazione. Harteau si è dimessa pochi giorni dopo.

Noor, somalo-americano, è stato condannato a 12 anni di prigione per aver ucciso Damond, una donna bianca. L’amministrazione comunale ha pagato un risarcimento di venti milioni di dollari alla famiglia e agli avvocati di Damond. Dato che Noor non aveva registrato l’episodio con la donna attraverso la sua videocamera indossabile, il dipartimento ha aggiornato il suo protocollo, che oggi richiede l’utilizzo delle videocamere in ogni intervento da parte del corpo di polizia. Fonti ufficiali riferiscono che le videocamere degli agenti coinvolti nella morte di Floyd erano attive durante l’operazione.

Suggerimenti ignorati
Il procuratore generale del Minnesota Keith Ellison si è detto consapevole dei problemi di lungo corso che affliggono le forze dell’ordine dello stato. “Finora le riforme sono state intermittenti, inadeguate o addirittura accantonate fino alla tragedia successiva”, ha dichiarato Ellison. “Quando non si verificano episodi drammatici, dopo un po’ le riforme vengono ignorate”.

Secondo Ellison è indispensabile un cambiamento politico e culturale per risanare il rapporto tra la polizia e le comunità del Minnesota, ma una modifica normativa può comunque essere utile. La pandemia di covid-19 ha fermato l’attività di un gruppo di lavoro “sui casi di uso letale della forza da parte delle forze dell’ordine” gestito da Ellison insieme al commissario statale per la sicurezza pubblica. A febbraio il gruppo ha pubblicato 28 raccomandazioni, tra cui nuovi standard formativi e la richiesta di un’indagine indipendente sull’uso letale della forza.

Tuttavia molti dei cambiamenti proposti devono essere approvati dal parlamento del Minnesota, e considerando il passato recente è difficile che vadano avanti. Dal 2015 a oggi, infatti, i parlamentari dello stato hanno presentato più di una decina di proposte di riforma delle forze di polizia, ma nessuna è mai stata approvata. Alcune leggi avrebbero modificato radicalmente gli standard sull’uso della forza, e avrebbero comportato l’apertura di indagini sugli incidenti mortali. Un’altra proposta di legge avrebbe dovuto finanziare l’attività formativa per superare i pregiudizi razziali e insegnare le tecniche di risoluzione pacifica dei conflitti agli agenti dei dipartimenti più grandi dello stato.

Alcune delle proposte di Ellison coinvolgerebbero il Peace officers standards and training board (Post), un’agenzia statale che gestisce le abilitazioni di tutte le forze dell’ordine del Minnesota. I suggerimenti del procuratore generale incrementerebbero la capacità del Post di sospendere o revocare le abilitazioni. Secondo Ellison allo stato attuale l’agenzia non è nelle condizioni di imporre standard adeguati, e il parlamento statale non ha voluto approvare le leggi che le avrebbero concesso questo potere. “In queste condizioni il Post non è una forza di cambiamento, ma una formalità”.

Ellison, che durante i sei anni trascorsi al congresso ha sottolineato più volte i problemi legati alle forze di polizia, ha annunciato che se dovesse ritenere che il procuratore statale Mike Freeman sta gestendo in modo inadeguato la morte di Floyd, chiederebbe al governatore di affidare il caso all’ufficio del procuratore generale. In questo modo Ellison potrebbe supervisionare le indagini.

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Nel pomeriggio del 28 maggio, durante una conferenza stampa, Freeman ha dichiarato che “nessuno dovrebbe comportarsi” come Chauvin, ma ha precisato che “alcune prove non indicano la necessità di un processo penale”. Il procuratore ha promesso che “la giustizia non avrà fretta di emettere un verdetto”.
Chauvin è stato arrestato il giorno dopo con l’accusa di omicidio, ma non è chiaro se processarlo basterà a fermare le violente proteste che hanno spinto il governatore a chiedere l’intervento della Guardian nazionale.

E non è detto che un processo penale possa portare pace alla famiglia di Floyd. Dopo la morte di Philando Castile, nel 2016, l’agente Jeronimo Yanez è stato processato per omicidio, ma la giuria lo ha ritenuto innocente.

Alle persone come Valerie Castile, esasperate e convinte che non sia cambiato nulla, Ellison dice: “Posso dire solo una cosa a Valerie: dobbiamo provarci. Non voglio sostenere che le cose siano cambiate, ma posso promettere che faremo di tutto per cambiarle”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul sito del Marshall Project.

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