27 marzo 2020 15:37

Questo è il secondo di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani prima e dopo la marcia su Roma di Mussolini del 28 ottobre 1922. Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati

Fu il trionfo suo e del socialismo. A conclusione del suo discorso, il nuovo ­sindaco di Bologna uscì sul balcone di palazzo d’Accursio per salutare la folla. Si chiamava Ennio Gnudi, era un ferroviere di 27 anni e veniva dalla Bolognina, il quartiere vicino alla stazione centrale della città. Era stato nominato sindaco dal Partito socialista per le sue posizioni radicali e soprattutto perché faceva parte della classe operaia e del movimento sindacale. Ma nel momento stesso in cui uscì sul balcone, scoppiò l’inferno. La sua esistenza fu stravolta dagli avvenimenti del 21 novembre 1920, che svolsero un ruolo centrale nell’ascesa del fascismo in Italia e per la sinistra furono un disastro da cui non si riprese per almeno vent’anni.

I fatti non sono mai stati chiariti. Sappiamo che in piazza c’erano le squadracce fasciste capeggiate da Leandro Arpinati. Sappiamo che furono sparati dei colpi d’arma da fuoco, secondo molte fonti proprio dai fascisti. Sappiamo che scoppiò il panico quando, dall’interno del palazzo, le “guardie rosse” lanciarono bombe sulla folla. Sappiamo che a un certo punto aprirono il fuoco anche la guardia reale e altre “forze dell’ordine”. Contemporaneamente, nella sala del consiglio comunale un uomo esplose dei colpi in direzione dei banchi dell’opposizione. Ci fu una vittima, il veterano di guerra e nazionalista Giulio Giordani, e molti feriti. In piazza morirono dieci persone, tutte simpatizzanti del Partito socialista.

I fascisti presero in mano l’organizzazione dei funerali di Giordani, facendolo diventare un “martire fascista” anche se non era iscritto al partito. Le altre dieci vittime furono dimenticate. Quasi immediatamente la polizia dette la colpa dell’accaduto ai socialisti e fece arresti in massa tra socialisti e sindacalisti, mentre non fu fermato nessun fascista. Qualcuno fuggì, prima verso San Marino e poi verso la Germania e la Russia. I giornali uscirono con titoli cubitali sulle guardie rosse e i loro presunti depositi di armi.

Campana a morto
Incerto sul da farsi, il Partito socialista era allo sbando. Gnudi cercò di tornare al lavoro, ma i suoi consensi calavano: nel consiglio comunale di Bologna molti erano in carcere o in clandestinità e il partito profondamente diviso. Fu così nominato un commissario al posto di Gnudi, che era stato sindaco solo per un’ora, forse meno. Per le istituzioni democratiche cittadine suonò la campana a morto, mentre il fascismo riportò il suo primo trionfo. Gli stessi eventi si ripeterono negli anni successivi, con modalità quasi identiche, in molte altre città, da Ferrara nel 1920-1921 a Milano nel 1922.

Intanto Gnudi era diventato un bersaglio. Ricercato per il suo presunto ruolo nella strage di palazzo d’Accursio, subì molte aggressioni, tanto da dover lasciare Bologna. Nel 1921 fu eletto deputato. Era anche nel mirino delle autorità, e fu arrestato più volte. A Milano, nel 1923, si aprì il processo per i fatti di palazzo d’Accursio. Dal punto di vista giudiziario fu un disastro: la giuria respinse molti dei capi d’accusa e ci furono poche condanne. Fu un processo a fini propagandistici, durante il quale Dino Grandi, figura di primo piano del fascismo bolognese, tenne un lungo discorso descrivendo Bologna come una città in preda a bande di bolscevichi violenti, assetati di sangue e armati.

Le lettere, custodite negli archivi di Roma e Bologna, trasudano tristezza per la separazione dai suoi cari

Quanto a Gnudi, non fu processato: mancava qualsiasi prova di un suo coinvolgimento nelle violenze. Ma via via che il fascismo stringeva il nodo scorsoio attorno ai suoi oppositori, Gnudi – come tanti altri antifascisti – decise di lasciare l’Italia e per 19 anni peregrinò tra la Svizzera, il Belgio, gli Stati Uniti, la Francia, il Canada, l’Argentina, l’Unione Sovietica e altri paesi. Usò carte d’identità e passaporti falsi cambiando alloggio e spesso anche nome, sempre seguito dalle spie fasciste che riferivano ogni sua mossa. Viveva alla giornata grazie all’aiuto dei compagni e di qualche associazione. Gnudi, che non si era mai sposato, cercò sempre di restare in contatto con la famiglia che aveva lasciato in Italia, ma i fascisti aprivano tutte le sue lettere e sottoponevano i suoi parenti e amici a una serie di vessazioni. Le lettere, custodite negli archivi di Roma e Bologna, trasudano tristezza per la separazione dai suoi cari.

Gnudi non rivide mai più la madre. Riuscì a rientrare in Italia solo nel novembre 1945, e fu accolto calorosamente dal nuovo sindaco di Bologna, Giuseppe Dozza. In città era ancora vivo il ricordo dei fatti di palazzo d’Accursio, ma Gnudi ne diede sempre dei resoconti confusi, e sostenne che i socialisti avrebbero dovuto reagire più energicamente, affrontando i fascisti a viso aperto. Nell’Italia del dopoguerra, Gnudi sembrava quasi fuori posto. Nel 1949, alla sua morte, le autorità cittadine gli tributarono esequie solenni, a cui presero parte duemila persone. Ironia della sorte, la bara sostò brevemente a palazzo d’Accursio, dove Gnudi aveva rimesso piede solo nel 1946, quando era stato rieletto consigliere comunale dopo 26 anni di traversie e delusioni.

Gnudi morì a 56 anni. Sulla sua tomba nel cimitero bolognese della Certosa c’è un monumento che lo raffigura sorretto da sei personaggi, tra cui un ferroviere, una mondina e un fabbro; uno dei sei ha una falce, un altro un martello. Semplicissima l’epigrafe: “A Ennio Gnudi / i ferrovieri italiani / cui fu guida / nelle lotte del lavoro”.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Questo è il secondo di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani prima e dopo la marcia su Roma di Mussolini del 28 ottobre 1922. Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati