03 aprile 2020 14:38

Questo è il terzo di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani. Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale.

“L’idea non si distrugge col bastone né con la rivoltella né con gli incendi, essa sola è immortale!”.
Argentina Altobelli, 1922

Sono pochissime le donne italiane che arrivarono ai vertici del movimento socialista e dei sindacati. Fino al 1946 in Italia avevano diritto di voto solo gli uomini, quindi ovviamente i parlamentari erano solo maschi. Le donne erano emarginate dalla politica in generale, e perfino molti socialisti erano contrari al suffragio universale. Un’eccezione fu Argentina Altobelli, donna in un mondo di uomini, spesso criticata o emarginata proprio per il suo genere.

Nata a Imola nel 1866, Altobelli militò in difesa delle lavoratrici dei campi e delle mondine. Veniva da una famiglia di opinioni politiche radicali, e suo padre aveva combattuto al fianco di Garibaldi. Avida lettrice, era molto colta. Nella base del movimento contadino fu così popolare da ispirare un canto che dice: “È stata Argentina Altobelli che ci ha svegliate”. Sembra inoltre che fosse un’abile oratrice, oltre che buona conoscitrice delle questioni legali. A quei tempi erano davvero pochissime le donne che prendevano la parola in pubblico; Argentina Altobelli cominciò ad arringare le folle negli anni ottanta dell’ottocento e non smise mai di farlo. Suo marito morì nel 1909 lasciandola sola con due figli. Argentina fondò un giornale per le lavoratrici e nel 1909 fu eletta nella direzione del Partito socialista italiano. Fu nominata segretaria nazionale della Federterra, il sindacato nazionale dei lavoratori della terra, e la rappresentò nella lotta per la previdenza sociale che poi sfociò nell’istituzione dell’Inps.

Argentina Altobelli cercò sempre di comprendere il fascismo e dedicò molti articoli al tentativo di capire da dove venissero i fascisti

La polizia cominciò a interessarsi ad Altobelli ben prima del fascismo e la sua vita pubblica e privata fu sempre tenuta d’occhio. In un’informativa su di lei si legge: “Si occupa con slancio ed attività speciale nell’organizzazione del proletariato agricolo locale. È sempre in giro per vari comuni a catechizzare le turbe che l’accolgono con grande simpatia (specie le donne). Giovane piacente e disinvolta parlatrice, esercita un autorevole ascendente sulle masse ignoranti che l’ascoltano e ne seguono gli ordini e i consigli”.

Nel gennaio del 1921 le fu affidata la presidenza del congresso del Partito socialista a Livorno, un compito quasi impossibile perché le sessioni furono tumultuose, tra accuse violente, insulti e perfino minacce con armi da fuoco. Altobelli faticò a tenere sotto controllo le emozioni e la rabbia, e il congresso si concluse con la secessione di un gruppo di delegati che abbandonò l’aula per dar vita a una formazione nuova, il Partito comunista italiano.

In quegli anni, i socialisti davano spesso ai figli dei nomi che riflettevano ideali politici e filosofici, come Libero o Spartaco. Argentina chiamò il suo primogenito Demostene, da tutti abbreviato in Demos, e la secondogenita Trieste. Demos Altobelli diventò anche lui socialista e fu nominato assessore al comune di Bologna, dove nel 1915, ben prima che fossero formate le squadracce fasciste nel 1919, fu vittima di un’aggressione di nazionalisti.

Dopo la grande guerra, Argentina Altobelli cercò sempre di comprendere il fascismo e dedicò molti articoli al tentativo di capire da dove venissero i fascisti. Nel 1922, per esempio, si rivolse direttamente ai “proletari” fascisti che avevano dato vita alle squadracce:

Io ti conosco, fascista dal berretto nero e con l’insegna della morte, che terrorizzi i lavoratori. Sei nato nella palude del ferrarese che confina con il Polesine. Sei figlio dei lavoratori della terra anche tu, ed i tuoi diedero sudore e vita al solco per produrre il grano ed il riso per i padroni. La tua infanzia non ebbe sorrisi e carezze e fu martirizzata da ogni sofferenza. Tu crescesti più nella strada che nella casa, più ignudo che vestito. Oggi sei fascista, sicario pagato dagli agrari per distrugger col bastone le conquiste che i tuoi compagni lavoratori hanno ottenuto.

Altobelli subì spesso minacce e intimidazioni dai fascisti. A un certo punto anche lei, come tanti altri sindacalisti, “si ritirò a vita privata”, una frase fatta che esprime una scelta dettata dalla necessità di sopravvivere. Il suo ritiro potrebbe sembrare un gesto di sottomissione al regime; lei stessa descrisse la sua situazione sotto il fascismo come quella dei “vinti”, e aggiunse: “Siamo dei naufraghi politici e non abbiamo diritto alla parola”. Si trasferì da sua figlia a Roma, dove per mantenersi fece diversi lavori, tra cui insegnare il francese e scrivere per pochi soldi articoli tecnici (mai firmati) sui sistemi previdenziali.

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Ha scritto Adolfo Pepe, direttore della Fondazione Giuseppe Di Vittorio di Roma: “La fase finale della vita di Argentina Altobelli credo debba essere considerata come appartenente a una salvaguardia di un patrimonio di valori a cui lei rimane fedele e rispetto ai quali il regime fascista appare comunque estraneo e ostile”. Negli anni trenta, in una riflessione sulla sua vita e sulle difficoltà di essere madre e militante, lei stessa scrisse: “Lo sforzo fatto per essere una donna superiore alla volgarità comune è stato faticoso, gigantesco. La mia vita di donna politica è stata guidata dall’amore verso l’umanità, da un orientamento sincero e profondo del pensiero e della coscienza”.

Nel 1941 morì il figlio Demos e in quell’occasione Argentina scrisse poesie commoventi. Morì quasi dimenticata l’anno seguente a Roma.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Questo è il terzo di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani prima e dopo la marcia su Roma di Mussolini del 28 ottobre 1922. Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati