10 aprile 2020 15:39

Questo è il quarto di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani. Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale.

A Bologna, nel 1919, fu pubblicato un opuscolo radicale dal titolo Chi non lavora non mangia. Sosteneva la necessità di scavalcare completamente i ceti medi, formati da commercianti e altre categorie. “Noi non abbiamo contro, nella lotta di classe, solo il grande capitalista”, si leggeva nell’opuscolo, “ma tutti coloro che per la struttura della economia borghese stanno a far la parte d’intermediari”. Nella società socialista, la classe degli “intermediari” non era più necessaria.

L’autore era uno dei rivoluzionari più in vista degli anni rossi dell’Italia: Ercole Bucco. Magro, con gli occhialetti cerchiati in metallo e i baffi, era un oratore trascinante e un agitatore che infiammava gli animi. Dopo aver combattuto nella grande guerra fu attivo a Cento, in provincia di Ferrara, poi a Bologna. La sua carriera e la sua affermazione furono rapide, ma il tramonto della sua stella non fu meno veloce: una parabola che rispecchia quella di tanti cosiddetti massimalisti dell’epoca, gli appartenenti all’ala più radicale del Partito socialista italiano, che dopo della rivoluzione russa del 1917 presero il sopravvento nell’organizzazione. Il nome si deve al fatto che appoggiavano un programma più conciso ma anche più rivoluzionario, contrapponendosi ai riformisti, che sostenevano un’impostazione più articolata ma più moderata, detta “minimalista”.

Eletto al parlamento di Roma nel novembre del 1919, nel 1920 Bucco diventò segretario della potente Camera del lavoro (un’organizzazione territoriale per la difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori) di Bologna e fu tra gli animatori degli spettacolari scioperi rurali indetti quell’anno nelle campagne dell’Emilia. È rimasta celebre la sua lettera del 1919 al prefetto di Bologna, in cui Bucco scriveva: “Io non riconosco la vostra autorità, anzi, sono qui per esautorarvi”. Nel settembre del 1920, durante l’occupazione di molte fabbriche da parte degli operai in tutto il paese, a Milano ci fu un grande congresso che doveva scegliere tra due mozioni. In un momento straordinario e senza precedenti, fu messa al voto la rivoluzione. Bucco fu tra i firmatari della mozione rivoluzionaria, che perse con 409.569 voti contro 591.245.

Accuse e minacce
A quel punto Ercole Bucco era ormai diventato una figura nazionale di primo piano. Ma in una notte del novembre 1920, la sua vita cambiò. Poiché i fascisti avevano minacciato di assaltare la Camera del lavoro di Bologna, un gruppo di “guardie rosse” era stato richiamato da Imola per proteggere lo stabile. Bucco cercò di evitare il conflitto chiamando la polizia e consegnando le armi da fuoco. Furono arrestate 96 guardie rosse e di lì a poco i fascisti ebbero mano libera per devastare i locali della Camera del lavoro. La resa decretata da Bucco lo espose al ridicolo, così molti compagni lo sconfessarono. Un’inchiesta concluse che era “inadatto” a ricoprire una carica di tale importanza per il movimento dei lavoratori, e sia i fascisti sia i socialisti lo accusarono di essere un vigliacco. Denigrato da tutte le parti, ben presto Bucco si dimise e andò a vivere nella provincia di Mantova.

Da quel momento diventò bersaglio di continue aggressioni e minacce da parte delle squadracce fasciste e di vessazioni da parte delle autorità. Non poteva neanche fermarsi al bar per un caffè. Il suo alloggio fu saccheggiato e parzialmente dato alle fiamme, e gli fu vietato di parlare in pubblico in Italia. Nel 1922 fuggì finalmente in Francia lasciando a Bologna la compagna, da cui era separato, e i cinque figli.

In esilio tentò, vista la sua formazione, di trovare lavoro come architetto. Ma proprio in quegli anni cominciava a prendere forma un’altra fase, ancora oscura, della sua esistenza: Bucco si avvicinò al partito fascista ed espresse ammirazione per Mussolini. Non si sa se fu una conversione sincera o una scelta fatta per necessità. Molti lo credevano una spia o un doppiogiochista. Nel frattempo, con una nuova compagna, ebbe altri quattro (così sembra) figli “adulterini”, per usare l’espressione in uso all’epoca. Nel 1935 s’iscrisse ufficialmente al Partito nazionale fascista, ma lo stato italiano non credette mai alla sua conversione: per le autorità restava il Bucco di prima. Nel 1938, il regio console italiano a Bordeaux, in Francia, scriveva che a suo parere Bucco era “lo stesso birbante di vent’anni fa”. Accusato di frode e di furto, Bucco fuggì in Algeria. Tornato in Italia alla fine degli anni trenta, fu arrestato e condannato dal tribunale speciale per la difesa dello stato per “truffa” e corruzione. Fu anche accusato di aver “insultato Mussolini”.

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Rinchiuso nel carcere di Sulmona, nel 1943 Bucco fu deportato in Germania, a Dachau. Molti testi sostengono che morì proprio lì. Per esempio, in Antifascisti alla sbarra, curato da Simonetta Carolini e Fabio Ecca (Palombi editori, 2015), si legge: “Dopo l’8 settembre è deportato in un lager nazista, dove trova la morte”. Sembra però che sopravvisse e che rientrò in Italia nel 1945 o nel 1946. Secondo lo storico Steven Forti, che ne sta finalmente scrivendo la biografia, Bucco visse fino al 1964. Forti sostiene anche che dopo la guerra “diventò democristiano”.

Come quella di tanti altri dirigenti socialisti del primo dopoguerra, la vita di Ercole Bucco è stata una vera odissea: sempre in fuga, in continua lotta per la sopravvivenza (qualcuno ha scritto che viveva “in una miseria abietta”). Un’esistenza contrassegnata da momenti ambigui e da un lungo voltafaccia rispetto al periodo rivoluzionario del biennio rosso.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Questo è il quarto di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani. Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati