17 aprile 2020 14:42

Questo è il quinto di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani. Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale.

Dopo la prima guerra mondiale, quando in Italia dilagarono le violenze fasciste, gli scontri raggiunsero un’asprezza particolare nelle zone dove la lotta di classe era più dura, come Carrara, con le sue cave di marmo, e Terni, con i suoi grandi impianti industriali. A Terni c’erano due dirigenti socialisti, Pietro Farini e Tito Oro Nobili.

Farini era farmacista, Oro Nobili era avvocato: uomo molto istruito, era sempre elegante e da giovane sfoggiava un magnifico paio di baffi. Fu sindaco di Terni nel 1920 e l’anno dopo fu eletto deputato. Sia Farini sia Oro Nobili furono presi di mira dal movimento fascista e furono costretti a lasciare la città. Oro Nobili, che era nato nel 1882, fra il 1921 e il 1922 subì molte aggressioni – c’è chi dice almeno quindici – che gli resero la vita impossibile. Quanto a Farini, la sua farmacia fu incendiata. Un testimone ha riferito allo storico Alessandro Portelli: “I fascisti gettarono dalla finestra tutti i suoi averi – i libri, i materassi, le poltrone – e li dettero alle fiamme, dopo di che il povero Farini prese la via dell’esilio”.

Lo studio di Oro Nobili fu saccheggiato nel 1923, i suoi documenti legali furono bruciati e anche il suo domicilio privato fu preso di mira. Non poteva più mettere piede in Umbria senza essere aggredito. Spesso fu preso a bersaglio anche mentre si trovava in tribunale e una volta, a Rieti, “fu insultato e provocato per un lungo tratto di strada, e, giunto nell’interno della stazione, fu ferocemente aggredito e lasciato privo di sensi nella sala d’aspetto” (Francesco Bogliari).

Ancora perseguitato dalla polizia e dai fascisti, non era al sicuro neanche nella capitale

Tito Oro Nobili lasciò definitivamente Terni nel 1923 e come tanti altri “profughi” dell’epoca cercò di sottrarsi alle violenze politiche trasferendosi a Roma, dove era relativamente al sicuro. Scrisse sull’Avanti!, il quotidiano del partito socialista: “Quando queste righe vi cadranno sotto gli occhi avrò cessato di essere, per legge, cittadino ternano. La risoluzione, lungamente ponderata, e che costituisce l’olocausto dei miei interessi, era l’unica che potesse salvaguardare con la necessità indeclinabile del mio spirito quella della tranquillità vostra. Essa è pertanto un tangibile segno del mio affetto per voi e per la città. Continuerò, estraneo, a considerarmi vostro concittadino e sarò felice ogni volta che la modesta opera mia potrà essere utilmente spesa nell’interesse della città”. Ma ancora perseguitato dalla polizia e dai fascisti, non era al sicuro neanche nella capitale.

Nel 1923 diventò uno dei massimi dirigenti del Partito socialista, che aveva già subìto numerose spaccature, e ne fu segretario fino al 1925. Nel novembre del 1926, a seguito dell’attentato a Benito Mussolini, era dalla famiglia a Pesciano di Todi per la commemorazione dei defunti quando fu rapito da almeno tredici fascisti. Erano arrivati a bordo di tre automobili e lo prelevarono minacciando i suoi familiari, comprese le figlie giovanissime. I rapitori lo torturarono per ore: secondo Francesco Bogliari, “con raffinata barbarie gli squadristi si divertirono a seviziarlo bruciandogli le palpebre con i mozziconi delle sigarette”, dopodiché a notte fonda lo lasciarono “per morto”, “col volto irriconoscibile”, in mezzo a una strada nei pressi dell’ospedale di Todi. L’Avanti! scrisse: “La sua cartella clinica è la radiografia di un massacro”. Quelle sevizie gli rovinarono la vista e per il resto dei suoi giorni soffrì di malattie agli occhi che richiedevano cure mediche incessanti. Tutti i fascisti furono scagionati dalle accuse per l’aggressione. Dopo la guerra i procedimenti giudiziari furono riavviati, ma le amnistie intervenute impedirono qualsiasi condanna al carcere.

Il 10 novembre 1926, Tito Oro Nobili fu arrestato in ospedale e spedito al confino nell’isola di Favignana, dove le cure mediche di cui aveva bisogno non erano disponibili. Ben presto gli fu consentito di tornare a Roma per motivi di salute, ma ebbe difficoltà a riprendere la professione. La polizia non perdeva occasione di perseguitarlo, e almeno uno dei suoi figli ebbe un esaurimento nervoso per l’ansia e la paura. Oro Nobili fu anche espulso dall’ordine degli avvocati, e quindi non poté più lavorare, tanto che a un certo punto per cercare di sopravvivere scrisse a Mussolini e ad altri fascisti, con il risultato di venir guardato con sospetto dai compagni socialisti. In alcune di quelle lunghe lettere, conservate presso l’archivio di stato di Roma, Oro Nobili attribuisce le violenze subite nel 1926 a faide personali e locali, invece che alla strategia politica del fascismo: forse era un disperato tentativo di tornare a una vita normale.

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Nel 1943 dovette sottoporsi a interventi di chirurgia oftalmica per recuperare la vista, e la famiglia decise di lasciare Roma. Nel marzo del 1944, una bomba e raffiche di mitra colpirono il treno su cui Oro Nobili viaggiava con la moglie Olina per rientrare nella capitale. La donna morì e lui fu ferito. Dopo la guerra, Tito Oro Nobili entrò a far parte dell’assemblea costituente incaricata di redigere e discutere la costituzione della neonata repubblica italiana. In quegli anni continuò a difendere i diritti dei lavoratori di Terni e nel 1949, dopo la morte dell’operaio Luigi Trastulli negli scontri scoppiati con la polizia, tenne un lungo discorso in senato. Inoltre proseguì la sua attività professionale di avvocato. Morì nel 1967 ed è sepolto a Pesciano di Todi, non lontano da dove aveva subìto la selvaggia aggressione del 1926.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Questo è il quarto di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani. Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati