30 aprile 2020 16:49

Questo è il settimo e ultimo di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani. Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale.

Nel 1915, dichiarata la guerra italiana, io percorsi le piazze della Toscana, della Lombardia, del Piemonte, portando la mia parola contro la guerra e giurando che non avrei mai impugnato il fucile.
Francesco Misiano

Estromesso dal parlamento sotto la minaccia delle armi, rasato e costretto a sfilare per le strade con un cartello al collo, assediato in casa sua a Napoli, aggredito in un caffè a Bologna, Francesco Misiano fu il primo bersaglio di rilievo delle violenze dei fascisti italiani. La vita gli fu resa impossibile, e pur essendo stato eletto due volte non gli fu mai permesso di svolgere il suo compito di parlamentare in condizioni anche solo vagamente normali. Per il fascismo, Misiano era una figura da odiare, un antieroe, un nemico. Ebbe una vita romanzesca: sempre in fuga, sempre nel mezzo della mischia, inarrestabile. Sindacalista, ferroviere, rivoluzionario in Germania, Misiano fu fra i fondatori del Partito comunista italiano.

Nato nel 1884 ad Ardore, in Calabria, dopo essersi trasferito a Napoli si iscrisse nel 1908 al Partito socialista. Non fece mai mistero della sua avversione per la guerra e nel 1915, quando fu coscritto, svolse apertamente la sua attività di agitatore tra i militari della sua caserma. Per questo fu torturato e perfino rinchiuso per qualche tempo in manicomio. Dopo essere evaso dalla sua caserma, a Cuneo, fu accusato di diserzione. Dovette perciò riparare in Svizzera e poi in Germania, visto che in Italia, se arrestato, sarebbe stato fucilato. Rientrò in patria solo nel 1919. In Svizzera fece amicizia con Lenin, e in Germania prese parte a un’insurrezione rivoluzionaria per la quale fu incarcerato. La sua militanza contro la guerra fu sempre pubblica e radicale. Si presentò alle elezioni del 1919 e, anche se non poteva svolgere una normale campagna elettorale, fu eletto sia a Napoli sia a Torino.

In un discorso del 1921, Benito Mussolini tornò su quelle elezioni: “Io credevo fermamente che giorno sarebbe venuto in cui gli italiani si sarebbero vergognati delle elezioni del 16 novembre 1919. Giorno sarebbe venuto in cui gli italiani non avrebbero più eletto in due città quell’ignobile disertore che io in questo momento non voglio nominare (applausi: ‘Morte a Misiano!’)”. Ben presto, per i fascisti e per altri antisocialisti, Misiano diventò il simbolo del “disfat-tismo”. Tornato sui banchi di Montecitorio nel 1920 dopo una serie di processi e di procedure parlamentari, durante un dibattito in aula Misiano gridò: “Abbasso la guerra!”. Gabriele D’Annunzio fece appello ai nazionalisti perché gli dessero “la caccia”. Con un proclama ufficiale dell’Esercito italico in Fiume d’Italia, D’Annunzio condannò “il miserabile disertore” a morte “a ferro freddo”. Nel novembre di quell’anno, nonostante l’amnistia del 1919, Misiano fu condannato a dieci anni di carcere per diserzione (l’esecuzione della sentenza fu sospesa). Da allora non poté più condurre una vita normale. Come scrisse Mario La Cava, “quando usciva, non si sapeva se sarebbe rientrato”.

Il 13 giugno del 1921, primo giorno della nuova legislatura uscita dalle elezioni di maggio, un gruppo di fascisti minacciò Misiano con una pistola, gli strappò l’arma che portava e lo gettò fuori da Montecitorio. In Italia cominciò quel giorno la morte del parlamento e della democrazia. Nell’aula della camera, durante il dibattito, il gerarca fascista Roberto Farinacci esibì la pistola di Misiano come un trofeo. Il deputato fascista Finzi, dopo aver definito Misiano “un individuo che rappresenta l’apologia della diserzione”, osservò: “Non potevamo permettere che costui entrasse nell’aula parlamentare”. Un altro deputato fascista, il neoeletto Cesare Vecchi, affermò di aver “sputacchiato quattordici volte sul viso” di Misiano e aggiunse: “Sono pronto a ripetere il mio atto per impedire che la sporca figura del disertore continui a insozzare il parlamento italiano”. Come scrisse in seguito Antonio Gramsci a proposito di quegli eventi, “la prima affermazione dei Fasci in parlamento è un atto cui non si può attribuire, nemmeno con i più stiracchiati contorcimenti mentali, nessun significato politico: è un atto di pura e semplice delinquenza”.

A Bologna, i fascisti assediarono Misiano all’interno di un caffè, costringendolo alla fuga per salvarsi. Lui li accusò di “codardia” per averlo aggredito “in quaranta contro uno”. Anche la sua casa di Napoli fu presa di mira. Nella sua strada comparvero 150 fascisti, e solo l’intervento della guardia reale impedì ulteriori violenze. Più tardi, la sentenza di condanna del 1920 fu confermata. Misiano fu costretto a rinunciare al seggio in parlamento, poi a lasciare l’Italia. Scelse di rifugiarsi in Unione Sovietica, dove rimase fino alla morte, nel 1936. Probabilmente, quella morte prematura gli risparmiò le purghe del regime staliniano, di cui furono vittime molti antifascisti italiani fuggiti in Unione Sovietica.

Misiano lavorò nell’industria cinematografica sovietica: partecipò alla produzione di molti film e invitò a Mosca molti divi di Hollywood. Lui stesso diceva che la sua vita era stata “simile a un film”. Ma questa è tutta un’altra storia, un’altra delle molte vite straordinarie di Francesco Misiano.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Questo è il settimo e ultimo di una serie di articoli di John Foot pubblicati da Internazionale e dedicati ad antifascisti italiani. Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati