29 ottobre 2017 09:52

Il film vi catturerà sin dalla scena iniziale. Guardare Nico 1988 sarà come fare un giro su delle montagne russe emotive. Sorriderete, riderete e, se non fate attenzione, potrebbe scapparvi anche una lacrima.

Una delle mie scene preferite è quando dei poliziotti fermano il concerto non autorizzato di Nico a Praga. Quando il suo manager sgomma portando via in auto lei e la sua band, prima che la polizia possa arrestarli tutti, lei si abbandona all’eroina e le sue condizioni peggiorano.

La regista racconta una scena del film


Come se le cose non fossero già abbastanza complicate e pericolose, lei insiste nel voler tornare in albergo per prendere qualcosa che ha dimenticato lì, qualcosa di molto prezioso. Usciti dall’albergo, lei crolla sul sedile dell’auto tenendosi stretta quella cosa, appoggia la testa al finestrino, sudata e scossa dai brividi. Il manager riprende il suo tentativo di fuga e per spezzare il silenzio a bordo accende la radio. Ho sorriso quando dalle casse è uscita la canzone Big in Japan degli Alphaville.

Era la canzone adatta a quel momento, e non solo perché era perfetta per cogliere lo spirito degli anni ottanta. Il cantante degli Alphaville Marian Gold lo ha spiegato bene: “Big in Japan racconta di una coppia di amanti che cercano di uscire dall’eroina. Immaginano entrambi come sarebbe grande un amore senza la droga: niente furti, niente clienti, niente era glaciale nelle pupille, emozioni vere e mondi veri”. La canzone nasconde una seconda storia, che è in parte anche ironica.

Una seconda storia
Pochi giorni dopo aver guardato Nico 1988, sono partito dall’Italia per andare in Tunisia e tornare finalmente a Tripoli. Quando sono atterrato all’aeroporto Mitiga di Tripoli pioveva, e ha continuato a piovere per tutta la notte, il giorno dopo e quello dopo ancora. Alcune strade erano allagate, c’era acqua dappertutto, scorreva ovunque tranne, paradossalmente, da dove la volevi e ti aspettavi di averla, ossia dai rubinetti. A Tripoli avevano interrotto l’erogazione dell’acqua.

Non mi sono lamentato “troppo”, ero contento di essere riuscito a entrare in Libia, avevo trascorso due giorni in Tunisia e modificato il mio volo prima di poter finalmente arrivare a Tripoli. Temevo di doverci stare ancora di più, perché i voli verso l’unico aeroporto funzionante di Tripoli, il Mitiga, erano stati sospesi. L’aeroporto e ampie zone della città erano state chiuse per qualche giorno a causa degli scontri tra le Forze speciali di deterrenza (Rada) e un gruppo armato proveniente dal distretto di Ghararat nella regione di Suq al Juma.

La Rada fa parte del ministero dell’interno, allineata con il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Sarraj. L’attacco all’aeroporto di Mitiga è stato una risposta all’arresto di uno spacciatore di Ghararat nel corso di un’irruzione antidroga, o almeno questo è ciò che hanno dichiarato. Un gruppo armato di Ghararat ha attaccato l’entrata della base di Mitiga per liberare il loro compagno dalla prigione gestita dalla Rada, che si trova nell’aeroporto. Perciò quando le forze speciali li hanno attaccati, l’aeroporto è diventato un bersaglio.

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È difficile capire in pieno le dinamiche della storia. Per esempio, nessuno sa di preciso perché, poco dopo l’inizio degli scontri, sia stata demolita un’antica moschea che si trovava nei paraggi.

La moschea sufi di Sidi Khalifa Bugharara Al Atig era stata costruita nel 1485 nell’area di Ghararat. È un sito archeologico, protetto dall’Autorità per le antichità. È stata demolita, a quanto pare in un momento in cui l’area si trovava sotto il controllo della Rada, che dopo gli scontri l’ha dichiarata zona militare.

Gli abitanti della zona hanno accusato la Rada di aver demolito la moschea. Raccontano di aver rimosso già da qualche anno la tomba dalla moschea, proprio in previsione di attacchi simili, poiché secondo il salafismo tutte le tombe devono essere distrutte. Questo però non ha impedito loro di radere al suolo la moschea.

L’unica autorità che sembra conferire qualche valore a Fayez Sarraj è il governo italiano

Le forze della Rada hanno risposto alle accuse con una dichiarazione sulla loro pagina Facebook: “La forza speciale di deterrenza nega qualsiasi legame con le vicende di cui si sta discutendo su alcune pagine relative alla demolizione della cosiddetta tomba di Bugharara. Chi lo ha fatto, oltretutto, ha voluto sfruttare questo particolare momento, in particolare dopo l’incursione compiuta nei giorni scorsi dalle forze speciali nell’area. È stata avviata un’indagine e i colpevoli saranno incriminati”.

Dov’è il ministro dell’interno? Dov’è il procuratore generale? Dov’è Fayez al Sarraj? Silenzio totale, spetta a noi trarre le conclusioni del caso in assenza di una qualsiasi dichiarazione ufficiale. Come sempre Fayez al Sarraj e il suo governo non hanno alcun interesse a commentare la situazione a Tripoli.

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L’unica autorità che sembra conferire qualche valore a Fayez Sarraj è il governo italiano, ai cui occhi sembra godere di una credibilità maggiore rispetto a quella di cui gode in patria visto che lo hanno riconosciuto e di tanto in tanto gli fanno firmare anche dei documenti. In Italia è come uno dei Rolling Stones, ma nel suo paese la sua somiglia di più a una band underground.

La canzone Big in Japan ha anche un altro significato, come dicevo. Il cantante ha spiegato così come ha avuto l’idea: “Ho comprato l’album di una band britannica, i Big in Japan. Big in Japan significa che anche se non sei nessuno nel tuo ambiente, puoi sempre essere grande da qualche altra parte. Puoi essere un re in un altro mondo”.

Possiamo usare l’espressione Big in Japan per Fayez al Sarraj, gli calza a pennello poiché nel suo ambiente non vale niente. C’è poi un’altra parte del testo che gli si adatta ancora di più: “Grande in Giappone, va bene così/Paga e dormirò accanto a te/Le cose sono semplici quando sei grande in Giappone/Oh, quando sei grande in Giappone”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)