Sirte, Libia, dicembre 2017. (Lorenzo Tugnoli, The Washington Post via Getty Images)

In Libia democrazia e libertà sono ancora parole vuote

Sirte, Libia, dicembre 2017. (Lorenzo Tugnoli, The Washington Post via Getty Images)
28 maggio 2018 16:09

“A volte le parole hanno due significati”. Non è solo un verso di una delle più belle canzoni dei Led Zeppelin, Stairway to heaven, ma anche un dato di fatto che tutti i traduttori conoscono. I bravi traduttori sanno anche che alcune volte le parole possono non avere alcun significato, se considerate fuori dal loro contesto, tradotte in senso letterale e costrette a forza in un’altra realtà senza tenere conto di ciò che c’è sullo sfondo e che gli conferisce un significato.

Quando capita, a volte le parole restano sospese nello spazio, come un imbarazzante silenzio dopo una battuta che non fa ridere nessuno. Anche se in quest’ultimo caso gli amici gentili si costringerebbero a lusinghieri sorrisi di solidarietà, mentre i veri amici vi direbbero che no, la battuta non faceva ridere per niente.

Questo è uno dei temi su cui riflette il libro Al islam fi al’usar (L’islam in cattività), in origine una raccolta di articoli dello scrittore e giornalista libico Al Sadiq al Nayhum pubblicati sulla rivista Al Naqd (La critica) tra il 1988 e il 1990. Le idee di Al Nayhum si basano su una lettura particolare e nuova della storia, del patrimonio culturale e di alcune delle pratiche tramandate nel mondo arabo. In un certo senso è un interessante gioco di parole che travalica gli scopi puramente linguistici per calare le parole nella loro concretezza pratica.

Una lingua muta
Il primo articolo del libro si chiede “come possiamo essere arabi e moderni al tempo stesso”. L’autore spiega che nella cultura araba la missione della traduzione è stata quella di creare parole dal nulla. Molte parole sono state importate da altre culture e tradotte senza interrogarsi sul loro vero significato nel nuovo contesto. Alla fine, “prima che chiunque potesse rendersene conto, il cittadino arabo ha importato una lingua muta la cui prima – e unica – caratteristica è quella di non rappresentare la sua realtà”.

Per esempio, la parola giornalismo è associata al contesto di libertà economica del paese in cui è nata, accompagnata dall’emergere delle democrazie capitalistiche nell’Europa occidentale. Si tratta di “ambienti fondati sulla libertà di espressione e di opinione, una libertà riconosciuta come quarta autorità costituzionale”. Trasferita nel nostro mondo arabo, la parola giornalismo è diventata “una parola scollegata dalla realtà e il giornalismo in sé è diventato un compito impossibile. Nessuno gli riconosce un’autorità e nessuno garantisce il diritto a esprimersi liberamente”.

Nel mondo arabo, la libertà è una parola poetica che in realtà non significa la metà di quello che dice

Il vero giornalismo è basato sulla libertà, e in questo contesto la parola “libertà” indica che la costituzione garantisce e regola diversi diritti e doveri per tutti, “la libertà di guadagnare, di avere un’opinione, di esprimersi liberamente, di riunirsi in assemblea e di avere un giusto processo. È qualcosa di più che una semplice parola in un dizionario, è una realtà amministrativa che i cittadini conoscono meglio dei loro nomi”. Nel mondo arabo, invece, la libertà è “una parola poetica che in realtà non significa la metà di quello che dice”. La libertà ha bisogno di uno spazio democratico, e questo ci porta alla parola successiva, “democrazia”.

La parola “democrazia” nella sua realtà originaria, quasi un guscio, significa in due parole che tutte le decisioni sono prese dopo aver contato i voti. “È una definizione legittima che gli europei occidentali hanno conquistato con grande fatica, come un successo halal”. Il termine è nato in Europa occidentale per regolare lo scambio di beni tra ricchi (che possiedono il capitale) e poveri (che forniscono la forza lavoro). Per la prima volta nella storia moderna si è riusciti a eliminare il ruolo dell’esercito e della teocrazia dalla competizione per il potere. Questo è accaduto “dopo la sconfitta degli eserciti di mercenari che in Europa occidentale si sono scontrati con i popoli armati, e con il crollo dell’autorità della chiesa”.

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Nel resto dei paesi orientali e meridionali il sistema è rimasto fermo ai tempi dei faraoni. Tutti i paesi hanno continuato a essere dominati dalla stessa alleanza tra esercito e autorità religiose. Sebbene gli europei occidentali siano riusciti a sconfiggere questi paesi e a paralizzare il loro potere militare dai primordi dell’era coloniale, nella maggior parte dei casi gli eserciti non hanno ancora perso la loro posizione di effettivi amministratori del potere. “I popoli del passato non sono riusciti a trovare un’alternativa pragmatica per eliminare l’esercito e l’autorità religiosa, a parte il sistema del partito unico inventato da Lenin, e questo è un altro problema”.

Nei paesi arabi il movimento della traduzione di quella che ritenevamo una cultura contemporanea ha introdotto la parola democrazia nei nostri dizionari politici, ma per nasconderne la traduzione concreta ci hanno fatto credere che “l’ombra della montagna è la montagna, e ci hanno costretto ad arrampicarci sulle ombre, un atteggiamento poco saggio”. Nella società araba questo termine è applicato in una società senza manodopera e senza capitali, è una “parola silenziosa in mezzo a persone silenziose, inutile tra persone inutili, nessuno vuole ascoltarle, a nessuno importa di loro, non hanno voce e il loro voto non ha alcun valore”.

Nella Libia di oggi sono solo parole contenute nel dizionario, che non significano niente nella realtà

Nella lingua araba la parola democrazia è nata “nel contesto di regimi basati sull’autorità dell’esercito e delle istituzioni religiose. È un termine che non ha alcun rapporto con quanto è accaduto nell’Europa occidentale e non ha alcuna legittimazione storica. Nella realtà non ha altro significato se non quello di suddividere i centri di influenza tra gli uomini più forti della società. Nella moderna cultura araba non possediamo una definizione di democrazia, abbiamo piuttosto un’alternativa politica a essa, una versione alterata a uso e consumo dell’antica alleanza tra esercito e istituzioni religiose”.

Se seguiamo questa stessa logica e prendiamo in esame nella Libia di oggi parole come “giornalismo”, “libertà”, “democrazia”, “costituzione” ed “elezioni”, non ci vuole molto a rendersi conto di quanto siano ancora solo parole poetiche contenute nel dizionario, che non significano niente nella realtà.

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È prevedibile che le prossime elezioni saranno solo un altro imbarazzante capitolo, poiché “la nostra cultura politica ha dimostrato di essere trasmissibile all’infinito. Non è una cultura capitalistica, né una cultura operaia. Non può essere danneggiata da un cambiamento, né può trarne alcun vantaggio, poiché non esiste affatto, e non è mai esistita se non sulla carta”.

Quando ho regalato la mia copia del libro a un caro amico, ne ho comprata un’altra appena rientrato a Tripoli. Non per un’inspiegabile tendenza ad averlo con me, e nemmeno perché sono sempre d’accordo con l’autore. Solo perché trovo affascinante che alcuni degli articoli scritti più di vent’anni fa da un giornalista libico siano ancora oggi precisi e rilevanti, e questo “mi provoca sempre stupore”, come dicono ancora i Led Zeppelin nella loro canzone Stairway to heaven.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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