26 marzo 2020 14:03

Alla fine l’alba si fa strada fino alla mia finestra, con deboli raggi dorati che spuntano da dietro i blocchi di cemento. Sui balconi si vedono bandiere italiane insieme a striscioni fatti in casa, colorati con cuori e arcobaleni, che ci invitano a tenere duro e ci rassicurano che andrà tutto bene. Seduto al tavolo della cucina, sorseggio il mio primo caffè e accarezzo Peppe sulla testa canticchiando “Don’t worry about a thing, ‘cause every little thing gonna be alright”. Per me e Peppe è diventato una specie di rituale, il momento in cui facciamo finta di essere Will Smith e il suo cane nel film Io sono leggenda. Peccato che né io né Peppe – un minuscolo cane narcisista, pomposo e delirante – siamo in forma come loro.

Nonostante l’isolamento e il distanziamento sociale, lo schifo riesce comunque a trovarti. Ecco perché, nell’intraprendere il mio viaggio nelle notizie, cerco di evitare il più possibile le invettive sui social network di persone famose che hanno troppo tempo libero. Gli articoli, invece, sono un caos totale e rimbalzano tra satira, teorie complottiste e ragionamenti controfattuali. Sento una distanza enorme con chiunque io cerchi di sentire per telefono. Che si tratti di un amico a Bergamo o a Tripoli, sulle conversazioni aleggia la stessa impotenza e l’unica frase concreta che riesco ad articolare è: “Come stai?”. Anche se so che non stanno affatto bene, una parte di me spera comunque di sentirli dire che stanno bene e che alla fine andrà tutto bene. Quante volte ci è capitato di cercare conforto nelle persone che cerchiamo di confortare?

Mio fratello mi chiede preoccupato come sto, mi dice che mia madre prega per me e per l’Italia e chiede anche a me di pregare. Osservo le notizie che giungono dalla Libia e questo mi dà motivi in più per includerli nelle mie preghiere. L’unica buona notizia è stata che in Libia non sono stati diagnosticati casi di nuovo coronavirus, ma tutto il resto è fonte di preoccupazione.

La tregua violata
In tutti i paesi vicini sono stati registrati dei contagi e nelle varie città libiche si è cercato di adottare delle precauzioni per prevenirli. Tuttavia sono sforzi confusi come quelli di un cervo accecato dai fari di una macchina. Le fazioni in guerra hanno accolto con favore l’appello a fermare i combattimenti nel contesto di una “tregua umanitaria”, ma gli scontri non si sono fermati e i rivali si accusano l’un l’altro di aver violato la tregua.

I rinforzi inviati dalla Turchia al governo di accordo nazionale (Gna) hanno parzialmente riequilibrato le forze in campo. Oltre a interrompere la rapida avanzata dei mercenari russi di Wagner, sono riuscite a neutralizzare le forze aeree. Tuttavia le dinamiche belliche sono cambiate e si è intensificato l’uso di artiglieria e missili Grad. Dal 19 marzo quartieri residenziali di Tripoli come Ain Zara, Al Souani e la città vecchia sono stati bombardati senza sosta. Almeno sette civili sono morti e altri sette sono stati feriti, tra cui tre bambini.

Costringere le persone in casa potrebbe far aumentare il numero dei morti nelle aree che subiscono bombardamenti

Il portavoce del maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte dell’est della Libia, ha attribuito una possibile epidemia di coronavirus in Libia all’arrivo dei combattenti turchi. Nel frattempo il Gna ha annunciato di aver ucciso almeno 24 sudanesi che combattono per Haftar e ha pubblicato i video di due mercenari fatti prigionieri, uno dei quali ha confermato di essere un sudanese del Darfur.

Tra i provvedimenti per impedire i contagi, il Gna ha deciso di chiudere le scuole, di chiudere i confini terrestri e gli aeroporti per tre settimane. Ha inoltre imposto a Tripoli e nelle città sotto il suo controllo un coprifuoco dalle sei di sera alle sei di mattina. Fatta eccezione per i negozi di generi di prima necessità, farmacie, panetterie e stazioni di servizio, il provvedimento prevede la chiusura per tutto il giorno di moschee, bar, ristoranti e parchi. Sono vietate le celebrazioni di funerali e matrimoni.

Il problema, però, è che prendere provvedimenti a metà potrebbe essere più dannoso che non prenderne affatto. Imponendo un coprifuoco parziale si determinerà un aumento del traffico e degli assembramenti nelle altre ore del giorno e questo potrebbe portare a risultati opposti rispetto a quelli desiderati. Per non parlare del fatto che costringere le persone in casa potrebbe far aumentare il numero dei morti nelle aree che subiscono bombardamenti.

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Nell’est della Libia le cose si fanno più interessanti. Il generale dell’esercito di Haftar, Abdulrazek al Nadoori, è stato nominato capo del comitato supremo per la lotta all’epidemia di coronavirus (non ho idea di come un leader militare possa affrontare un’epidemia, a meno che non pensi di usare i cecchini per sparare a vista sul virus). Ha ordinato il coprifuoco per tutta la giornata a partire dal 25 marzo. Ha inoltre dato istruzioni alla sede di Bengasi della banca centrale libica di sospendere le operazioni di cambio e di deposito di valuta fino a nuovo ordine. Ha dichiarato che, per quanto crudeli, questi provvedimenti sono stati presi per proteggere il popolo libico, perché non vuole che il suo paese “si trasformi nel modello italiano”. Un giorno prima dell’entrata in vigore del coprifuoco si sono formate davanti alle banche delle file di persone che volevano riscuotere i loro salari arretrati.

La sera del 24 marzo il centro nazionale per il controllo delle malattie di Tripoli ha registrato il primo caso d’infezione nel paese. La dichiarazione è stata breve e non sono stati resi noti molti dettagli, ma è bastato a diffondere il panico. Tripoli è andata a dormire con questa terribile notizia ed è stata risvegliata all’alba dal rombo dei bombardamenti di Haftar. Dal cielo di Tripoli hanno continuato a piovere missili e in diversi quartieri residenziali il suono delle sirene delle ambulanze si è confuso con quello delle esplosioni. Secondo il Gna, sono stati feriti molti cittadini ed è stato preso di mira anche il centro per i servizi di emergenza medica a Tripoli.

In un momento imprecisato tra la quarta e settima sigaretta cerco di fare una pausa dalle notizie, ma so che non durerà a lungo. Anche se riuscissi a chiudere fuori il mondo, non potrei dimenticare Bergamo e Tripoli, le mie due amate città ferite.

Non bisogna voltare le spalle al dolore degli altri, ma tenerlo sempre davanti agli occhi e se non riusciamo a trovare empatia dentro di noi ricordiamoci che la nostra sopravvivenza è legata a quella degli altri.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)