18 agosto 2022 15:03

Eravamo seduti in un bar a Roma che serviva solo una varietà esorbitante di drink e piatti a base di avocado. Ridevo tra me e me, pensando che non era quello che volevo mangiare e che la capitale italiana aveva ben altro da offrire in termini gastronomici. Il tempio dell’avocado si trovava in una zona molto bella del centro storico, caratterizzata da un equilibrio tra autenticità e il genere di alterazioni necessarie ad attirare i turisti. Questo equilibrio è un’arte che i romani stanno perfezionando rapidamente. Ci sono però ancora interi quartieri di Roma che sembrano trasformati in set cinematografici. È molto costoso far sì che i bar accanto ai templi dell’avocado sembrino dei caratteristici localini d’altri tempi.

Mentre cercavo di non far emergere il mio disappunto davanti all’elegante menù a base di avocado – troppo salutare per i miei gusti – io e la mia amica parlavamo di un’altra cosa che mi aveva deluso: il film Lo chiamavano Jeeg Robot.

“Non mi è piaciuto”, le ho detto, e ho provato a spiegarle perché. Innanzitutto, la trama del film forza l’impianto di un classico film americano di supereroi in un’ambientazione e in un contesto italiani che appaiono del tutto inadeguati. Poi, i personaggi sono immaturi, quasi rachitici. Enzo, il protagonista maschile, è un delinquentello apatico con molti difetti ricondotti tutti a un’unica ragione, ossia il fatto di vivere nella parte sbagliata della città. La persona di cui è innamorato, Alessia, è una bambina indifesa nel corpo di una donna attraente.

Un club per soli uomini
Il film sviluppa un luogo comune hollywoodiano che fa appello a fantasie sessuali su donne attraenti dall’intelligenza e dalla postura di bambine piccole. E per il solo fatto di funzionare come esseri umani appena ragionevolmente normali, gli eroi maschili diventano automaticamente i loro custodi. Questa descrizione sessista e deviante – motivata dalla paura degli uomini di essere respinti e di perdere la loro posizione di dominio dal punto di vista intellettuale – è estremamente irritante. A completare il tutto c’è la parte in cui il protagonista si impone sessualmente sulla ragazza, che invece non era interessata. Questa coercizione è stata stranamente ignorata dai recensori e, a quanto pare, accettata dal pubblico.

“Beltress” è un’espressione in slang libico che significa “da uomini”, nel senso di “veri uomini” e funziona come una stretta di mano segreta tra maschi

La mia amica difendeva il film sottolineando come il protagonista incarnasse la realtà di molti individui invisibili di Roma, seppure drammatizzandola in chiave comica, perché si tratta pur sempre di un film di supereroi. Le sue osservazioni erano precise, ma non hanno modificato la mia opinione critica sul film e i suoi protagonisti.

Mentre mi sforzavo di articolare la mia reazione negativa al film, mi sono reso conto che era in qualche modo legata al disagio che mi sta provocando un fenomeno diffuso di recente in Libia. Ultimamente le strade del paese sono state invase da cortei di manifestanti che indossano gilet gialli e che per molti hanno incarnato una speranza di cambiamento. Io non ho condiviso questo ottimismo, in parte perché le manifestazioni sono state ispirate e guidate da un movimento progressista e al tempo stesso reazionario denominato Beltress.

Il movimento Beltress è riuscito a portare in piazza centinaia di persone che chiedono l’uscita di scena delle amministrazioni e delle autorità legislative del paese, ormai logore. Nonostante in apparenza il movimento sia riuscito a sovvertire almeno in parte la stagnazione politica della società libica, le sue origini, i suoi princìpi e i suoi obiettivi sono problematici e ricchi di contraddizioni. Qual è la storia di questo movimento? Perché le sue apparenti contraddizioni sono il riflesso più evidente dell’immaturità dei giovani protagonisti della politica libica? E che ne è stato di quella scintilla di cambiamento?

“Beltress” è un’espressione in slang libico che significa “da uomini”, o meglio ancora, “in nome degli uomini”. E in questo caso il termine “uomini” non è usato in senso generico, ma nel senso di “veri uomini”. È un’espressione mistica che funziona come una stretta di mano segreta tra maschi. Quando è utilizzato, si riferisce al modo in cui dovrebbero comportarsi i veri uomini: a partire da cose ostinatamente da tipi duri come non mettere le cinture di sicurezza e non piangere mai in pubblico fino a codici di comportamento più nobili tipo dire apertamente la verità, offrire aiuto senza aspettarsi niente in cambio e non trascurare chi è in difficoltà. Essere un uomo in Libia non è solo un privilegio, ma anche una responsabilità, un perenne esame per dimostrare di essere degni di questo onore e una competizione infinita per vedere chi è il più uomo tra gli uomini.

Il movimento Beltress si autodefinisce una fratellanza. È partito come gruppo Facebook tra il 2012 e il 2013 ed è diventato una comunità virtuale maschile al servizio della comunità e dedita ad attività di beneficienza in supporto alle classi più bisognose e svantaggiate della società. La fratellanza raccoglie direttamente donazioni dai suoi membri senza essere affiliata a sponsor o sostenitori, né aziendali né governativi, e soprattutto senza legami con l’estero. Si è affermata rapidamente tra i giovani grazie soprattutto all’obiettivo dichiarato dei suoi leader di non voler escludere nessuno, a prescindere dall’orientamento o dall’affiliazione politica.

Il credito sociale a supporto dell’azione politica
Il movimento Beltress si è attivato con diversi interventi umanitari e sociali, lanciando campagne di crowdfunding per aiutare le famiglie più povere, fornendo cibo durante il ramadan, trovando lavoro ai giovani disoccupati e coordinando le donazioni di sangue. Il gruppo è diventato sempre più popolare ed è stato lodato da molti giovani influencer. Nel 2021 ha organizzato la sua prima mobilitazione di piazza per protestare contro i tagli di energia elettrica, riuscendo a radunare moltissimi manifestanti.

Le sfumature contenute nelle dichiarazioni e nei commenti di Beltress sono un’altra ragione meno evidente della sua enorme popolarità e della sua grande capacità di attirare giovani. Oltre alla retorica populista e galvanizzante, il gruppo ha trascurato ogni ambito del dibattito politico concordando sulla necessità di abolire del tutto i soggetti politici attualmente protagonisti dell’arena politica del paese. È anche antifemminista, ostile agli attivisti laici, severo nella condanna dell’omosessualità e sospettoso nei confronti di enti non profit che ricevono fondi o formazione da organizzazioni straniere.

Questa combinazione di ideali e linguaggio populista ha attirato molti ragazzi e il risultato incarna la tipica caricatura del “libico comune”

Il movimento esprime un miscuglio di numerose componenti ispirate a movimenti e ideologie “stranieri e secolari”. Per esempio, i suoi membri hanno cominciato a indossare una divisa gialla, ispirandosi al movimento dei gilet gialli francesi, nei confronti del quale hanno espresso grande ammirazione. È inoltre a favore del “nazionalismo libico”, ispirandosi al modello di Ho Chi Minh che ha esercitato una forte influenza sul suo fondatore, Omar Tarban. Lo dimostrano le tante citazioni che lo stesso Tarban condivide di continuo. Questa combinazione di ideali e linguaggio populista ha attirato molti ragazzi e il risultato incarna la tipica caricatura del “libico comune” che si incontra per strada, secondo gli standard culturali che la società libica fissa per gli uomini.

Ai primi di luglio si è cominciato a vedere manifestazioni molto partecipate che invocavano apertamente la disobbedienza civile. I manifestanti hanno chiesto le dimissioni di tutti i soggetti e gli organismi politici e legislativi e l’organizzazione di nuove elezioni per sostituirli. Tuttavia la forma poco strutturata del movimento ha consentito a molti altri soggetti politici di approfittare dell’impeto generato da queste proteste e lanciare delle campagne parallele. Alcuni hanno chiesto le dimissioni del primo ministro del governo di unità nazionale Abdul Hamid Dbeibeh, altri hanno denunciato Fathi Bashagha, primo ministro del governo parallelo, altri ancora hanno scandito slogan a sostegno di Saif Al Islam Gheddafi.

Le proteste si sono svolte pacificamente in alcune aree, ma in molte altre sono diventate violente, con tanto di roghi di pneumatici e blocchi stradali che sono culminati nella distruzione e nell’incendio dell’edificio che ospita il parlamento nella città di Tobruk, nella regione orientale del paese. Paradossalmente, Haftar, Dbeibeh e Bashagha hanno espresso tutti il loro sostegno alle manifestazioni e alle loro istanze, ma sul campo ci sono stati molti arresti e la chiusura delle strade principali in molte città.

Come il film Lo chiamavano Jeeg Robot, Beltress incarna la realtà di molti individui invisibili in Libia, fornendo un modello sorpassato e fallimentare

Nel giro di pochi giorni le manifestazioni sono cresciute di intensità e in molti hanno cominciato a guardarle con un guizzo di speranza che qualcosa potesse finalmente cambiare. Quello slancio e quella speranza hanno però avuto vita breve. Poco dopo gli stessi fondatori del movimento Beltress hanno revocato gli appelli a scendere in piazza, adducendo come giustificazione la mancanza di autorizzazione ufficiale. Agli occhi di alcuni è apparsa una motivazione piuttosto sciocca che vanifica il concetto stesso di disobbedienza civile, per non parlare del fatto che pensare di ottenere da chi detiene il potere il permesso di manifestare per scacciarlo è, a voler usare un eufemismo, parecchio ingenuo.

Alla fine del mese il movimento ha risposto alle accuse secondo cui i suoi fondatori avevano ricevuto grosse somme di denaro per fermare le loro attività. Secondo i leader del movimento la verità è che avevano ricevuto minacce di morte da gruppi affiliati al governo di unità nazionale e che erano stati costretti a fermarsi perché temevano per le loro vite e per quelle dei loro familiari. Soldi o piombo insomma: quale che sia stata la ragione, ciò che era cominciato come una speranza di cambiamento si è concluso all’improvviso, lasciando l’amaro in bocca a chi ci aveva creduto e campo libero alle milizie che sono subentrate nei conflitti armati esplosi nelle città.

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I libici non riusciranno a superare in poco tempo la loro mancanza di consapevolezza ed esperienza politica. Per riempire questo vuoto saranno necessari molti tentativi e fallimenti. Per le stesse ragioni, si può capire come il movimento Beltress abbia preso forma come un mostro di Frankenstein, una baraonda di ideali e idoli contraddittori tenuta assieme da una retorica sessista e populista e alimentata dall’ira. Come ha detto la mia amica a proposito del film Lo chiamavano Jeeg Robot, Beltress “incarna la realtà di molti individui invisibili” in Libia. E tuttavia fornisce ad altri un motivo per unirsi a un modello sorpassato e fallimentare. Come un film con un pubblico in estasi, il movimento sociale offre ai giovani un senso di appartenenza a qualcosa, in assenza di una motivazione più coesa e significativa.

Le buone intenzioni e gli appelli alle masse non possono giustificare l’ignoranza degli imperativi categorici kantiani. L’importante non è l’obiettivo finale, ma il modo in cui ci si arriva. Beltress fallisce come movimento populista perché non rappresenta davvero tutti i libici. Abbraccia una retorica misogina, accoglie acriticamente tutti i vecchi princìpi – quelli buoni e quelli cattivi – e cerca di modellarli in una nuova forma inadatta.

Potrebbe valere la pena osservare che alcuni di quei princìpi, come l’onestà, la generosità e la disponibilità ad aiutare incondizionatamente il prossimo sono sempre validi e da salvaguardare, proprio come alcuni quartieri storici di Roma devono essere salvaguardati in modo adeguato e non abbandonati del tutto tra ristoranti in cui si mangia solo avocado e bar per turisti. Non c’è niente di male nell’introdurre elementi nuovi per rivitalizzare quelli vecchi. Ma è possibile che per un vero cambiamento in Libia servano eroi fatti di un materiale del tutto nuovo, e non i tizi di sempre con indosso una giacca nuova.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)