Una barca con a bordo 73 migranti si avvicina al porto di Los Cristianos, sull’isola di Tenerife, Spagna, il 21 marzo 2006. (Alvaro Barrientos, Ap/Ansa)

La barca dei sogni

Una barca con a bordo 73 migranti si avvicina al porto di Los Cristianos, sull’isola di Tenerife, Spagna, il 21 marzo 2006. (Alvaro Barrientos, Ap/Ansa)
08 novembre 2019 13:51

Questo articolo è uscito il 4 agosto 2006 nel numero 653 di Internazionale. È il primo capitolo del romanzo La speranza e altri sogni pericolosi (Fusi Orari 2007).

Quattordici chilometri. Murad aveva riflettuto su quel numero centinaia di volte nell’ultimo anno, cercando di decidere se era un rischio che valeva la pena correre. Certi giorni si diceva che quella distanza era niente, una breve seccatura, che la traversata sarebbe durata appena mezz’ora se il tempo era buono. Passava ore a pensare cosa avrebbe fatto una volta arrivato dall’altra parte, immaginando il lavoro, la macchina, la casa. Altri giorni riusciva a pensare solo alle guardie costiere, all’acqua ghiacciata, al denaro che doveva prendere in prestito, e si chiedeva com’era possibile che quattordici chilometri non separassero soltanto due paesi
ma due universi.

Stanotte il mare sembra calmo, solo un venticello leggero ogni tanto. Il capitano ha ordinato di spegnere tutte le luci, ma con la luna alta e il cielo chiaro Murad riesce ancora a vedere intorno a sé. Il gommone Zodiac di sei metri è omologato per otto persone. Adesso ci sono rannicchiati dentro in trenta, uomini, donne e bambini, tutti con lo sguardo ansioso di chi sa che il suo destino è nelle mani di altri: il capitano, le guardie costiere, Dio.

Murad ha addosso tre strati: maglietta, pullover a collo alto e giacca; sotto, una calzamaglia pesante, jeans e scarpe da ginnastica. Con sole tre ore di preavviso, non ha fatto in tempo a procurarsi un paio di pantaloni impermeabili. Tocca un pulsante del suo orologio, un falso Rolex che ha comprato da un ambulante a Tangeri, e il quadrante si accende: tre e un quarto del mattino. Gratta il segno che il braccialetto di metallo gli ha lasciato sul polso, poi si tira giù la manica per coprire l’orologio. Guardandosi intorno non può fare a meno di chiedersi quanto riescano a mettere insieme il capitano Rahal e la sua banda. Se gli altri passeggeri hanno pagato quanto Murad, l’incasso è di quasi seicentomila dirham. Abbastanza per un appartamento o una casetta in una cittadina balneare del Marocco come Asilah o Cabo Negro.

Guarda la linea della costa spagnola, a ogni respiro più vicina. Le onde sono nere come l’inchiostro, a parte qualche accenno di spuma qua e là che scintilla bianco sotto la luna, come le lapidi in un cimitero buio. Murad riesce a distinguere la città dove sono diretti, Tarifa. Il punto della terraferma da dove partì l’invasione dei mori nel 711. Murad un tempo intratteneva i turisti con aneddoti sulla vita di Tariq ibn Ziyad, che guidò un potente esercito moro oltre lo stretto e, approdato a Gibilterra, ordinò che tutte le barche fossero bruciate. Aveva detto ai suoi soldati che potevano avanzare e sconfiggere il nemico o retrocedere e morire come codardi. Gli uomini avevano seguito il loro generale, sconfitto i visigoti e creato un impero che dominò la Spagna per più di settecento anni. Certo non sapevano che saremmo tornati, pensa Murad. Solo che invece di una flotta ora abbiamo un gommone – e non siamo solo mori, ma un miscuglio eterogeneo di gente delle ex colonie, senza fucili e armature, senza un leader carismatico.

Ne vale la pena, però, si dice Murad. Un po’ di tempo su questa fragile imbarcazione e poi un lavoro. All’inizio sarà dura. Lavorerà nei campi come tutti gli altri, ma cercherà qualcosa di meglio. Lui non è come gli altri: ha un piano. Non vuole spezzarsi la schiena per gli spagnol, passare il resto della vita raccogliendo le loro arance e i loro pomodori. Troverà un vero lavoro, dove usare la sua formazione. Ha una laurea in inglese, e per di più parla bene lo spagnolo, a differenza di certi harraga (in arabo significa “coloro che bruciano” ed è il soprannome dato a chi cerca di emigrare clandestinamente “bruciando” le frontiere).

Ha una gamba intorpidita. Muove la caviglia facendola ruotare. Alla sua sinistra, la ragazza (crede che si chiami Faten) si sposta leggermente, in modo che la sua coscia non prema più contro la sua. Dimostra diciott’anni, forse diciannove. “Mi si è addormentata una gamba”, mormora. Faten annuisce per mostrare che ha capito, ma non lo guarda. Si stringe il golfino sul petto e fissa le sue scarpe. Lui non capisce perché si sia messa l’hijab sui capelli per un viaggio come questo. Crede di poter camminare nelle strade di Tarifa con un velo sulla testa senza attirare l’attenzione? Si farà prendere, pensa.

È arrivato il momento
Prima, sulla spiaggia, mentre tutti aspettavano che Rahal fosse pronto, Faten era rimasta seduta da sola, lontana dagli altri, come se avesse il broncio. Era stata l’ultima a salire sul gommone, e Murad si era dovuto scansare per farle posto. Non riusciva a capire la sua riluttanza. Non gli sembrava possibile che avesse pagato tanti soldi e non fosse impaziente di partire quando era arrivato il momento.

Di fronte a Murad c’è Aziz. È lungo e allampanato e si è tutto raggomitolato per entrare nel minuscolo spazio che gli è stato assegnato. È la seconda volta che cerca di attraversare lo stretto di Gibilterra. Ha raccontato a Murad di avere contrattato il prezzo del viaggio con Rahal, sostenendo che come vecchio cliente aveva diritto a uno sconto. Anche Murad ha cercato di mercanteggiare, maalla fine ha dovuto chiedere quasi ventimila dirham a un suo zio, e quel prestito torna a occupargli i pensieri. Rimborserà lo zio appena riuscirà a trovare un lavoro.

Aziz chiede un po’ d’acqua. Murad gli passa la sua bottiglia di Sidi Harazem e lo osserva mentre beve un sorso. Quando la bottiglia gli viene restituita, offre l’ultimo goccio a Faten, ma lei scuote la testa. Gli avevano detto di mantenersi sempre ben idratato, perciò aveva bevuto acqua tutto il giorno. Sente l’improvviso stimolo di urinare e si curva in avanti per trattenerlo.

Accanto ad Aziz c’è un uomo di mezza età con i capelli unti e una grossa cicatrice sulla guancia, come Al Pacino in Scarface. Ha i jeans e una camicia a maniche corte. Murad lo ha sentito dire a qualcuno che era istruttore di tennis. Ha braccia muscolose, bicipiti gonfi, ma l’energia che trasuda è rozza, come quella di un uomo abituato ad avere problemi con la legge. Murad si accorge che Scarface continua a fissare la bambina seduta accanto a lui. Dimostra dieci anni, ma l’espressione del suo volto è quella di una ragazzina più grande. Scarface le chiede come si chiama. “Mouna”, risponde. Lui s’infila una mano in tasca e le offre una gomma da masticare, ma la bambina scuote subito la testa.

Sua madre, Halima, prima di salire a bordo ha chiesto l’ora a Murad, come se avesse un orario da rispettare. La donna lancia a Scarface uno sguardo cupo, ostile, stringe un braccio intorno alla figlia e l’altro intorno ai due maschi, seduti alla sua destra. Lo sguardo di Halima è diretto, non furtivo come quello di Faten. Ha un’aria di tranquilla determinazione, e questo suscita il rispetto di Murad, anche se la giudica irresponsabile, o come minimo sciocca, per aver messo a rischio la vita dei suoi figli con un viaggio come quello.

La donna della Guinea
Alla destra di Aziz c’è una donna africana snella, con le treccine legate in una morbida coda di cavallo. Mentre stavano sulla spiaggia in attesa di partire, aveva sbucciato un’arancia e ne aveva offerta metà a Murad. Ha detto di venire dalla Guinea. Si stringe le braccia intorno al corpo e si dondola dolcemente avanti e indietro. Rahal le abbaia di smettere. Lei alza lo sguardo cercando di restare immobile, e poi dà di stomaco sugli scarponcini di Faten. Alla vista delle sue scarpe sudicie, la ragazza lancia un grido.

“Sta’ zitta!”, scatta Rahal.

La donna della Guinea mormora delle scuse in francese. Faten fa un gesto con la mano, dice che non importa, che capisce. Ben presto la piccola imbarcazione puzza di vomito. Murad infila il naso sotto il collo alto. Odora di sapone e di menta e tiene fuori il fetore, ma in pochi minuti l’odore putrido passa comunque. Adesso Halima si mette seduta e fa un grosso sospiro, i figli ancora raggomitolati accanto a lei. Rahal la guarda torvo e le dice di accovacciarsi per tenere in equilibrio il gommone.

“Lasciala in pace”, dice Murad.

Halima si volta verso di lui e sorride per la prima volta. Murad si chiede quali siano i suoi progetti, se deve incontrare un marito o un fratello o se finirà a pulire case o a lavorare nei campi. Pensa ad alcuni clandestini che invece di andare in barca cercano di infilarsi sui camion di verdure in viaggio dal Marocco alla Spagna.

L’anno scorso la Guardia civil spagnola ha intercettato un camion di po-modori ad Algeciras e ha trovato i corpi di tre clandestini, morti asfissiati, che giacevano riversi sulle casse. Su una barca, almeno, questo non può succedere. Cerca di pensare a qualcos’altro, qualcosa per scacciare il ricordo della foto che ha visto sul giornale.

Il motore fuoribordo si ferma. Nel silenzio improvviso, tutti si voltano a guardare Rahal, trattenendo il fiato. “Cazzo”, borbotta quello tra i denti. Tira più volte il cavo di avviamento, ma non succede niente.

“Cosa c’è che non va?”, domanda Faten con la voce carica d’ansia.

Rahal non risponde.

“Prova di nuovo”, dice Halima.

Rahal dà uno strattone al cavo.

“Questo viaggio è maledetto”, mormora Faten. Tutti la sentono. Rahal colpisce il motore con la mano. Faten recita un versetto della seconda sura del Corano: “Dio, non c’è altro Dio fuorché Lui, il Vivente, l’Assoluto. Non lo prendono mai sopore né sonno…”.

“Silenzio!”, urla Scarface. “Abbiamo bisogno di un po’ di silenzio per pensare”. Guardando il capitano chiede: “È la candela?”.

“Non lo so. Non credo”, dice Rahal.

Faten continua a pregare, questa volta più silenziosamente, con le labbra che si muovono in fretta. “A Lui appartiene tutto quello che è nei cieli e sulla terra…”.

Rahal dà un altro strattone al cavo.

Aziz lo ferma gridando: “Aspetta, fammi vedere”. Si mette a quattro zampe, sopra il vomito, e si muove lentamente per tenere stabile l’imbarcazione.

Faten comincia a piangere, un lamento lungo e trascinato. Ha gli occhi di tutti addosso. La sua isteria è contagiosa, e Murad sente qualcuno che tira su col naso all’altro capo del gommone.

“Perché piangi?”, chiede Scarface curvandosi in avanti per guardarla in faccia.

“Ho paura”, pigola lei.

“Finiscila!”, ordina.

“Lasciala stare”, dice Halima, tenendo

ancora stretti i suoi figli.

“Perché è venuta se non ce la fa?”, grida lui indicando Faten.

Murad tira giù la maglia che gli copre la faccia. “Chi diavolo credi di essere?”. È il primo a essere stupito della sua ira. È nervoso e pronto a litigare.

“E tu chi sei?”, replica Scarface. “Il suo protettore?”.

Una nave da trasporto suona la sirena facendo sobbalzare tutti. Scivola via in lontananza tra un baluginare di luci.

“Smettila”, urla Rahal. “Qualcuno ci sentirà”.

Aziz esamina il motore, tira il tubo chelo collega al serbatoio. “C’è un buco qui”, spiega a Rahal indicando il tubo. “Hai un po’ di nastro adesivo?”. Rahal apre la scatola degli attrezzi e prende un rotolo di nastro isolante. Aziz ne avvolge rapidamente un po’ intorno al tubo. Il capitano tira il cavo d’avviamento una volta, due volte. Finalmente il motore ansima lamentosamente e il gommone comincia a muoversi.

“Sia lode a Dio”, dice Faten ignorando le occhiatacce di Scarface.

Il pianto s’interrompe e una pace tetra scende sulla barca.

Tutti fuori
Tarifa è a circa 250 metri adesso. Ci vorranno solo pochi minuti. La donna della Guinea lancia in acqua un pezzo di carta. Murad immagina che sia la sua carta d’identità. Probabilmente dichiarerà di essere della Sierra Leone per ottenere asilo politico. Scuote la testa. Lui non ha questa fortuna.

L’acqua è ancora calma, ma Murad sa che non ci si può fidare del Mediterraneo. Conosce il mare da sempre e sa con quanta forza ti può trascinare via. Una volta, quando aveva dieci anni, andò a prendere le cozze con suo padre sulla spiaggia di Al Hoceima. Mentre erano al lavoro, Murad vide un bel grappolo scuro di cozze appese per la barba dentro una roccia cava. Si era chinato per raccoglierle quando un’onda riempì la grotta e lo risucchiò fuori. Suo padre lo afferrò, mentre teneva ancora stretto il suo secchio, e lo tirò fuori dall’acqua. Più tardi il padre di Murad avrebbe raccontato ai suoi amici del caffè una versione ingigantita di quell’avventura, che si sarebbe aggiunta al suo repertorio di storie di famiglia da narrare su richiesta.

Halima alza una mano verso Rahal. “Ladro! Ti abbiamo pagato per portarci fino alla costa”

“Tutti fuori dalla barca ora!”, grida Rahal. “Da questo punto in poi dovete nuotare”.

Aziz si lascia immediatamente cadere in acqua e comincia a nuotare.

Come gli altri passeggeri, Murad si limita a guardare stupefatto. Si aspettavano di essere portati fino a riva, dove avrebbero potuto facilmente disperdersi e poi nascondersi. L’idea di dover nuotare fino alla costa è intollerabile, soprattutto per chi non è originario di Tangeri e non è abituato alle sue acque.

Halima alza una mano verso Rahal. “Ladro! Ti abbiamo pagato per portarci fino alla costa”.

Rahal risponde: “Vuoi farci arrestare tutti, harraga? Salta fuori dalla barca se vuoi arrivare laggiù. Non è lontano. Io torno indietro”.

Qualcuno fa un movimento brusco per discutere con Rahal, per costringerlo a proseguire fino a riva, ma lo Zodiac si sbilancia e poi è troppo tardi. Murad ora è in acqua. I suoi abiti s’inzuppano subito, e lo shock dell’acqua gelida su tutto il corpo gli paralizza il cuore per un attimo. Va sott’acqua, annaspa in cerca d’aria, si rende conto che non c’è altro da fare che nuotare. Così ordina al suo corpo, appesantito dai vestiti, di muoversi.

Intorno a lui la gente si sta disperdendo lentamente, trascinata dalla corrente. Rahal lotta per raddrizzare l’imbarcazione ma qualcuno, Murad non riesce a distinguere chi, si è appeso a un fianco del gommone. Sente urli e grida, vede alcune persone che nuotano vigorosamente. Aziz, che è stato il primo a scendere dalla barca, è già molto più avanti degli altri, diretto verso ovest. Murad comincia a nuotare verso la costa, temendo di essere trascinato via dall’acqua. Dietro di sé sente qualcuno che grida. Si volta e allunga la mano verso Faten. Lei l’afferra e un attimo dopo si aggrappa alle sue spalle. Lui cerca di allontanarla, ma la sua presa si stringe. “Usa un braccio per muoverti”, grida.

Nuota fino a quando sente la sabbia sotto i piedi. Cerca di controllare la respirazione e il battito del cuore

Gli occhi della ragazza si spalancano, ma le sue braccia non si muovono. Lui le stacca con forza una mano e riesce a fare qualche bracciata. Il corpo di Faten è pesante. Ogni volta che vanno un po’ sotto, lei si aggrappa più forte. Adesso Murad ha le orecchie piene d’acqua e le grida di Faten non sono più così forti. Cerca di allentare la sua presa, ma lei non lo molla. Grida qualcosa, ma lei continua a tenersi aggrappata. Quando vanno sotto un’altra volta, l’acqua gli entra nel naso e lo fa tossire. Non ce la faranno mai se lei non allenta la presa e non lo aiuta. Lui la spinge via. Finalmente libero, si sposta in fretta dove le braccia di Faten non possono raggiungerlo. “Batti l’acqua con le mani”, urla. Lei si dimena selvaggiamente. “Più lenta”, dice, ma si rende conto che è inutile, lei non sa nuotare. Nella sua gola si forma un singhiozzo. Se solo avesse un bastone o una boa da allungarle in modo da poterla trascinare senza il rischio di annegare in due. Si sta già allontanando da lei, ma continua a gridare, a dirle di calmarsi e di cominciare a nuotare. Ha le dita delle mani e dei piedi intirizzite, e deve mettersi a nuotare altrimenti morirà di freddo. È davanti alla costa. Chiude gli occhi, ma l’immagine di Faten è in agguato dietro le palpebre. Gli occhi si riaprono, cerca di concentrarsi sul movimento dei suoi
arti.

C’è uno strano silenzio nell’aria. Nuota fino a quando sente la sabbia sotto i piedi. Cerca di controllare la respirazione, il battito del cuore nelle orecchie. Si sdraia sulla spiaggia, l’acqua gli sfiora le scarpe. Il sole sta sorgendo, e colora la sabbia e gli edifici in lontananza di una sfumatura dorata. Con un sospiro Murad svuota la vescica. La sabbia intorno a lui si scalda, ma si raffredda di nuovo in pochi secondi. Resta a riposare ancora per qualche minuto, poi si solleva sulle ginocchia.

Le canne da zucchero
Si mette in piedi, con le gambe che gli tremano. Si gira intorno e scruta l’acqua scura alla ricerca di Faten. Riesce a scorgere alcune sagome che nuotano, si dimenano, ma è difficile dire chi siano. Aziz non si vede da nessuna parte, ma la donna della Guinea sta uscendo dall’acqua a pochi metri da lì.

In lontananza un cane abbaia.

Murad sa di non avere molto tempo prima che la Guardia civil li trovi. Fa qualche passo e si lascia cadere in ginocchio sulla sabbia, che sembra più calda dell’acqua. Con mano tremante apre una tasca laterale dei calzoni e tira fuori un sacchetto di plastica. C’è un cellulare con una carta sim spagnola. Chiama Rubio, lo spagnolo che lo porterà in macchina verso nord, fino alla Catalogna.

“Soy Murad. El amigo de Rahal”.

“Espéreme por la caña de azúcar”.

“Bien”.

Fa qualche passo avanti, ma non vede le canne da zucchero di cui parlava Rubio. Continua comunque a camminare. All’orizzonte appare un albergo. Un altro cane abbaia, e il suono ben presto si trasforma in un ululato. Cammina verso il rumore e individua le canne da zucchero. Sulla sinistra appare un viottolo e lui si siede all’imboccatura. Si toglie le scarpe, arriccia le punte dei piedi gelate dentro i calzini bagnati e le massaggia. Si rimette le scarpe, si sdraia sulla schiena e tira un profondo sospiro di sollievo. Non riesce a credere alla sua fortuna. Ce l’ha fatta. Adesso andrà tutto bene. Si consola con la vecchia fantasticheria che lo sosteneva a casa, tutte quelle notti in cui non riusciva ad addormentarsi pensando a come avrebbe pagato l’affitto e sfamato la madre e i fratelli. Immagina l’ufficio dove lavorerà, vede le sue dita che si muovono rapidamente e con precisione sulla tastiera, sente il telefono squillare. Si vede tornare a casa in un appartamento moderno e ben arredato, sua moglie che gli viene incontro, la tv sullo sfondo. Una luce si accende su di lui. Rubio è un tipo veloce. Non a caso costa tanto ingaggiarlo. Murad si mette seduto. La luce si allontana dai suoi occhi solo per un attimo, ma gli basta per vedere il cane, un pastore tedesco, e la sagoma infinitamente più minacciosa che tiene il guinzaglio.

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L’ufficiale della Guardia civil ha una tuta mimetica e un berretto nero posato di sghembo sulla testa rasata. Il nome sul cartoncino dice Martínez. È seduto nel furgone con Murad e gli altri clandestini, con il cane ai suoi piedi. Murad si guarda: ha le scarpe bagnate, i pantaloni sporchi incollati alle gambe, la pelle bluastra sotto le unghie. Serra i denti per impedirsi di tremare sotto la coperta che gli ha dato l’ufficiale. Sono solo quattordici chilometri, pensa. Se non fossero stati costretti a buttarsi in acqua, se avesse nuotato più in fretta, se fosse andato a ovest invece che a est, ce l’avrebbe fatta.

La prossima volta
Quando scende dal furgone, Murad nota una zona boscosa in cima alla collina a pochi metri da loro; dietro c’è una strada. Le guardie sono impegnate ad aiutare una donna che probabilmente ha avuto un collasso per il freddo. Murad scappa, correndo più in fretta che può. Dietro di lui sente un fischio e un rumore di stivali, ma continua a correre attraverso gli alberi, i piedi che quasi non toccano la terra screpolata. Quando si avvicina alla strada vede che è una statale a quattro corsie, con le auto che sfrecciano a tutta velocità. Si deve fermare. Martínez lo afferra per la camicia. L’orologio a muro nell’ufficio della Guardia civil segna le sei del mattino. Murad è seduto su una sedia di metallo, ammanettato. Ci sono uomini e donne, tutti avvolti in coperte come lui, rannicchiati uno accanto all’altro per tenersi caldi. Molti non li riconosce; la maggior parte sono arrivati su altre barche. Scarface è seduto da solo e fuma una sigaretta, una gamba appoggiata sull’altra; ha perso una scarpa. Non c’è traccia di Aziz. Deve avercela fatta. Tanto per esserne certo, lo chiede alla donna della Guinea, qualche sedia più in là. “Non l’ho visto”, risponde.

Beato Aziz. Murad maledice la sua sfortuna. Se fosse arrivato a terra un centinaio di metri più a ovest, lontano dalle case e dall’albergo, forse sarebbe riuscito a scappare. Il suo stomaco brontola. Inghiotte con forza. Come potrà farsi vedere di nuovo in giro a Tangeri? Si alza in piedi e si dirige zoppicando verso la finestra polverosa. Fuori vede Faten, a testa nuda, in fila con alcuni altri compagni di viaggio che aspettano di essere esaminati dai dottori, con la mascherina chirurgica sul volto. È pervaso da un’ondata di sollievo e gesticola come meglio può con le manette, chiamandola per nome. Lei non riesce a sentirlo, ma alla fine alza gli occhi, lo vede e distoglie lo sguardo.

Arriva una donna in tailleur scuro, i tacchi alti che ticchettano sulle mattonelle del pavimento. “Soy sus abogada”, annuncia mettendosi davanti a loro. Spiega che sono in Spagna illegalmente e devono firmare il documento che sarà distribuito dalla Guardia civil. Mentre tutti si alternano a firmare, la donna si curva sul bancone per parlare a un ufficiale, alzando una gamba dietro di sé, come una bambina. L’ufficiale dice qualcosa in tono galante, lei rovescia indietro la testa e ride. Murad dichiara un nome falso anche se non avrà nessuna importanza. Viene portato al centro di detenzione, con la sabbia ancora attaccata ai pantaloni. Durante il tragitto vede a terra un sacco per cadaveri. Un sapore aspro gli invade la bocca. Inghiotte ma non riesce a trattenersi. Si piega a metà e l’ufficiale lo lascia andare. Murad incespica accanto all’edificio e vomita. Avrebbe potuto esserci lui, in quel sacco; avrebbe potuto esserci Faten. Forse è Aziz, oppure Halima.

La guardia lo porta in una cella umida già occupata da altri due prigionieri, uno dei quali è addormentato sul materasso. Murad si siede sul pavimento e alza lo sguardo oltre la finestra verso uno squarcio di cielo azzurro. I gabbiani si levano in volo dal fianco dell’edificio e filano via in formazione, e per un attimo lui invidia la loro libertà. Ma domani la polizia lo rimanderà a Tangeri. Immagina il suo futuro là, inalterabile, malgrado i suoi sforzi, malgrado il rischio che ha corso e il prezzo che ha pagato. Dovrà tornare nello stesso vecchio appartamento per vivere alle spalle di sua madre e di sua sorella, senza prospettive e senza opportunità. Pensa ad Aziz, probabilmente già su un camion diretto in Catalogna, e si chiede: se Aziz può farcela, perché io no? Almeno ora sa cosa deve aspettarsi. Sarà difficile persuadere sua madre, ma sa che alla fine la convincerà a vendere i suoi braccialetti d’oro. Se li venderà tutti e sette, riuscirà a pagare un altro viaggio. E la prossima volta ce la farà.

(Traduzione di Giuseppina Cavallo)

Questo articolo è uscito il 4 agosto 2006 nel numero 653 di Internazionale. È il primo capitolo del romanzo La speranza e altri sogni pericolosi (Fusi Orari 2007).

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